Il ponte crollato - che ora i media chiamano solo ‘Morandi’, ma che a Genova inizialmente era indicato come “Brooklyn” o semplicemente ponte sul Polcevera - non è soltanto una grande tragedia che ha coinvolto le famiglie delle vittime, un’intera città, una regione e poi una nazione. È anche una grande metafora di un Paese che si è bloccato, in un’Europa anch’essa bloccata da troppi anni.

Gli anni 50/60 del secolo scorso furono quelli della ricostruzione, dello sviluppo del Paese, che avvenne – è bene non dimenticarlo – nel quadro dell’avvio del processo di unificazione europea, che offriva un orizzonte di stabilità e di crescita. Ciò consentì alla politica (malgrado le ricorrenti crisi di governo) di pianificare e poi far realizzare le grandi infrastrutture che unirono il Paese, da Nord a Sud.

Furono alcune grandi linee direttrici che posero le basi dei vari ‘miracoli economici’ di quegli anni, non solo in Italia, ma anche in Germania e in generale nei Paesi dell’allora Comunità europea. È in quegli anni che nasce la cultura del progresso e dello sviluppo, che si pongono le basi per la formazione di una società europea, che si alimenta la capacità di innovazione, che s’innalza il livello d’istruzione, che si produce un vigoroso impulso allo sviluppo industriale e tecnologico. In una parola lì nasce il bisogno di futuro, quindi un progetto per governarlo.

Dopo la crisi economica degli anni ’70, innescata da quella petrolifera e da quella monetaria internazionale, il bisogno di pensare il futuro rinasce in Europa negli anni ’90, attorno alla moneta unica, una vera e propria infrastruttura (materiale e immateriale) che, unificando il mercato europeo, consentì lo sviluppo impetuoso della comunicazione sociale. Si pensi, ad esempio, al grande sviluppo dei trasporti aerei in un’area - quale quella europea – ormai considerata come ‘domestica’, come pure agli accresciuti rapporti tra le nuove generazioni, che nascevano considerandosi già europee.

Da tempo mancano nuove poderose spinte di tal genere, come se si fosse affievolita la capacità di pensare e progettare il futuro. La crisi economica degli ultimi dieci anni è la rappresentazione plastica di questa caduta del pensiero e del progetto. Essa è la conseguenza (non la causa) di un blocco del processo di avanzamento verso l’unità politica. E sappiamo che la responsabilità maggiore sta in capo ai governi nazionali.

Questo blocco del processo politico europeo si traduce inevitabilmente in un’incapacità non solo di realizzare, ma anche semplicemente di pensare un progetto di sviluppo, anche per le stesse comunità nazionali e locali. Se la politica non sa decidere, ad esempio, di quali grandi infrastrutture ha bisogno l’Italia e l’Europa, è inevitabile che particolarismo locale, attendismo, corporativismo, interesse di breve periodo prendano il sopravvento. In altri termini, viviamo da troppo tempo in una situazione politica che determina ciò che Tommaso Padoa-Schioppa chiamava la ‘vista corta’.

C’è, dunque, bisogno di un nuovo, grande progetto europeo per lanciare, attorno all’obiettivo dell’unità federale, una politica delle infrastrutture (materiali e immateriali) per render la società e l’economia europea più integrata e innovativa, dunque più competitiva; per difendere il territorio europeo, esposto ad un’erosione continua, anche a causa del cambiamento climatico globale; per preservare quel patrimonio storico e culturale di una civiltà millenaria; per far emergere le potenzialità che molti territori e, in particolare, le grandi città europee (e Genova è una di queste) possono esprimere in termine di innovazione, ricerca e sviluppo.

Se il crollo del ponte di Genova è la metafora di un’Italia e di un’Europa che da tempo si sono fermate, allora la risposta non può che essere la ripresa di una politica alta, capace di assumere l’idea di un progetto a “vista lunga”.

L’unità politica europea è giustamente considerata da storici e politologi come il più importante progetto politico dalla fine della seconda guerra mondiale. Va dunque rilanciata, non in termini puramente declamatori, bensì mettendo in cantiere progetti politici nei campi in cui oggi essa si rende necessaria, anzi indispensabile: l’immigrazione, la difesa e lo sviluppo sostenibile lungo le frontiere della società della conoscenza e della comunicazione.

Progetto politico e sviluppo civile, sociale ed economico così si saldano. I ponti rappresentano anche questo. Molti vogliono alzare i muri in Europa. La tragedia di Genova ci insegna anche che bisogna invece rilanciare il ponte dell’unità europea.

 

 


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