La Commissione Juncker ha ritenuto che in questa legislatura non sarebbe stato possibile riformare i Trattati e si è data il compito di realizzare le riforme possibili nel quadro di Lisbona, che non sono poche:  i suoi documenti al riguardo sono, in parte, più avanzati di quelli del Parlamento Europeo. L’obiettivo è di raggiungere un accordo su esse in occasione del Consiglio Europeo di Sibiu in Romania il 30 marzo 2019, all’indomani dell’uscita ufficiale del Regno Unito dall’Unione, in modo da dare all’opinione pubblica un immediato segnale di unità dell’UE27 e di rilancio dell’integrazione in vista delle elezioni europee. In sostanza la Commissione propone l’utilizzo delle “clausole passerelle” (che permettono di passare dall’unanimità alla maggioranza qualificata nel Consiglio senza una riforma dei Trattati, ma con una decisione unanime del Consiglio europeo), la creazione di risorse proprie, come primo passo verso una vera  capacità fiscale e di prestito, la creazione di un Ministro delle finanze, il completamento dell’unione bancaria, il rafforzamento degli Spitzenkandidaten e la fusione personale delle presidenze della Commissione e del Consiglio europeo. In questo tentativo naturalmente emergono i limiti dei poteri della Commissione Europea, che ha però il merito di aver portato avanti in questa legislatura un’agenda politica chiara rispetto a investimenti, flessibilità, migranti, difesa e riforma dell’Eurozona nel senso di rafforzare l’UE.

Il Piano Juncker di investimenti è stato un successo. Tanto che ora si chiama Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici, per non darne il merito alla Commissione. E lo schema è stato ripetuto con il Piano Europeo per gli Investimenti Esterni. Di fatto, anche se non di diritto, si è andati nella direzione di un debito pubblico europeo, dal momento che alcune limitate risorse provenienti dal bilancio UE sono state usate a garanzia di obbligazioni della Banca Europea degli Investimenti, che è di proprietà degli Stati membri, ma fuori dal controllo della Commissione e del Parlamento.

All’inizio della legislatura pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di fare passi avanti sulla difesa o di attivare la Cooperazione strutturata permanente sulla difesa (PESCO) e che questi potessero essere frutto dell’iniziativa della Commissione, che sulla difesa non dispone di poteri e competenze rilevanti. Invece, fin dall’inizio, Juncker e Mogherini ne hanno fatto un loro obiettivo e facendo leva sul pur ridottissimo bilancio europeo si sono ‘inventati’ il Fondo Europeo per la Difesa, usato poi come incentivo per arrivare alla PESCO e spingere il maggior numero di Paesi a parteciparvi. È chiaro che il peggioramento del quadro mondiale e in particolare l’elezione di Trump abbia favorito uno sbocco positivo di questa iniziativa. Ma questo è del tutto normale, e coerente con la teoria di Riker secondo cui le federazioni si formano solo di fronte a pericoli esterni sul piano della sicurezza. Per la prima volta l’Europa è in questa condizione, senza poter contare ciecamente sullo scudo americano. Così l’integrazione nel campo della difesa diventa finalmente, sebbene per ora timidamente, percorribile.

L’indebolimento dell’ordine economico mondiale pone una responsabilità enorme all’UE. L’Euro è un potenziale potere mondiale e l’UE, se unita,  sarebbe in grado di proporre una riforma del Fondo Monetario Internazionale (IMF), della Banca Mondiale (WB) e dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) come risposta cooperativa ai dazi americani. Il fatto che la Commissione abbia ripreso la proposta  di una rappresentanza unitaria dell’Eurozona in queste organizzazioni, garantita attraverso la creazione del Ministro delle finanze, oltre che dal Presidente della BCE, è un passo nella giusta direzione.

D’altronde, non possiamo restare nell’attesa di un accordo tra i governi per fare la federazione: sarebbe come sperare di vincere la partita senza nemmeno giocarla, prima di scendere in campo. La riforma dei Trattati è il campo di gioco in cui l’opzione federalista può affermarsi. Non è detto che vinca (alla Convenzione abbiamo perso), ma resta il quadro cui tendere la nostra azione. Su questo la riflessione di Albertini sul ruolo del Parlamento Europeo e quella di Spinelli contro qualunque riforma fatta solo dai governi rimangono essenziali. I governi sono strumento e ostacolo. Serve la loro decisione. Ma se il progetto è il loro, esso sarà intergovernativo: anche all’apice della crisi hanno prodotto il Fiscal Compact e il Meccanismo Europeo di Stabilità, ovvero due strumenti intergovernativi, dopo aver rifiutato (nel 2010) la proposta della Commissione di emettere eurobond garantiti dal bilancio europeo e dagli Stati membri dell’Eurozona.

