L’ultimo decennio ha conosciuto una rapida crescita dell’influenza della Cina in Africa, soprattutto sul piano della penetrazione commerciale e della ricerca di risorse energetiche e materie prime necessarie alla sua crescita economica interna. La presenza cinese sul continente non è un fenomeno inedito: già negli anni ’60 e ’70 Pechino aveva fornito sostegno a diversi movimenti di liberazione, avviato schemi di cooperazione economica con alcuni paesi africani e intrapreso alcune grandi opere infrastrutturali. Dopo una fase di stagnazione, la politica di Pechino verso l’Africa conosce una ripresa negli anni ’90. In questo periodo la Cina persegue la sua politica africana soprattutto attraverso strumenti di soft power, ossia l’incremento delle relazioni di cooperazione in campo economico, sociale e culturale, con un accento sugli aiuti nei settori dell’assistenza tecnica, della sanità, dell’istruzione, oltre che in alcuni grandi progetti infrastrutturali.

Malgrado le dichiarazioni dei responsabili cinesi continuano a fare riferimento a relazioni “tradizionalmente amichevoli” con i paesi africani, la fine della Guerra Fredda, da un lato, e la crescita dell’economia cinese, dall’altro, hanno profondamente mutato sia il contesto sia i termini di riferimento e gli obiettivi della politica della Cina nel continente. La Cina è, infatti, alla ricerca di fonti di materie prime (energia soprattutto) indispensabili alla propria crescita. La stessa velocità dell’espansione della presenza di Pechino nel continente e la rapidità con la quale si è andata diversificando, rendono particolarmente difficoltosa, l’interpretazione della politica cinese in Africa fondata esclusivamente sulla centralità della motivazione economica.

Il nuovo interesse di Pechino verso il continente africano fu reso pubblico nel 1999, motivato dalla necessità di dare vita ad un mondo multipolare, basato su un nuovo ordine politico-economico, e quindi sull’opportunità di stabilire una nuova modalità di cooperazione con l’Africa. Per raggiungere questi obiettivi fu istituito un Forum Sino-Africano (FOCAC) che nel tempo ha assunto numerose e importanti decisioni. Si pensi alla cancellazione del debito dei paesi africani nei confronti della Cina in occasione del III° Forum nel 2006, come l’appoggio alle scelte africane nei negoziati con l’OMC. E infine la costituzione di Fondo per lo sviluppo per incoraggiare gli investimenti delle compagnie cinesi in Africa, la rimozione delle barriere tariffarie, oltre a una lunga lista di progetti nel campo dell’agricoltura, dell’assistenza tecnica, della sanità, dell’istruzione. La dichiarazione di Pechino ed il Programma per la cooperazione Sino-Africana approvati nel 2006 esprimono la visione di Pechino, che accredita, tra l’altro, l’idea che le nazioni africane potranno uscire dal sottosviluppo grazie all’aiuto cinese e che esclude esplicitamente qualsiasi condizionalità relativamente alla natura dei regimi al potere e ai loro affari interni.

La presenza della Cina è, senza dubbio, l’evento internazionale più rilevante che oggi ha luogo nell’Africa subsahariana. La Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Africa (superando gli Stati Uniti), così come il maggiore creditore e investitore in tutto il continente. Dagli inizi del secolo, il Governo di Pechino, soprattutto attraverso le sue imprese statali, ha stabilito relazioni economiche in cui investimenti, prestiti o aiuti non sono vincolati al miglioramento dei diritti umani o all’indizione di elezioni. La strategia cinese prevede un tipo di accordi che induce i Governi africani ad accettare il denaro o la costruzione di infrastrutture (strade, edifici pubblici o dighe come quella di Merowe, in Sudan, la più grande di tutta l’Africa) in cambio dello sfruttamento per decenni – in alcuni casi fino a 99 anni – di terre o miniere. Questo modus operandi, che contrasta chiaramente con quello adottato dai Paesi occidentali, è stato battezzato Beijin Consensus, in contrapposizione a quello di Washington.

Infine negli ultimi tempi si è verificato anche un incremento della vendita di terre africane, acquistate in gran parte da imprese cinesi. Dal 2001 i Governi dei Paesi in via di sviluppo avrebbero affittato, venduto o ceduto oltre 230 milioni di ettari ai Paesi occidentali, alla Cina, all’India o ad altri Paesi. Queste acquisizioni causano grandi danni alle popolazioni africane: l’espulsione delle comunità locali che abitano queste terre, usate a fini commerciali per la produzione di biocombustibili o per la coltivazione di alimenti di base come cereali o riso; un maggior rischio di licenziamento dei lavoratori agricoli per la crescente meccanizzazione; il deterioramento della qualità del suolo a causa dell’utilizzo di enormi quantità di fertilizzanti e pesticidi; il monopolio dei semi da parte di alcune aziende (generalmente straniere); un più difficile accesso all’acqua, che spesso favorisce i grandi proprietari terrieri a scapito dei piccoli agricoltori. Inoltre si incentivano i contadini a diventare braccianti alle dipendenze delle grandi imprese multinazionali. L’accaparramento delle terre contribuisce alle crisi alimentari delle regioni africane.

