Il passaggio ad un’economia sostenibile dal punto di vista ambientale non può più essere differito. L’accelerazione del riscaldamento globale e dei suoi effetti devastanti sul clima impongono una forte riconversione dell’economia, a partire dall’utilizzo delle fonti energetiche. Ciò comporterà cambiamenti radicali nel settore della climatizzazione, dei trasporti e anche nello stile di vita. Essi hanno un costo, ma possono essere gestiti se sono compensati sul piano sociale: il netto rifiuto dell’aumento della tassazione sulla benzina in Francia mostra come una riforma del genere può passare solo se produce uno spostamento della tassazione dal lavoro all’ambiente. E se viene pensata e realizzata su scala europea, colpendo anche i prodotti extra-europei ad alta emissione di carbonio nel momento i  cui varcano la frontiera dell’Unione Europea.

Fra le cause dei cambiamenti climatici, che già incidono in misura pesante sulle condizioni di vita di gran parte del mondo, un ruolo rilevante – confermato dagli scienziati riuniti nell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – si deve attribuire alle emissioni di CO2 nell’atmosfera, legate all’uso di combustibili fossili. Per ridurre queste emissioni inquinanti la soluzione più efficiente prevede di utilizzare lo strumento che sul mercato regola l’andamento dei consumi, ossia il prezzo di vendita di un bene. L’Europa dovrà quindi aumentare il prezzo dei combustibili fossili in modo tale che se ne riduca il consumo e, conseguentemente, si riducano le emissioni di CO2.

L’obiettivo di questa politica è far fronte agli impegni assunti a Parigi con l’Accordo sul clima approvato il 12 dicembre 2015. Ma, per evitare una perdita di competitività della produzione europea, è indispensabile che lo stesso prezzo venga fatto pagare anche sui beni prodotti utilizzando combustibili fossili nei paesi esterni all’Unione che non impongano un prelievo analogo, con l’imposizione di un diritto compensativo alla frontiera, di ammontare pari al prezzo che grava sui combustibili fossili utilizzati nel mercato europeo.

Già nel 1992, in vista della Conferenza di Rio sullo sviluppo sostenibile, il Presidente della Commissione europea Delors aveva fatto approvare la proposta di spostare il peso della tassazione dal lavoro all’uso delle risorse naturali, introducendo una carbon/energy tax pari a $10 al barile per frenare le emissioni di anidride carbonica ed utilizzando il gettito per una riduzione dei contributi sociali, al fine di ottenere un doppio dividendo: ambientale (riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra) e sociale (aumento dell’occupazione). È noto che questa Direttiva non è mai stata approvata dal Consiglio.

Dopo anni di silenzio, l’idea di imporre un carbon pricing è stata ripresa dal Presidente Macron nel famoso discorso a La Sorbonne di Parigi. Il Parlamento europeo e la stessa Commissione, nel quadro della discussione e delle proposte per il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (2021-2027) hanno rilanciato il tema delle risorse proprie dell’Unione, di un’autonoma capacità fiscale di Bruxelles per avviare politiche di investimento che aiutino la crescita dal versante della domanda. Più recentemente questi obiettivi sono stati solennemente riaffermati dal Presidente Macron e dalla Cancelliera Merkel nella Dichiarazione di Meseberg del 19 giugno scorso.

Il tema delle risorse dovrà necessariamente essere ripreso - in vista delle elezioni europee del maggio 2019 - dallo schieramento delle forze politiche europeiste, che non potranno limitarsi a chiedere il rispetto delle regole esistenti, ma dovranno impegnarsi a promuovere – nella prospettiva del nuovo Quadro Finanziario Pluriennale – un rafforzamento delle dimensioni del bilancio europeo, per far fronte alle molteplici domande cui l’Europa deve dare una risposta in termini nuovi, in materia di sicurezza interna e esterna, risanamento ambientale, innovazione e nuove tecnologie, occupazione per la forza lavoro esclusa dal processo produttivo a seguito del processo di globalizzazione e nuove forme di welfare multilivello che garantiscano a tutti i cittadini un livello di vita decoroso.

La scelta decisiva da porre al centro di una proposta politica innovativa per le elezioni europee riguarda dunque la carbon tax, che rappresenta lo strumento decisivo per il passaggio ad un’ economia sostenibile carbon free.  L’obiettivo di questo prelievo è di creare un differenziale fra il prezzo dei combustibili fossili e delle energie rinnovabili. Ma, nella misura in cui si ricorrerà ancora, nella fase di transizione, alle energie tradizionali si produrrà un gettito che potrebbe raggiungere i 140 miliardi di euro. Queste risorse dovrebbero essere, in parte, redistribuite a livello nazionale per favorire l’occupazione e ridurre la povertà, abbassando le imposte sul lavoro, in particolare sui redditi più bassi; mentre le entrate derivanti dall’imposizione di diritti compensativi sulle importazioni – che fanno parte delle risorse proprie tradizionali – dovrebbero essere destinate a finanziare un Fondo europeo per la disoccupazione e a sostenere innovazione e nuove tecnologie, oltre a coprire le spese per un rafforzamento della sicurezza interna ed esterna.

Una parte delle risorse potrebbe essere infine destinata a finanziare una nuova Agenzia Europea dell’Energia e dell’Ambiente, per promuovere le energie rinnovabili e combattere il riscaldamento globale. L’Europa potrà inoltre contribuire a finanziare gli investimenti necessari per lo sviluppo di energia solare nei paesi africani, che in questo modo verranno a disporre di elettricità a buon mercato. Si realizzeranno così le premesse per avviare lo sviluppo nei paesi africani mediterranei, sahariani e subsahariani, affrontando finalmente in modo efficace, in uno spirito di solidarietà, il problema del controllo dei flussi migratori.

Questo progetto si potrà realizzare soltanto se lo schieramento delle forze europeiste sarà capace, dopo le prossime elezioni europee, di avviare una profonda riforma istituzionale, in primo luogo legando ai risultati della competizione elettorale la nomina dei membri della Commissione, a partire dal suo Presidente e, soprattutto generalizzando il metodo della votazione a maggioranza, eliminando la pratica paralizzante del diritto di veto. Un’Europa così rinnovata dal punto di vista istituzionale e delle politiche da mettere in campo potrà di nuovo assumere un ruolo di avanguardia negli equilibri internazionali, contrastando con efficacia le posizioni sovraniste grazie a una politica attiva volta a promuovere crescita sostenibile e occupazione, in un quadro di rafforzamento della democrazia.

 

 


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