Sandro Gozi, ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con deleghe alle Politiche e Affari Europei (governi Renzi e Gentiloni) è stato eletto all’unanimità Presidente dell’Unione Europea dei Federalisti nel XXVI Congresso (Vienna, 23-25 novembre 2018). Succede a Elmar Brok, membro della CDU e parlamentare europeo (PPE) in un momento in cui la società e il panorama politico europeo sono in pieno fermento e movimento, in vista delle elezioni europee del prossimo Maggio. L’Unità Europea lo ha intervistato su questi temi.


Il panorama delle forze politiche europee mostra una non facile fase di transizione: dai vecchi partiti, ancora nazionali, a nuove forme di aggregazioni transnazionali, forse verso la nascita di formazioni politiche europee strutturate. Lo impone, tra l’altro, la dinamica della lotta politica in vista delle elezioni europee della prossima primavera. In queste circostanze quali saranno le linee-guida dell’UEF?

In mezzo alle difficoltà, abbiamo un vantaggio: la scelta che dobbiamo fare è chiarissima. E in questo contesto, noi federalisti europei dobbiamo assumerci tutte le nostre responsabilità e rinnovare il nostro impegno per la causa europea. Dovremo rivolgerci, con le nostre scelte federaliste, a tutti i partiti politici che si avvicinano alle elezioni europee: proporre loro la nostra agenda federalista per una rifondazione europea, chiedere loro di prendere una posizione chiara su di essa e identificare le priorità politiche attorno a cui promuovere una nuova alleanza per l’Europa nella prossima legislatura europea. Dovremo anche agire come attore civico: dobbiamo sensibilizzare i nostri cittadini europei sull'importanza dell'esercizio del diritto di voto, specialmente i più giovani che votano per la prima volta, con l'obiettivo di fare la nostra parte per aumentare il risultato di maggio 2019, offrendo la nostra cooperazione nei diversi paesi per promuovere iniziative insieme alla Commissione e al Parlamento per spiegare l'importanza delle prossime elezioni europee.

E soprattutto, dobbiamo “collegare i diversi punti”…: agire come federatori delle idee, lavorare per nuove alleanze politiche, favorire l’emergere di veri e propri movimenti politici e civici transnazionali. Da questo punto di vista, dobbiamo lavorare per semplificare e rafforzare strumenti come le iniziative dei cittadini europei, favorire grandi progetti e iniziative civiche europee e rilanciare proposte come le liste transnazionali per eleggere parte dei parlamentari europei. Perché la dimensione europea del civismo oggi è essenziale. E perché le liste transnazionali sono un atto politico e simbolico per “aprire la mente” della politica e dei politici nazionali oltre ad essere l’embrione di veri movimenti europei legittimati dal suffragio universale e diretto.

Nel tuo discorso di presentazione al Congresso di Vienna dell’UEF hai sottolineato un punto importante sul quale si determinerà probabilmente l’orientamento dell’opinione pubblica europea: quello della scelta tra  “apertura o chiusura”. Una scelta che è alla base delle grandi questioni sul tavolo, dall’immigrazione all’economia. Come la scelta europea “dell’apertura” può risultare attraente e vincente per i cittadini?

Il messaggio di Spinelli non è mai stato così forte e così attuale: ormai è accettato da tutti che la nuova linea di divisione politica tra federalismo e nazionalismo, tra progressisti e conservatori, sia sempre più al centro dei dibattiti europei e nazionali. Attenzione, questo è senza dubbio una sfida importante e difficile per chi come noi fa la scelta europea. Ma allo stesso tempo significa anche che ci sono sempre più persone convinte di questa scelta e pronte a mobilitarsi per uscire dallo status quo. Ecco allora perché dobbiamo fungere da catalizzatore delle numerose iniziative pro-europee lanciate dalla società civile: sono molte oggi, da Pulse of Europe a Civico o Volt, per citarne solo alcune. Costruiamo una massa critica civica e politica! Se riusciremo a trasmettere ai cittadini l’idea che la scelta europea è qualcosa che cambia la vita quotidiana di ciascuno di noi, avremo già fatto un pezzo importante di strada.

Non è difficile immaginare che la campagna elettorale europea si giocherà su “le politiche da fare per l’Europa”. Lo impongono la sfida dei nazionalisti, il fallimento delle politiche sull’immigrazione, l’insicurezza che pervade la società europea sia sul versante economico sia su quello strategico-militare. I partiti che si professano europeisti dovranno dare risposte chiare su queste tre questioni cruciali: immigrazione, sviluppo sostenibile, sicurezza. Quali obiettivi, quali parole d’ordine lanciare?

