L’Intelligenza Artificiale (IA) è una tecnologia che ha da sempre colpito la fantasia del pubblico e per più di sessant’anni ha puntualmente deluso le aspettative dei suoi sostenitori. Tuttavia vi sono oggi segnali sempre più chiari del fatto che questa tecnologia stia raggiungendo il suo pieno potenziale. Si sono infatti create le condizioni necessarie per il suo impiego: disponibilità di grandi quantità di informazioni in formato digitale, capacità di immagazzinare e trasmettere tali informazioni, disponibilità ubiqua, quasi istantanea e a basso costo della potenza di calcolo necessaria per elaborarle, conseguente “democratizzazione” di una tecnologia che era sino a poco tempo fa appannaggio esclusivo di governi e grandi imprese.
L’IA abilita un numero pressoché infinito di altre innovazioni, con applicazioni che spaziano dalla robotica industriale ai veicoli autonomi, dalla manutenzione predittiva alla gestione dei rapporti con la clientela, dalla sorveglianza automatica alla diagnostica medica: tutto ciò promette di rivoluzionare molti settori e di accelerare il progresso dell’umanità. È altrettanto chiaro, d’altro canto, che alcune di queste applicazioni possono avere implicazioni assai delicate e sollevano grandi interrogativi etici e politici, ai quali istituzioni create in un’altra epoca e spesso incapaci di comprendere questo mutamento di paradigma, non sono in grado di rispondere.

Come tutelare il lavoro, forma primaria di realizzazione dell’individuo? Come garantire l’imparzialità di algoritmi che aiutano i giudici a decidere sulla messa in libertà vigilata di un imputato, le banche a erogare un credito, le aziende a scegliere i migliori candidati per un posto di lavoro? Quali limiti porre alla sorveglianza degli individui? Come garantire che gli elettori non siano condizionati da false notizie amplificate sui social network da agenti automatici? Chi è responsabile in caso di incidenti provocati da auto senza pilota?
Non vi è alcun dubbio che l’IA sarà sempre di più una chiave del successo economico e dunque uno strumento di potere. Secondo un rapporto della Sloan Management Review del MIT e del Boston Consulting Group circa l’85% delle aziende pensa che l’IA offrirà un vantaggio competitivo, anche se solo una su venti ne fa un uso “massiccio” per il momento. Aziende come Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft negli USA e Alibaba e Tencent in Cina stanno consolidando il proprio predominio e accumulando un vantaggio forse incolmabile sui propri concorrenti, mettendo a dura prova l’odierna dottrina antitrust. Secondo la rivista The Economist ad esempio, Amazon controlla circa il 40% dell’e-commerce negli Stati Uniti ed è pertanto in grado di debellare sul nascere i potenziali concorrenti.

Venendo alle implicazioni geopolitiche, tutti gli indicatori confermano il netto predominio di Stati Uniti e Cina nei confronti dell’UE e degli altri attori mondiali. Negli USA il fenomeno è trainato da investimenti privati, in particolare da parte delle aziende della internet economy, mentre in Cina il fenomeno è trainato dal settore governativo, che dispone di un’enorme quantità di informazioni digitali sui propri cittadini (ad esempio i ritratti del volto di 1,5 miliardi di individui), la tutela della cui privacy è ritenuta molto meno importante della sicurezza nazionale. Grandi attori economici come Alibaba e il suo braccio finanziario Ant-Financial, Baidu e Tencent ne beneficiano ovviamente e vi contribuiscono a propria volta con investimenti e know-how.

