Lo scorso 1° febbraio gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di sospendere l’INF, cioè l’accordo siglato nel dicembre 1987 dal premier americano Reagan con il presidente dell’URSS Gorbaciov, che proibiva i missili nucleari terrestri di gittata fra i 500 e i 5500 chilometri e che (assieme al trattato sulle armi convenzionali in Europa – il CFE firmato nel 1990, e da cui la Russia si è ritirata nel 2007) costituiva il pilastro fondamentale dell’architettura di sicurezza con cui si era chiusa la guerra fredda. Questa decisione (in cui ha un peso anche l’orientamento anti-multilateralistico del presidente Trump) si basa essenzialmente su due ragioni. Da una parte, secondo il governo americano, la Russia ha violato l’accordo con l’allestimento del razzo Novator (avente una gittata di 450 chilometri, ma che può essere assai facilmente estesa) e deve entro sei mesi dal 1° febbraio (scelta del tutto inverosimile) rinunciare a quest’arma. Dall’altra parte, la Cina è libera di sviluppare i missili proibiti dall’accordo perché non ne fa parte e mette quindi gli Stati Uniti in una posizione di svantaggio.

Al di là di queste motivazioni c’è un dato fondamentale da sottolineare. La corsa agli armamenti, che dopo una attenuazione nel primo decennio successivo alla fine della guerra fredda, è ripresa alla grande e in essa sono coinvolti, oltre a USA e Russia, la nuova grande potenza cinese e praticamente il mondo intero. La decisione del 1° febbraio rappresenta in effetti un grande passo avanti in questo processo nel quale, va sottolineato, rientra anche la crescente capacità di attacchi cibernetici, che potenzialmente hanno capacità più distruttive delle armi ABC e che non sono soggette alla politica di controllo degli armamenti.

Questa corsa agli armamenti avviene nel contesto di una situazione estremamente critica del sistema internazionale, la quale è caratterizzata dall’esistenza di un insieme di sfide che nel loro effetto combinato configurano una minaccia esistenziale per l’umanità. Questa situazione può essere schematizzata riassunta in tre punti.

C’è una sfida della sicurezza che, oltre alla corsa degli armamenti (e alla proliferazione che non si riesce ad arrestare delle ABM), si manifesta nel dilagare delle guerre civili e interetniche, connesse con l’arretratezza e l’instabilità cronica di intere regioni (in particolare il Medio Oriente e l’Africa) e il fenomeno degli stati falliti, e nel terrorismo internazionale. Va sottolineato il nesso fra questo disordine generalizzato e il passaggio dal sistema bipolare a un sistema pluripolare in cui mancano potenze in grado di esercitare una leadership stabilizzatrice. Perciò si parla anche di sistema, che oltre ad essere fortemente conflittuale, è tendenzialmente apolare.

C’è una sfida economico-sociale che si manifesta: nella cronica crisi economico-finanziaria globale, accompagnata da crescenti tensioni sociali in tutte le zone del mondo; nei divari territoriali che – assieme alle situazioni di cronica instabilità e agli squilibri ecologici – producono le emigrazioni bibliche; nel disordine monetario e nelle spinte protezionistiche che fanno arretrare l’integrazione del mercato mondiale. E qui il fattore fondamentale è rappresentato dalla globalizzazione non governata, che ha prodotto un grandioso progresso (miliardi di persone che stanno evolvendo verso standard di vita occidentali), ma che ha prodotto una situazione in cui l’economia e la società stanno assumendo dimensioni sopranazionali globali mentre le istituzioni politiche hanno ancora dimensioni prevalentemente nazionali, data l’incompletezza dell’integrazione europea e la grave debolezza delle organizzazioni economiche globali.

C’è la sfida ecologica – l’aspetto più allarmante è rappresentato dal riscaldamento climatico – che, in mancanza di scelte rapide e radicali in direzione di un modo di produrre e di vivere ecologicamente sostenibile, apre  prospettive catastrofiche per l’umanità. Anche qui il problema cruciale è rappresentato dall’interdipendenza non governata.