La contraddittorietà delle relazioni sino-africane si lega anche al ruolo che l’Europa deve svolgere in quest’area del mondo anche in considerazione della questione migratoria. Sebbene per alcuni la presenza cinese rappresenti un risultato win-win (entrambe le parti ricavano vantaggi) è facile interpretarlo come un nuovo colonialismo o una nuova disputa per le risorse africane, così come fece l’Europa nel XIX secolo. Molti Paesi africani stanno ipotecando parte del proprio territorio e, dunque, della propria ricchezza. Peraltro, molte infrastrutture “made in China” sono fabbricate con materiali e manodopera cinesi. Inoltre, organizzazioni come Human Rights Watch hanno denunciato le terribili condizioni di lavoro a cui molte imprese cinesi sottopongono la maggior parte dei lavoratori africani.

Contestualmente al cambiamento della politica cinese in Africa ci si è resi conto delle minacce potenziali anche in termini di sicurezza internazionale. Alcuni stati africani, i c.d. “Stati fragili” o “falliti” (vedi la Libia e la Somalia), sono ritenuti il vivaio perfetto per le reti terroristiche o contesti in cui è più difficile controllare i flussi migratori e il crescente traffico di droga. Tutto ciò ha prodotto un maggiore intervento internazionale. La Francia, dopo gli Stati Uniti, è il Paese più attivo in questo campo. Molti degli aiuti destinati a questi paesi sono rivolti alla sicurezza militare ridimensionando quelli alla cooperazione e allo sviluppo. Lo stesso accade con il fenomeno della migrazione. Per assicurarsi che i Paesi dell’Africa occidentale siano più efficaci nel controllo dei flussi migratori, l’UE dirotta sulla sicurezza una parte degli aiuti allo sviluppo. È cambiata la percezione del continente africano: se negli anni ’90 era concepito come un “problema di sottosviluppo” adesso è guardato come un “problema di sicurezza globale”.

Siamo, quindi, davanti a uno scenario africano in cui, mentre i cinesi profittano indisturbati delle opportunità di business e nell’accaparrarsi risorse naturali importanti, l’Europa è fortemente proiettata a difendersi o a chiudersi dall’Africa considerata come una minaccia o un problema. Se da un lato in molte relazioni internazionali l’Africa continua a essere oggetto (e non soggetto) - i vari attori affermano di voler aiutare l’Africa, ma finiscono poi con l’anteporre i propri interessi - dall’altro la presenza dei nuovi Paesi emergenti, ed in particolare della Cina, più propensi a instaurare rapporti su basi diverse ma pur sempre asimmetrici, ha spezzato il monopolio della presenza e degli interessi occidentali in Africa. All’interno di questo quadro globale il ruolo dell’Unione Europa e delle sue politiche per l’Africa, appena abbozzate e poco rilevanti sia sul piano qualitativo che quantitativo (il Fondo per gli Investimenti in Africa è di appena 44 miliardi di Euro), mostrano la debolezza e l’inconsistenza dell’approccio europeo privo una strategia e di una visione condivisa.

L’Unione Europea dovrebbe farsi carico, con un approccio paritetico, della stabilizzazione politica del continente, favorendo processi di democratizzazione (certamente non dall’alto) e di rafforzamento istituzionale e della capacity building, e contestualmente della crescita e dello sviluppo economico favorendo opportunità per una forza lavoro africana giovane e in crescita. Non si tratta di esaltare uno slogan “aiutiamoli a casa loro!”, tanto in voga da movimenti e partiti razzisti e xenofobi, ma di immaginare una politica europea comune per l’Africa in grado di rafforzare gli investimenti pubblici e privati, la cooperazione economica e istituzionale, la creazione di imprese e la costruzione di un grande mercato di milioni di nuovi consumatori. Pensiamo alle grandi infrastrutture e alla logistica, alle energie rinnovabili e all’ambiente, all’innovazione e allo sviluppo umano e sociale. L’Africa è una terra di opportunità e l’Unione Europea deve poter svolgere un ruolo politico ed economico.

 


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