Analogamente a quanto avviene in molti altri campi, come la difesa o la finanza, l’UE soffre di un approccio frammentato, condizionato da un sistema politico ancora fortemente ancorato sugli stati-nazione, che spinge ad investire nella creazione di piccoli campioni nazionali, causando massicce diseconomie di scala. Ne sono due esempi recenti: l’annuncio di Macron che il governo francese spenderà 1.5 mld di euro nei prossimi cinque anni per supportare la ricerca nel campo dell’IA, incoraggiare le startup, raccogliere dati che possano essere utilizzati e condivisi dagli ingegneri impegnati nello sviluppo della tecnologia; e la decisione della famiglia svedese Wallenberg, che controlla aziende come ABB, Ericsson ed Electrolux, di investire il ctv. di circa 97 milioni di euro per finanziare la ricerca sull’IA nelle università svedesi. Globalmente, il McKinsey Global Institute ha stimato che nel 2016 in Europa sono stati spesi circa 3-4 mld di dollari nella tecnologia, a fronte di 15-23 mld investiti nel Nord America.
La Commissione europea, che mostra di comprendere il problema e tenta coi propri limitati strumenti di riequilibrare la competizione internazionale, ha recentemente annunciato che entro il 2020 aumenterà del 70% gli investimenti del bilancio europeo nell’IA, portandoli a 1.5 mld di euro, per portare gli investimenti pubblici e privati nel settore ad un totale di 20 mld entro lo stesso anno. In parallelo l’UE agisce su altri fronti come quello normativo (si pensi alla General Data Protection Regulation entrata in vigore nel maggio scorso) e promuove lo sviluppo di altre componenti tecnologiche abilitanti dell’IA come il supercalcolo (HPC), la banda larga (5G) e il cloud computing, insistendo in particolare sull’importanza di fornire alle PMI vie di accesso rapide, semplici ed economiche all’IA.
Non deve peraltro sfuggire come l’IA abbia un vastissimo potenziale applicativo anche in campo strategico e militare e come lo squilibrio nei confronti degli attori sopra citati possa trasformarsi un giorno in un tallone d’Achille strategico. Il presidente russo Putin ha recentemente dichiarato che lo Stato che vincerà la corsa per il dominio dell’IA controllerà il mondo. Quali sono dunque le condizioni perché la prospettiva di creare uno o più campioni europei del settore abbia successo e la società umana possa sopravvivere alla sfida? Proviamo a fornire qualche nostra indicazione.

Distribuzione globale della ricerca sull’IA (fonte: AI-Academy)

In primo luogo, è fondamentale completare rapidamente la creazione del mercato unico digitale europeo. La frammentazione linguistica e normativa che caratterizza il nostro continente, come ben sanno coloro che cercano di acquistare online o di accedere ad un palinsesto di contenuti in un paese diverso dal proprio, ha fatto sì che molti innovatori nostrani si trasferiscano altrove per costruire business di successo. Uno studio di Roland Berger e del fondo Asgard, ad esempio, mostra che gli Stati Uniti ospitano oggi 1.393 start-up specializzate in IA, contro 769 in Europa, di cui peraltro 245 nella sola Gran Bretagna, che si accinge a lasciare l’UE. In secondo luogo, le scoordinate iniziative nazionali devono essere sostituite da una singola iniziativa europea, che deve diventare a propria volta il pilastro di un’iniziativa mondiale (un “CERN dell’IA”, come proposto dai ricercatori tedeschi del DFKI). La scala è in questo caso pienamente giustificata dalle implicazioni della tecnologia per l’umanità in quanto tale. In terzo luogo, un passo avanti decisivo nella realizzazione di un sistema integrato di difesa e di servizi d’informazione europei, reso urgente dalla crescente tensione internazionale, potrebbe giocare un contributo importante, date le applicazioni duali (civili e militari) dell’IA.

Il fisico inglese Stephen Hawking, il fondatore di Microsoft Bill Gates e il Fondatore di Tesla e SpaceX Elon Musk hanno espresso la convinzione che l’umanità rischia di essere spazzata da un uso malevolo della tecnologia, o asservita da un’intelligenza artificiale divenuta così sofisticata da sfuggire al controllo del suo creatore e rivoltarsi contro di lui. Per chi è cresciuto con “2001: Odissea nello spazio” o “Terminator” non si tratta certo di uno scenario nuovo, ma crediamo tuttavia che una minaccia ben più immediata non sia rappresentata da algoritmi o macchine ostili, bensì dalle conseguenze politiche della paura dell’accelerazione tecnologica che si sta insinuando nella nostra società. La prospettiva di un’intelligenza artificiale capace di surclassare l’uomo in mestieri molto sofisticati come il medico o l’autista è di questa paura un ingrediente fondamentale. Secondo il McKinsey Global Institute da qui al 2030 fino a 375 milioni di persone, vale a dire il 14% della forza lavoro globale, potrebbero essere rimpiazzate come conseguenza all’automazione.
Crediamo che si tratti in parte di un’esagerazione, tuttavia la tentazione che si è chiaramente manifestata in recenti competizioni elettorali (anche la nostra!), di rispondere a questa sfida mettendo in questione i fondamenti della società liberale, il progetto europeo e la cooperazione internazionale rischia di essere per l’uomo, e la sua intelligenza naturale, una minaccia molto grave.

 

 

 

 

 


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