L’onda ambientalista, di cui la giovane Greta Thunberg è il volto noto, probabilmente non si manifesterà in Italia con un partito verde di successo, ma di sicuro nei prossimi anni sentiremo parlare molto di responsabilità sociale d’impresa e fattori ESG.

L’attenzione alla sostenibilità ambientale è oggi l’aspetto più dibattuto della responsabilità sociale d’impresa, ma evidentemente è per molti versi indissolubile anche dalla responsabilità verso i dipendenti e la comunità. Ambiente, risorse umane e comunità sono accomunati dal fatto che sono allo stesso tempo un vincolo, ovvero una fonte di rischi e costi, ma anche opportunità. Si confrontano con la responsabilità sociale d’impresa soggetti pubblici, istituzioni dell’Unione Europea comprese; grandi aziende; banche; investitori grandi e piccoli; consumatori.

Dalla fine degli anni settanta gli economisti si dividono tra fautori della responsabilità sociale d’impresa e coloro che, come Milton Friedman, sostengono che un’impresa che rispetta le leggi non ha altra responsabilità che pagare dividendi agli azionisti. Tuttavia fino ad oggi nei casi migliori la responsabilità sociale d’impresa è rimasta ancorata ad un approccio filantropico, nei casi peggiori è stata uno strumento di pessimo marketing. E’ stato addirittura coniato il neologismo greenwashing per definire la condotta di imprese che raccontano la loro sensibilità ambientale per camuffare i danni ambientali che producono.

Eppure le aziende possono creare ricchezza per gli azionisti anche con un atteggiamento proattivo segnatamente alle variabili ESG

  • Spesso posizionarsi a cavallo tra la legalità e l’illegalità segnatamente alle variabili ambientali obbliga nel lungo periodo a corrispondere risarcimenti miliardari. Il disastro nel Golfo del Messico del 2010 è costato alla British Petroleum 4,5 miliardi di dollari; Dieselgate è costato alla sola Volkswagen diverse decine di miliardi di euro.
  • Fondi d’investimento e fondi pensione sempre più selezionano i loro investimenti non solo esclusivamente sulla base del rendimento; si stima che i giganti del risparmio che investono solo in società sostenibili dal punto di vista ambientale amministrino risparmi per oltre 30.000 miliardi di euro.
  • L’apprezzato governatore di Bank of England Mark Carney sostiene da tempo che fondi pensione ed assicurazioni si devono battere contro il cambiamento climatico per evitare un futuro in cui saranno messi in ginocchio da risarcimenti miliardari
  • I grandi operatori economici, a partire dai big oil, hanno ragione di preoccuparsi di un efficiente uso delle risorse naturali per evitare il loro esaurimento
  • Una gestione non conflittuale dei rapporti con i sindacati e un coinvolgimento dei dipendenti nella gestione dell’impresa potrebbe creare valore nel lungo periodo
  • Le crescenti disuguaglianze reddituali e il precariato potrebbero diventare una questione di sostenibilità.

Quindi la responsabilità sociale è nemica del dividendo nel breve periodo, ma può diventare sua amica nel lungo. La corporate social responsability farà un salto di qualità solo quando verranno fissati criteri generalmente accettati per misurare i suoi costi e i suoi benefici, soprattutto in termini di rischi della gestione delle variabili ambientali, sociali e di governance.

L’Unione Europea è senza dubbio l’ente sovrano che più negli ultimi anni ha fatto per la tutela dell’ambiente: si pensi all’adesione agli accordi di Parigi, al pacchetto sull’economia circolare del 2015 e al pacchetto aria pulita del 2013; fare il salto dalla tutela dell’ambiente alla più ampia responsabilità sociale d’impresa è impresa ben più ardua.

La direttiva 95 del 2014 recepita in Italia a fine 2016, ha stabilito l’obbligo per società quotate, banche assicurazioni, ed enti pubblici e privati con certe dimensioni di pubblicare la cosiddetta informativa non finanziaria, ovvero ha stabilito l’obbligo di relazionare su una precisa lista di questioni

  • Il rispetto dell’ambiente
  • Il rispetto delle convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, l’applicazione di contratti collettivi, le condizioni di lavoro, il dialogo sociale e i diritti dei lavoratori compreso quello ad essere informati sulle scelte dell’azienda
  • i diritti umani e la lotta contro la corruzione attiva e passiva;
  • l’uguaglianza di genere

Le società destinatarie della direttiva devono descrivere le politiche adottate, i risultati ottenuti, i rischi manifestatisi e quelli potenziali.

