Le riflessioni sul voto di tre elettrici raccolte durante la campagna del MFE per le elezioni del Parlamento europeo.

E’ colpa dell’Europa?

Fiduciosamente europeista, nonostante le severe critiche a questa Europa, in particolare quando una selvaggia austerità ha colpito la Grecia (…).Non dimentichiamo la forte lezione che la Grecia ci ha dato. Enormi sofferenze, ma dignitosamente in piedi. E poi anche, in questi anni, l’assenza di una politica condivisa di fronte a un fenomeno epocale che sarà di lunga durata. Bambini, donne e uomini in fuga dai loro paesi, per ragioni di sopravvivenza, non per ragioni turistiche, come qualche voce irresponsabile e beffarda ha avuto il coraggio di dire.

Se l’Europa che avremo dopo il 26 maggio non affronterà con intelligenza e sguardo lungo questo passaggio storico, correrà il rischio di passare alla storia molto male (…).  Il Parlamento europeo ha un ruolo portante. Nessuna decisione è assunta, se il Parlamento non l’approva. Ma ci sono due debolezze politiche. Il Consiglio europeo è composto dai capi dei vari Governi e procede solo con l’unanimità. Non è democrazia. Un’anomalia che dovrà essere superata. Il “popolo” europeo non ha una Costituzione. La Francia, con spirito nazionalista, la fermò, con un referendum popolare. Il popolo francese ha compiuto, a suo tempo, un grave errore, come il popolo britannico con la Brexit. Non sempre il popolo ha ragione (…)

L’Europa è stato il più grande progetto politico dell’età contemporanea. All’Europa sono rivolte critiche di eccesso burocratico, a volte fondate. Ma la Commissione europea, che ha il compito di applicare le leggi approvate dal Parlamento, è composta da politici, non da burocrati. E, come sempre, la responsabilità è in capo alla politica, bella o brutta che sia. Non vanno poi dimenticate le responsabilità dei singoli Stati che fanno parte dell’Europa. Il bilancio europeo non è fatto di grandi numeri, perché gli Stati nazionali conferiscono poco. Ma i contributi sono molto ridistribuiti, come ben sanno Irlanda, Ungheria, Spagna, Portogallo, che ne hanno tratto grande vantaggio. Anche il nostro Sud ha ricevuto molti contributi. Sono stati sprecati o non utilizzati. E’ colpa dell’Europa?

E l’Europa sociale? Molte competenze, come quelle riguardanti il lavoro, i singoli Stati – guarda caso – le hanno volute tenere per sé. Recentemente il Parlamento europeo ha approvato una mozione per il salario minimo garantito. Di questa mozione poco si è parlato. Di Europa, anche i giornali, parlano poco e male.  Ma è su questa strada - diritti civili, politici e sociali da tenere insieme - che l’Europa dovrà andare, per continuare ad essere una civiltà che ha fatto tesoro dei tragici errori del Novecento.

Non abbiamo la Costituzione europea. Prima o poi dovremo pur averla, se vogliamo essere “popolo”, garantito nelle sue differenze e nelle sue libertà. Ma il Trattato di Lisbona e la Corte Europea di Giustizia hanno reso l’Europa il più grande spazio del mondo di libertà e di diritti civili e politici. Non dimentichiamolo.

Maria Paola Patuelli (da un dialogo con Gianfranco Pasquino, Ravenna, 24 maggio 2019)


Disinteresse dei giovani?  Un Erasmus per tutti.

Come studentessa liceale vedo che l’Europa ha dato la possibilità a molti giovani di viaggiare, studiare e lavorare all’estero, grazie all’abbattimento delle frontiere, alla moneta unica, alla possibilità di spostarci liberamente in tutti gli Stati dell’Unione, con una facilità impensabile per i nostri genitori.

Dal 1987, tre milioni di studenti hanno studiato in un altro Paese grazie al progetto Erasmus. Dal 2014 al 2020 l’Europa stanzierà più di 14 miliardi di euro per consentire ai giovani europei di studiare, fare tirocinio, esperienza e volontariato all’estero.  Cinque anni dopo la laurea il tasso di disoccupazione dei giovani che hanno studiato o fatto tirocinio all’estero è il 23% in meno rispetto a chi non ha fatto questa esperienza. Sono numeri che fanno riflettere su come per l’Europa noi giovani siamo una risorsa preziosa, su cui ha deciso di investire concretamente.

Eppure c’è qualcosa che non torna. I dati statistici dicono che i giovani sono i più grandi sostenitori dell’Europa. Ma nonostante tutto quello che l’Europa ci dà, la maggior parte dei miei amici è poco interessata a sostenerla. Persino in un momento storico in cui alcuni di questi privilegi che l’Europa ci ha dato potrebbero esserci tolti, a seconda  dei risultati delle elezioni del 26 maggio.

Forse i miei coetanei non si interessano perché ancora non possono votare. Forse pensano che non competa loro, che possano delegare gli adulti. O forse danno tutto quello che hanno per scontato.

Io penso che il vero problema sia la comunicazione.  Quello che l’Europa fa, i risultati che ottiene non arrivano ai giovani. E in questo silenzio le uniche voci che si sentono belle forti sono quelle che parlano alla pancia e alla paura delle persone.

