Pochi giorni dopo le elezioni europee, L'Unità Europea ha posto cinque domande a Paolo Gentiloni, Presidente del PD ed ex premier, sulle prospettive politiche, per l'Europa e per l'Italia. Ne è nato un dialogo politico di ampio respiro, sui punti importanti del dibattito politico, europeo e italiano.

1) Con il 26 maggio registriamo due aspetti positivi sul piano europeo: è cresciuta l'affluenza alle urne (salvo che in Italia) e il fronte europeista, sia pur ridimensionato, ha vinto. Ciò significa che i cittadini hanno percepito che il voto per l'Europa era importante e che era necessario schierarsi contro i nazionalisti, non solo sul piano interno, ma anche per determinare la politica europea. Dunque, l'Europa c'è. I temi della lotta politica nazionale (in Italia, i litigi nel governo), hanno dominato, un po' dappertutto, TV, giornali e social media. Ciononostante si è manifestata, nel corpo della società europea, una mobilitazione pro-Europa assai interessante: dal movimento dei giovani per l'ambiente, al mondo cattolico fino ad ampi settori del mondo imprenditoriale e sindacale ci si è interrogati, forse per la prima volta, sul significato e sul progetto europeo. Crediamo che ciò sia importante, per gli sviluppi che possono manifestarsi sul processo di formazione dell'opinione pubblica e della democrazia europea. Qual è la sua opinione al riguardo?

L'Europa, i suoi valori, la sua forza attrattiva si è dimostrata ancora una volta vincente su chi puntava tutte le sue carte sulla paura, sulla disgregazione, sul ritorno a un fosco passato di nazionalismi e di muri. La risposta l'hanno data, chiara e forte, i cittadini europei. Partecipando, andando a votare, mobilitandosi, scegliendo forze europeiste. E se posso permettermi, anche in Italia, dove la vittoria elettorale della Lega è stata più che netta, leggo nel risultato positivo conseguito dal Partito Democratico un segno non solo di resistenza, ma anche di ripartenza. Perfino le forze nazionalpopuliste in Italia hanno dovuto rinunciare alle loro tradizionali posizione antieuropeiste, rimangiandosi il loro passato No Euro, e ingaggiando la battaglia elettorale su un più gestibile cambiamento. Ora, tutti noi auspichiamo e vogliamo un cambiamento a Bruxelles. Ma non nel senso leghista del ritorno a un chiasso di egoismi, ma al contrario verso una Europa più sociale e sensibile al tema ambientale, in cui i problemi di un paese vengano condivisi e risolti insieme, e non ignorati o rispediti al mittente. Per questo sono e resto fiducioso, convinto che la stagione dei nazionalpopulismi che da noi sembra ancora forte comincerà presto a mostrare la sua inconsistenza, la sua scarsa tenuta, la sua inadeguatezza.

2)  Con il Consiglio europeo del 28 maggio è emerso subito lo scontro sulla poltrona più importante, quella del Presidente della Commissione europea. Da diverse parti si contesta il metodo dello spitzenkandidat, erroneamente confuso con il candidato del raggruppamento politico più votato. Il metodo è quello dell'accordo tra i gruppi parlamentari, volto a indicare – tra i vari capilista – quello che è più in grado di coagulare una maggioranza politica capace di esprimere una Commissione coerente con il proprio programma, come in una democrazia parlamentare. Del resto, non mancano certo le divisioni anche tra i governi, in particolare tra quelli che si reggono su partiti nazionalisti o euroscettici, come il nostro o il Gruppo di Visegrad, e quelli che invece si propongono un rilancio dell'unificazione europea. Una particolare responsabilità è oggi nelle mani dei gruppi parlamentari, a cominciare dai Socialisti e Democratici, che possono divenire il baricentro dell'accordo. Qual è la posizione del Partito Democratico su questo punto?

Il bilanciamento geografico è sempre andato assieme all'equilibrio tra le grandi famiglie europee che sono uscite vincenti, anche se con qualche fatica, da questa tornata elettorale. Credo anzi che da questa debolezza delle famiglie tradizionali, a vantaggio del buon risultato di liberali e verdi possa venirne un bene: quello cioè di uscire da una certa ingessatura e dalla nascita di un confronto e di una contaminazione tra culture, esperienze, famiglie, che non può che fare bene all'Europa. Il punto, dunque, non è tanto se la figura dello spitzenkandidat sia lo strumento più efficace a fotografare i nuovi equilibri dell'Unione. Ma se da questo confronto tra le famiglie e, se vogliamo, anche tra Europa del Nord e Mediterraneo possa nascere un fronte europeista ancora più vitale, ancora più attrezzato a respingere l'offensiva ideologica dei nazionalismi, del populismo egoista, delle interferenze di altri paesi nella vita democratica europea.

3) L'Italia ha sempre avuto, storicamente, un ruolo peculiare nel processo di unificazione europea: puntare al rafforzamento delle istituzioni comunitarie, per non subire la logica del direttorio franco-tedesco.  Quando l'Italia è assente in Europa (come avviene con l'attuale governo), emerge inevitabilmente la tendenza verso soluzioni intergovernative, che la penalizzano ulteriormente. Non è dunque possibile far passare il messaggio è più utile per l'Italia avere istituzioni europee forti e democratiche (aumento dei poteri del Parlamento e una Commissione autonoma rispetto ai governi) piuttosto che essere assenti e pensare di battere i pugni sul tavolo?