Altro grande passo in avanti, seppure sia ancora un insieme di principi generali che richiedono poi provvedimenti attuativi, è una comunicazione della Commissione del marzo 2018 che prende il nome di piano d’azione per finanziare una crescita sostenibile. La rivoluzione copernicana del piano consiste nell’individuare nel sistema finanziario, e soprattutto nei capitali pazienti – si pensi a fondi e alle compagnie di assicurazione – quei soggetti che hanno le potenzialità e l’interesse a traghettarci verso un’economia sostenibile e caratterizzata da una visione di lungo periodo.

 Il piano della Commissione ha tre finalità: 1) riorientare gli investimenti verso una crescita sostenibile; 2) gestire il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse, il degrado ambientale e le questioni sociali; 3) promuovere la trasparenza e la visione a lungo termine. La Commissione ha quindi l’ambizioso obiettivo di affrancare i top manager dalla schiavitù dai risultati del piano triennale e stabilisce una roadmap di ben dieci azioni tra cui si annoverano, ad esempio: a) obblighi per le imprese: la tassonomia sulle attività sostenibili con particolare attenzione al cambiamento climatico; il rafforzamento sull’informativa non finanziaria; b) interventi per orientare alla sostenibilità dei mercati finanziari: modifiche alla Mifid; obblighi  per chi diffonde rating ed analisi di mercato; una chiara definizione di investimenti verdi, a partire dai bond; c) interventi volti a promuovere una maggiore stabilità e consapevolezza degli intermediari finanziari, si pensi ai requisiti di capitale di banche ed assicurazioni; d) interventi volti a riorientare la spesa pubblica della Commissione e degli Stati su progetti sostenibili.

A febbraio 2019 il Parlamento Europeo e il Consiglio hanno raggiunto un accordo per definire due indici di riferimento per basse emissioni di carbonio, un indice di transizione climatica ed un indice specializzato che allinea i portafogli di investimento con l’obiettivo della conferenza di Parigi.

La direttiva 95 ed il piano di azione vanno nella giusta direzione, tuttavia la transizione ad un’economia sostenibile si realizzerà se i mercati impareranno a valutare i rischi di lungo periodo che gravano sulle imprese che trascurano la sostenibilità sociale e ambientale.

Vi sono in conclusione ancora importanti passi da fare da parte dei soggetti pubblici (nazionali ed europei):

  • devono definire di concerto, con le organizzazioni professionali, regole per dettagliare meglio gli obblighi per adempiere alle richieste della Direttiva 95. Servono principi contabili per l’informazione non finanziaria. Servono soprattutto modelli per quantificare il costo, in termini di rischio, di un’inadeguata gestione delle variabili ambientali, sociali e di governance
  • devono disegnare, di concerto con la comunità finanziaria, sistemi di retribuzione che spingano il top management ad una prospettiva di lungo periodo. Se una parte considerevole dei bonus e delle stock option dei top manager fosse per esempio monetizzabile solo diversi anni dopo l’uscita dall’azienda probabilmente il sistema verrebbe spinto verso una prospettiva di lungo periodo e verso la sostenibilità.

Fattori ESG. Cosa sono?

I fattori ESG rappresentano le opportunità e i rischi connessi alla responsabilità sociale dell’impresa; con tali variabili si deve confrontare chi fa business per creare valore in modo sostenibile per gli azionisti e per la comunità.

E come Environmental. La E rappresenta le questioni ambientali, locali, quali lo smaltimento dei rifiuti o globali, quali le emissioni ed il cambiamento climatico.

S come Social. La S rappresenta il modo di relazionarsi dell’impresa con lavoratori, sindacati, clienti, fornitori e comunità; abbraccia questioni che vanno dall’applicazione del contratto collettivo al rispetto dei diritti umani nel caso di imprese che operano in paesi in via di sviluppo.

G come Governance, La G attiene all’assetto che si da un’impresa per prevenire illeciti e corruzione a proprio beneficio; per gestire il gap salariale e per garantire la rappresentatività dei consigli di amministrazione a partire dal gender balance.

 

 


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