Il coinvolgimento dell'Europa come area regionale di destinazione di migrazioni si è cronicizzato nel corso degli ultimi trent'anni, a prescindere dalla stessa strutturalità del fenomeno. La crisi attuale, dopo gli eventi traumatici del biennio precedente, ha raggiunto il proprio picco nel 2015 (UNHCR 2015). Solo a partire dall'anno seguente si è cominciato a discutere proposte di riforma dei sistemi di gestione. L'attuale regolamento UE delle domande d'asilo (604/2013) – il cosiddetto Dublino III, assegnando una competenza vincolante agli Stati di primo accesso, ha di fatto scaricato l'intero carico socio-funzionale sui Paesi della frontiera esterna mediterranea. Era quindi naturale che in sede intergovernativa detti Paesi costituissero un fronte per la redistribuzione degli oneri. Le quote di riallocazione non hanno avuto realizzazione, mentre il carattere volontario di altre innovazioni (EUCO 9/18) hanno consentito agli altri Stati di continuare a non assumere impegni. Il rafforzarsi in gran parte d'Europa dei movimenti cosiddetti “sovranisti” e da ultimo la formazione in Italia di un'alleanza di governo tra M5S e Lega, hanno stravolto la logica di questo bipolarismo geopolitico. L'Italia ha deciso di schierarsi insieme all'Austria e ai quattro Paesi di Visegrad, acerrimi nemici della riallocazione, con lo scopo di regolare e ridurre la pressione migratoria attraverso un'esternalizzazione delle strutture di gestione delle procedure di asilo. Il sistema di riferimento, ad ogni modo, resta quello dell'approccio hotspot. Presenti finora solo in Italia e in Grecia, delle piattaforme d’identificazione e rimpatrio lungo le rotte di transito, pure utili al respingimento di chi non ha diritto all'asilo, non agirebbero tuttavia sulla radice socio-politica della questione africana – la violazione dei diritti umani e sociali che dà diritto all'asilo stesso. Oltre a ciò, vi è l'ostacolo difficilmente superabile del rifiuto già opposto dai Pasi dell'Africa. Ma quand'anche l'obiettivo fosse raggiungibile mediante contropartite economiche come nell'accordo con la Turchia, bisogna mettere in conto che di tali finanziamenti potrebbero non beneficiare le popolazioni, dato il livello di malversazione delle classi dirigenti locali (ONU 2016). D'altro canto, non si può ignorare che le migrazioni rappresentano un interesse strategico per gli Stati africani, le cui economie beneficiano in misura sostanziale delle rimesse (WB 2017).

Un'alternativa potrebbe essere quella di istituire, seguendo le medesime direttrici dei flussi, delle sedi operative dell'EASO; a segnare così degli “avamposti” europei di difesa dei diritti umani, se non in coincidenza, almeno in prossimità delle aree in cui questi vengono sistematicamente violati. Istituito nel 2010 e attivo dall'anno seguente, l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo ha tuttora solo funzioni di coordinamento, benché nei contesti concreti degli hotspot abbia spinto il suo supporto ai limiti del proprio mandato. Si è anche evocato, da più parti e in più occasioni, un'espansione di quest'ultimo; ma sono finora mancate proposte precise e contestualizzate di implementazione. Quella che si propone prevede l'evoluzione dell'EASO in un'agenzia umanitaria per il diritto d'asilo a tutti gli effetti, con propri distaccamenti operativi sul campo, e naturalmente con la collaborazione di queste – UNHCR e OIM – così come di FRONTEX, EUROPOL ed EUROJUST nel quadro dello Spazio di libertà, sicurezza e giustizia dell'UE (AFSJ). A differenza degli hotspot, tali strutture potrebbero non incontrare la stessa resistenza, in quanto non si concentrerebbero sulla fase del respingimento quanto piuttosto sull'individuazione selettiva e sostenibile degli aventi diritto, invertendo la logica attuale: come una sorta di “ambasciate dei richiedenti asilo”, permetterebbero una processazione ordinata delle richieste. Ed eviterebbero a monte la partenza dei migranti per viaggi che, non solo nell'ultimo tratto in mare ma anche e soprattutto prima via terra –  dai Paesi del Sahel a quelli del Maghreb – mietono un numero di vittime difficilmente quantificabile (OIM 2017). Gli strumenti di agenzie europee permetterebbero anche la veicolazione controllata ed efficiente di fondi dell'Unione per l'Africa, necessari per affrontare le ragioni sociali di fondo del fenomeno migratorio. Si potrebbe obiettare che questa strategia di impiego delle agenzie è prerogativa di fatto riconosciuta alle Nazioni Unite. Ma l'Unione Europea ha il diritto e il dovere di dotarsi di strumenti nuovi ed efficaci e fronteggiare in prima persona una problematica strutturale, che sul piano politico la coinvolge doppiamente: da una parte perché è in gioco la sua missione fondativa di porsi come potere normativo nella salvaguardia dei diritti umani; dall'altra perché, in quanto destinazione delle migrazioni, deve poterle governare direttamente in un comune interesse strategico di sicurezza pubblica e sociale.

 


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