Intendiamoci, la domanda di sicurezza e protezione da parte dei cittadini è legittima. Il problema è che i nazionalisti pensano – erroneamente – di rispondere con la somma di singole sovranità nazionali e di politiche nazionaliste contraddittorie e conflittuali. Noi dobbiamo puntare invece su di un’Europa sovrana e democratica. Questo dopo tutto è l’essenza del federalismo: riprendere la capacità di controllo per assicurare nuovi beni comuni europei e costruire una dimensione transazionale della democrazia senza la quale non avremo né l’Europa democratica e sovrana che ci serve né salveremo le democrazie nazionali. Solo in questo modo l'Europa potrà dare agli europei le risposte che attendono e invocano sulle questioni transnazionali, come l'immigrazione, il terrorismo, il cambiamento climatico, la finanza o le innovazioni digitali. E anche sul bisogno di grandi politiche e progetti per il futuro: industriali, ambientali, culturali, dall’intelligenza artificiali alla lotta contro quei crescenti divari sociali, educativi e culturali che spaccano, frammentano le nostre società. Se vogliamo che l'Europa diventi un vero attore globale e di sicurezza, poi, dobbiamo anche lavorare di più sulla legittimità democratica dell'Unione: le due cose devono assolutamente procedere di pari passo. Senza nuova legittimità democratica, infatti, è impossibile lavorare sull’Europa potenza, di cui però abbiamo assoluto bisogno nel nuovo disordine globale.

In diversi Paesi europei stanno sorgendo molti movimenti della società civile a difesa dell’Europa, dei suoi valori, del suo progetto. È un fatto molto positivo, ci mostra che la maggioranza dei cittadini è ancora favorevole ad una “ever closer Union”. Come coagulare questi movimenti o sentimenti d’opinione attorno ad una piattaforma di rivendicazioni comuni?

Credo che la scelta europea sia già un collante fondamentale. C’è poi un aspetto particolare: questi movimenti civici sono cruciali per andare a intercettare le generazioni più giovani. Le quali sono naturalmente europeiste, ma spesso poco “vocal”. Noi invece dobbiamo lavorare molto sulle giovani generazioni. I Milliennial vivono da europeisti e paradossalmente sono quelli più a rischio proprio a causa delle serie difficoltà del progetto europeo. Rischiano di perdere l’Europa, essendo la generazione che più ha vissuto come europea. Ma anche quella che ha conosciuto e vissuto già, “sulla propria pelle” l’Europa della crisi, delle occasioni mancate, del ritorno degli egoismi nazionali. Sono la generazione che negli ultimi anni ha vissuto soprattutto l'Europa come moltiplicatore di delusioni e di vincoli. Non voglio dire che questa è necessariamente la realtà, ma questo è quello che sentono, questo è ciò che percepiscono. E abbiamo bisogno del loro sostegno. Per questo, la nostra Europa federale deve essere a “misura di cittadino”, cominciando proprio con i diciottenni del 2019....

Hai chiuso il tuo discorso finale al Congresso di Vienna citando la canzone di Frank Sinatra, The best is yet to come. Il senso di quella canzone sta nel dire che ciò che siamo, che abbiamo imparato e ciò che sogniamo deve poter continuare; ma che possiamo farlo solo tenendoci per mano (take my hand). Può essere letta anche come una metafora del cammino e dell’identità che gli Europei devono affermare, per poter dire che “il meglio non è ancora venuto”?

Ho citato Sinatra ma, da appassionato di musica ed ex Dj, anche i Rogue Wave, band americana la cui canzone "What is left to solve?” dovrebbe essere il nostro punto di partenza. Non con la presunzione di avere tutte le soluzioni, ma con il rispetto per il lavoro già fatto e con la determinazione di continuare sulla stessa strada. Lo stesso vale per l’Europa: abbiamo alle spalle 70 anni di pace, qualcosa di incredibile se ci pensiamo, eppure il futuro della Europa è tutto da scrivere. Per questo, abbiamo bisogno di una comunità europea solidale, che si prenda per mano. E per questo, si, ci credo: il meglio deve ancora venire...!

 


Visualizza la mappa delle sezioni MFE Visualizza l'agenda MFE