Tanto più che mezza Europa non sembra disponibile a seguire un’iniziativa franco-tedesca, percepita come egemonica. Tra i Paesi di Visegrad e la lettera degli otto Paesi capitanati dall’Olanda, un’iniziativa franco-tedesca non potrà che essere timida. L’affermarsi di forze nazionaliste (in salsa più o meno populista) e il loro ingresso al governo - in Ungheria e Polonia, ma anche in Cechia, Slovacchia, Austria, Bulgaria, Lettonia e Italia – sono un ostacolo oggettivo. Così come il fatto che alcuni di questi Paesi facciano parte dell’UEM, mentre il Regno Unito – che era l’unico grande Paese fuori dall’euro – stia uscendo, riduce in parte la prospettiva di una riforma dell’eurozona a favore del quadro dell’UE a 27.

D’altro lato occorre osservare che anche il Parlamento europeo non ha avuto il coraggio di prendere l’iniziativa per avviare in questa legislatura una riforma organica dei Trattati. Attualmente la maggior parte dei parlamentari europei teme che nel prossimo Parlamento vi sarà un gran numero di sovranisti. Al contempo invece di approfittare dell’attuale larga maggioranza dei partiti se-dicenti europeisti (Socialisti e democratici; Popolari; Liberali; e Verdi) e sfruttare la sponda di Macron per fare una proposta ambiziosa di riforma dei Trattati usando il potere ottenuto a Lisbona di iniziativa costituzionale (che mai prima il Parlamento ha avuto) sono tutti paralizzati dalla paura. Il Parlamento ha approvato a stento il Rapporto Verhofstadt e non è riuscito a trasformarlo in una proposta organica di riforma. E I nazionalisti avranno buon gioco ad attaccare questa Europa incompleta e inadeguata, e a considerarla irriformabile, visto che in 5 anni di legislatura europea il Parlamento a maggioranza europeista non sarà riuscito a presentare una seria proposta di riforma.

Ma al contempo questa inazione può contribuire a rendere possibile il disegno di Macron di creare una sorta di En March europea andando a favorire la ristrutturazione dei sistemi politici nazionali dal cleavage destra/sinistra a quello europeismo/nazionalismo. Se i partiti europei attuali invece prendessero l’iniziativa della riforma e approvassero un progetto organico di riforma dei Trattati giusto prima delle elezioni europee e facessero primarie europee per scegliere i candidati alla Presidenza della Commissione, allora sarebbero in grado di fare una campagna elettorale all’attacco, nel nome della nuova Europa disegnata dal progetto di riforma - e non a difesa dell’attuale incompleta e inefficace UE.

In questa prospettiva i popolari e i socialisti e democratici europei dovrebbero incentrare la loro campagna sulla richiesta di  un passaggio di poteri all’UE in grado di garantire ai cittadini la sicurezza (tema caro ai popolari) e la solidarietà e crescita economica (tema caro ai socialisti e democratici). In questo modo le elezioni europee potrebbero diventare quel momento centrale di dibattito sul futuro dell’Europa auspicato da Macron e in cui possono prevalere le istanze europee.

Perché ciò accada è utile che l’azione della Commissione abbia successo e che Sibiu possa essere un momento di svolta. È chiaro che l’UE vive una crisi esistenziale che non può essere superata senza una sua profonda riforma, inclusa quindi la riforma dei Trattati o il loro superamento da parte di una nuova Costituzione. Tuttavia, l’iniziativa della Commissione va sostenuta per due ragioni. Da un lato mostra che l’UE è riformabile e la rende comunque maggiormente in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini in alcuni campi. Dall’altro toglie gli alibi: non ci si potrà più nascondere dietro la necessità di sfruttare fino in fondo il potenziale del Trattato di Lisbona, una volta che tutto ciò che si può fare dentro Lisbona sia stato realizzato.

Sulla scorta delle riforme che potrebbero essere decise a Sibiu e delle elezioni europee bisognerà battersi perché il Parlamento usi l’art. 48 per “forzare” l’avvio di una riforma e quindi costringere poi i governi a prendere una decisione al riguardo, in cui possa farsi valere la leadership occasionale di Macron.

 

 


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