La tragedia di Genova pone all’attenzione, dell’Italia, ma anche di moltissimi Paesi europei, il problema di una strategia di intervento sul sistema delle infrastrutture stradali e ferroviarie ed in generale delle comunicazioni, spesso inadeguate, non solo per la loro vetustà, ma anche ai fini del pieno sfruttamento che il mercato interno europeo offre.
Il mercato interno europeo rappresenta un potenziale enorme, basato su una massa critica di 500 milioni di consumatori. Uno sviluppo adeguato delle infrastrutture applicato su un mercato di tali dimensioni genererebbe tassi di crescita del PIL nettamente superiori alle politiche di crescita dei consumi individuali che i governi nazionali hanno inutilmente cercato di perseguire negli ultimi anni.

Si tratta di elaborare un progetto europeo a tal fine e individuare il percorso. Ad esempio, il Piano Juncker ha raggiunto e superato l’obiettivo previsto di mobilitare in tre anni 315 miliardi di investimenti privati/pubblici (cfr. la nota a pag. 8 ). Lo stesso Juncker ha proposto di portarlo a 500 mld entro il 2020. Perché non si chiede di finalizzare il Piano Juncker 2 agli investimenti strategici nel settore delle infrastrutture?

Se pensiamo al caso italiano scopriamo che esiste un’incredibile necessità di investimenti infrastrutturali, prendendo ad esempio proprio il settore dei ponti sia stradali che ferroviari: un numero consistente di essi ha infatti un’età compresa tra i 50 e i 150 anni e spesso, come nel caso del ponte Morandi, non sono stati progettati per i flussi di traffico attuali. E non solo i ponti, ma tutta la complessa rete che li lega a un enorme numero di strutture che necessitano anch’esse di nuovi investimenti. Aver la possibilità di finanziare nuove infrastrutture strategiche potrebbe avere diversi effetti benefici nella vita di un intero paese. Oltre a quelli economici già citati, accanto a buoni investimenti sostenibili, si sviluppa anche quel capitale sociale quanto mai indispensabile, visti gli enormi cambiamenti che si troverà ad affrontare l’intera società, in primis quella europea, nei prossimi decenni. Queste tematiche sono collegate ai mutamenti in atto nel mercato del lavoro con l’avvento della robotica. Saranno milioni i posti che andranno persi. Eppure, nonostante la sfida possa spaventare, proprio uno sviluppo intelligente di nuove infrastrutture può portare ad una innovazione sia tecnologica che culturale che sappia fornire strumenti e conoscenze affinché i cittadini europei possano inserirsi naturalmente in quelli che saranno i nuovi contesti lavorativi. L’importanza del raggiungimento degli obiettivi previsti dal Piano Juncker non sono perciò da considerarsi esclusivamente in termini quantitativi di crescita economica, ma anche qualitativi per l’intera società, dal momento che rientrano nel bisogno di raggiungere uno sviluppo più sostenibile, dal punto di vista, economico, ambientale e sociale, come dettato dall’Agenda ONU 2030, approvata dalle Nazione Unite il 25 Settembre 2015. Le sfide future, ormai sempre più imminenti, devono quindi coinvolgere l’insieme delle infrastrutture europee. Questi i motivi per cui si rendono necessari investimenti sempre più elevati, sia pubblici che privati (come per altro previsto dal Piano) che considerino anche la necessità di ammodernamenti per la resilienza e l’eco-compatibilità di quelle già esistenti. Se l’UE riuscisse a raggiungere gli obiettivi dell’Agenda ONU, si potrà dire di aver fatto un grosso balzo in avanti verso quello che dovrà necessariamente essere un nuovo modello economico, non più schiavo dei bisogni di un mercato insostenibile, ma più attento alle esigenze dell’umanità stessa e del mondo che la ospita. 

 


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