Nel concitato periodo di preparazione della manovra finanziaria da parte del Governo italiano, è prepotentemente tornato alla ribalta il grande tema della necessità o meno di utilizzare deficit e debito pubblico per garantire la crescita di un Paese. Al di là del preoccupante scontro sui numeri del deficit che sta andando in scena (nel momento in cui è composto il presente articolo il Governo sembra orientato a proporre un deficit/PIL del 2,4% per il 2019 e in discesa nel biennio successivo), proponiamo ora una riflessione di carattere più generale, senza addentrarci specificamente nei numeri e (de)meriti della manovra corrente.

La logica sottostante una certa corrente di pensiero pare consistere nel fatto che l’unico modo per far crescere l’economia di un Paese stia nell’uso costante della leva del deficit di bilancio. Ne consegue, da parte dei partiti sovranisti, un continuo attacco in primis alle istituzioni europee e secondariamente a chi ha voluto inserire in Costituzione il criterio del cosiddetto “Pareggio di bilancio”.

Andando però ad esaminare l’articolo 81 della Costituzione, appare evidente come questo sia ben lontano dal richiedere un deficit costantemente pari a zero. Esso infatti sancisce che “lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Il principio non è dunque di un bilancio ogni anno in pareggio, ma di un equilibrio di medio termine che tenga conto della congiuntura economica e che consente quindi l’indebitamento per aiutare l’economia in fasi negative. Questo concetto è d’altronde direttamente esplicitato al secondo comma dello stesso articolo, il quale stabilisce che è ammesso l’utilizzo del deficit “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, nonché “al verificarsi di eventi eccezionali”.

Le disposizioni costituzionali in materia non sono dunque etichettabili come miope austerity, ma al contrario rispondono a ragionevoli principi economici e di sana finanza pubblica. Viene sancito come lo Stato possa (debba) intervenire attivamente nelle fasi avverse del ciclo economico, per rilanciare la domanda interna e favorire la crescita. Si badi inoltre alla scelta delle parole impiegate: si parla infatti di “fasi avverse” e non di “recessioni”. Questo significa che il ricorso allo stimolo pubblico è consentito non soltanto quando ci si trova in una recessione vera e propria (crescita del PIL negativa) ma più genericamente in una fase avversa, essendo questa identificabile, ad esempio, anche in una crescita anemica.

Al tempo stesso, “l'equilibrio tra le entrate e le spese” deve essere garantito con risparmi fiscali nelle fasi congiunturali favorevoli. Questo innanzitutto risponde all’esigenza di garantire la disponibilità di risorse da poter utilizzare in future fasi avverse, senza andare a creare sistematicamente nuovo e insostenibile debito. In secondo luogo, le espansioni fiscali in fasi di buona crescita economica sono inopportune in quanto tali, poiché entrano in competizione con risorse del settore privato che potrebbero essere impiegate più efficientemente (e che, in estrema analisi, potrebbero portare a un surriscaldamento dell’economia e a una maggiore inflazione da eccesso di domanda).

Il principio dell’equilibrio di bilancio, per come formulato dall’articolo 81, non si configura quindi come un vincolo soffocante. Le critiche provenienti da certi movimenti politici appaiono banalmente di natura ideologica; non si tratta di una disposizione dettata dai fantomatici cultori dell’austerity. Una corretta comprensione dei principi di gestione della finanza pubblica è fondamentale, specialmente nell'attuale periodo storico. La buona interpretazione della nostra Costituzione è l'imprescindibile punto da cui partire.

 


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