In questo ultimo anno, purtroppo, i passi indietro del nostro Paese sulla scena europea ed internazionale costituiscono un danno che richiederà molti anni per essere recuperato e sanato. Siamo fuori dai giochi, siamo fuori dai vertici, autoisolati nella nostra insensata corsa a cercare alleanze con l'Ungheria o la Polonia piuttosto che con i nostri partner naturali, Francia e Germania. Il protagonismo spagnolo è legato non solo alla dinamicità di un grande paese come la Spagna e alla leadership di Pedro Sanchez, ma anche al nostro indebolimento, alla nostra assenza. Pensate soltanto a un fatto: a nome di chi, di quale famiglia europea, di quale parte della sua rissosa coalizione il nostro Presidente del Consiglio potrà avanzare le sue proposte al tavolo dei partner europei? In nome di chi vuole allearsi con Orban o di chi sta con Farage? Non c'è niente di più indigeribile per me poi della retorica dei pugni sul tavolo che porta con sé quella del cappello in mano. Siamo un grande paese, tra i fondatori di Europa: quando abbiamo fatto la nostra parte abbiamo ottenuto quello che ci spetta nel consesso europeo, senza bisogno di minacciare intemerate ad uso delle telecamere dei nostri tg. Penso alle decine di miliardi di flessibilità che abbiamo garantito negli scorsi anni, lavorando sodo e senza flettere i muscoli. Purtroppo oggi si preferisce quella retorica, ma rischiamo così facendo che non avremo più neanche il tavolo al quale batterli, quei pugni.

4)  Pensando a un'Italia europea, un punto molto critico è rappresentato dal Mezzogiorno d'Italia e, in generale d'Europa. Si tratta di aree che continuano a presentare una frattura storica rispetto al Nord Europa. È possibile pensare a una rinascita di queste aree, ad esempio sulle frontiere della ricerca e dello sviluppo tecnologico, anche al fine di favorire lo sviluppo di ceti sociali interessati al buon governo locale e continentale (condizione per spezzare anche l'intreccio politica-malaffare)? Quale grande ruolo potrebbe giocare l'area meridionale d'Europa nella prospettiva di un Piano per l'Africa? Non possono essere questi gli assi di un nuovo sviluppo, italiano ed europeo? Per superare anche l'asfittica e vecchia combinazione tra assistenzialismo, detassazione e sforamento dei vincoli europei?

Assolutamente, è questa la direttrice del nostro impegno e della nostra proiezione. Per essere all'altezza della nostra importanza in Europa, mediterraneo e Africa sono necessariamente il nostro spazio di azione. Penso non solo al tema migratorio, ma anche all'economia, considerando quanto pesi in termini di PIL tutta la fascia dei paesi mediterranei, Spagna, Portogallo, Francia, Grecia. Al governo abbiamo dedicato molti sforzi a lavorare con i paesi africani, pensando al delicato dossier libico, ma anche al tema della cooperazione, della lotta al terrorismo. Mi dispiace vedere che si sia fermato quello sforzo e gli effetti che questa impasse sta portando e scaricando sull'Italia, sempre più sola. Lo stesso vale nei rapporti con gli altri paesi del Mediterraneo, e non cito il ridicolo braccio di ferro inscenato dal nostro governo con la Francia per carità di patria. Smargiassate che poi si pagano, e salato, in termini di collaborazione, di credibilità internazionale, di solidità del Paese.

5)  La nuova legislatura del Parlamento europeo potrebbe essere una "costituente" di fatto, occorrerà dare risposte a grandi temi che sono rimasti irrisolti: la questione migratoria (come gestire in comune la frontiera esterna e i flussi migratori); lo sviluppo (quali risorse per alimentare la transizione verso la sostenibilità ambientale); la difesa europea (quali fondi per favorire un'industria militare europea). Tutti problemi che finiscono su un punto politico decisivo: come porre fine al potere di veto degli Stati sulla fiscalità e la sicurezza, e come reperire risorse finanziarie "proprie" dell'Unione. Quali sono le sue opinioni al riguardo?

E' un dibattito che ha una storia spesso troppo pesante, tanto pesante da averne spesso pregiudicato il futuro. Per lavorare su questi nodi, che sono il futuro del nostro comune lavoro europeo – ambiente, sviluppo, difesa – c'è bisogno di molta pazienza e capacità di ascolto. Le proposte ci sono, talvolta sono anche a buon punto di maturazione. Ma egoismi e la volubilità politica spesso fanno naufragare i tentativi più generosi e il lavoro fatto. Occorre avere uno sguardo nitido, non lasciarsi scoraggiare e cercare interlocutori, piuttosto che farci a cazzotti come fa il nostro evanescente governo. Il dialogo è la strada obbligata non solo per un'Europa che cresce, ma anche per un'Italia che voglia fare i suoi interessi.

 


 


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