Ciò detto, credo che si debba riconoscere che c’è solo una risposta adeguata alla situazione estremamente critica del sistema internazionale, di cui la decisione americana del 1° febbraio è un segnale particolarmente significativo. E questa risposta non può che consistere in un sostanziale progresso in direzione dell’unificazione mondiale, che è estremamente arduo, ma che, data l’inaudita gravità delle minacce con cui si confronta l’umanità, non  solo è imposto dalla ragione ma è reso perseguibile dall’istinto di sopravvivenza.

La via maestra da imboccare è quella della costruzione di un accordo organico fra gli attori politici di dimensioni continentali o subcontinentali, e cioè gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Federazione Russa, la Cina e l’India. Si tratta di procedere in sostanza verso un sistema pluripolare strutturalmente cooperativo. Questa evoluzione dovrebbe avere come fondamentale base di partenza la realizzazione del disegno immaginato da Gorbaciov della Casa comune europea, cioè una organizzazione internazionale di cooperazione sempre più stretta sul terreno della sicurezza e del governo dell’economia fra America, Russia ed Europa, di cui l’OSCE è solo una prefigurazione embrionale. Questo sistema dovrebbe inglobare la NATO ed essere esteso agli altri attori globali. La cornice istituzionale più generale in cui si dovrebbe inserire il pluripolarismo cooperativo dovrebbe essere un decisivo rafforzamento dell’ONU, implicante una riforma su base regionale (nel Consiglio di sicurezza devono sedere, accanto agli attori che hanno già raggiunto una dimensione macroregionale, i raggruppamenti regionali di stati man mano che si stabilizzino e consolidino) e democratica (un’assemblea parlamentare universale, in modo che tutti i popoli siano coinvolti nel governo del mondo).

Solo attraverso la costruzione del pluripolarismo strutturalmente cooperativo sarà possibile rilanciare in grande la politica di controllo degli armamenti e di disarmo, progredire verso il governo della globalizzazione, perseguire effettivamente la pacificazione e la stabilizzazione delle aree regionali arretrate.

Se questa è la linea direttiva portante dell’avanzamento verso l’unificazione mondiale, che oggi è l’unica via di salvezza dell’umanità, occorre ora sottolineare il ruolo determinante che l’Unione Europea, con il sollecito avanzamento verso una federazione in senso pieno, è chiamata a svolgere per la realizzazione del disegno indicato.

Il punto fondamentale da ricordare è che l’Europa ha una vocazione strutturale ad operare a favore di un mondo più pacifico, più giusto ed ecologicamente sostenibile. In sostanza, ha una radicata tendenza ad operare come una “potenza civile”, una potenza cioè che persegue il superamento della politica di potenza. Essendo l’integrazione europea un grandioso processo di pacificazione interstatale nato in seguito ad una esperienza di catastrofica conflittualità, l’Unione Europea è spinta ad impegnarsi a esportare la sua politica integrativa perché, se non si procede verso la pacificazione del mondo è destinato ad essere compromessa la European Way of Life (democrazia liberale, stato sociale, diritti umani, sensibilità ecologica, bassa spesa militare) e quindi lo stesso processo di unificazione europea. La vocazione ad operare come potenza civile è in effetti indicata in modo programmatico nei Trattati e ha un risvolto concreto nel primato dell’UE, nonostante l’incompleta unificazione, per quanto riguarda l’aiuto allo sviluppo ed alimentare, le missioni di pace, il perseguimento dei diritti umani, e nel ruolo fondamentale rispetto ad iniziative quali il tribunale Penale Internazionale e gli accordi diretti a contrastare il riscaldamento globale.

Se ciò è vero, è evidente che la vocazione strutturale dell’Europa potrà manifestarsi in modo incomparabilmente più efficace se alla sua potenza economica si sommerà, con la piena unificazione federale, che comporterebbe una politica estera, di sicurezza e di difesa veramente unitaria (che tra l’altro implicherebbe enormi risparmi), il diventare un attore pienamente globale.

 

 


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