Allora mi/vi chiedo se non sia necessario inventare un nuovo modo per parlare ai giovani. Per coinvolgerli.

A scuola, prima di tutto. La scuola che ho scelto mi impegna per intere giornate nella traduzione di brani di latino e greco. Non è previsto uno spazio dedicato all’approfondimento di temi come l’attualità e la politica. È lasciato alla buona volontà dei singoli professori. Forse i programmi scolastici sarebbero da riformare?

E poi c’è la solidarietà. Un tema che potenzialmente interesserebbe molti. Le ONG europee, che operano in sostegno della pace, della cooperazione e della solidarietà anche verso gli altri popoli, potrebbero coinvolgere di più i giovani nei loro progetti?

E ancora: l’Erasmus è ricco di opportunità, anche per noi liceali. Ma non lo sfruttiamo perché resteremmo indietro nel programma scolastico. Eppure sarebbe un’esperienza unica per vivere sulla nostra pelle il bello dello scambio, dell’apertura all’altro. E se lo rendessimo obbligatorio nelle scuole? Parte integrante dell’offerta formativa?

E ancora: l'età minima per candidarsi alle elezioni europee è di 18 anni nella maggior parte degli Stati membri; (….) in certi Paesi è maggiore, ad esempio in Italia (25 anni). Questo non ci aiuta a sentirci più coinvolti. Forse si potrebbe agire anche qui?

Per finire: noi giovani non leggiamo i giornali e non guardiamo nemmeno la televisione. Usiamo instagram. E allora non solo i contenuti, ma anche il linguaggio va cambiato, se volete arrivare al nostro cuore. Forse dovremmo, anche nel discorso politico, rivalutare la forza delle immagini.

È vero che il 26 maggio io e i miei coetanei non potremo votare, ma tra cinque anni il nostro voto conterà perciò vorrei che il parlamento europeo si riempisse di persone appassionate e competenti, che raccolgano  ciò che di buono è stato fatto finora, lo migliorino e lo sappiano raccontare in modo appassionato ai giovani, facendo sentire che la loro partecipazione (il loro voto) può davvero migliorare la qualità della democrazia e della loro vita.

Bianca Quadrelli (da un suo discorso del 18 maggio a Gallarate, con Antonio Padoa Schioppa)


L’ona verde che può spingere l’Europa

Due sono le certezze, o quasi, che emergono da queste ultime elezioni europee: da una parte, la maggioranza dei cittadini europei, con il loro voto, si è espressa a favore dell’Europa unita; dall’altra i risultati ci pongono di fronte a uno scenario inedito, destinato inevitabilmente a scompaginare gli equilibri all’interno delle istituzioni europee. Perdendo quei consensi che avevano sempre garantito la maggioranza assoluta alla coalizione composta da popolari e socialisti, i due gruppi dovranno dialogare con Liberali e Verdi, le uniche forze europeiste che hanno ottenuto più voti rispetto alle scorse elezioni, passando rispettivamente da 68 a 105 e da 52 a 67 deputati.

(…) una vera e propria “onda verde” si è diffusa capillarmente in quasi tutta Europa. In Germania, dove i Grünen, con il 20,6%, hanno scavalcato l'SPD, diventando il secondo partitol; in Francia, un Paese dove si impone come primo partito il Rassemblement National di Marine Le Pen, a sorpresa i Verdi si piazzano al terzo posto,. Analoga situazione in Gran Bretagna, dove i Verdi, con l’11,6% dei voti, scavalcano al quarto posto i conservatori.(…).

A fronte di questi risultati, il messaggio lanciato dai cittadini alle urne è forte e chiaro: sì a un’Europa che sappia rispondere meglio ai bisogni dei cittadini europei, affrontare con più efficacia le grandi questioni che abbiamo dinanzi e uscire da quell’immobilismo responsabile dell’avanzata delle forze nazionaliste.(…)  La questione ambientale e la lotta, non più rimandabile, ai cambiamenti climatici, è uno di questi, se non il più importante. (…) Soprattutto fra le giovani generazioni, è la traduzione più politica di un moto d’opinione pubblica sempre più consapevole dell’importanza vitale di questa battaglia. Una battaglia che travalica le tradizionali divisioni tra destra e sinistra (…) che abbraccia l’idea dello sviluppo economico nell’ottica della sostenibilità. In questo senso, la transizione energetica dal carbone alle fonti rinnovabili, con il traguardo dell’azzeramento delle emissioni al 2030 rappresenta il punto cardine del programma, che prevede un Green New Deal, finalizzato a governare questo passaggio epocale attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro e l’inclusione sociale. L’attuazione di questo programma renderebbe l’Europa leader globale dell’economia circolare, spingendo nella direzione di un ruolo pienamente politico dell’UE nello scacchiere mondiale. Ecco perché la battaglia per il clima assume un significato che va al di là di questa specifica istanza e perché il successo dei Verdi non solo rappresenta un segnale di discontinuità a favore di un’Europa più unita e giusta, ma sarà verosimilmente in grado di portare nuova linfa al progetto europeo.

Francesca Torre - Genova

 

 


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