Dopo l'articolo di Alberto Majocci, pubblichiamo un'intervista a Maco Cappato, anch'egli promotore dell’Associazione per una carbon tax europea.

Cinquant’anni fa (1968) fu fondato il Club di Roma dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei insieme a scienziati, attivisti dei diritti civili e leader politici. Traeva origine dalla pubblicazione del famoso “ Rapporto sui limiti dello sviluppo” del 1972 secondo il quale la crescita economica non poteva continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta. Dobbiamo però giungere alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015 per avere il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale, volto a limitare l'aumento del riscaldamento globale ben al di sotto di 2°C. Oggi la sensibilità sull’ambiente è cresciuta. Come s’inserisce la proposta della carbon tax in questo discorso e quali sono le vostre principali richieste?

La capacità della politica di difendere l’umanità dai disastri ambientali non è purtroppo cresciuta. Il riscaldamento globale non è l’unico problema, ma è quello che più di ogni altro travalica i confini nazionali e i confini generazionali, rendendo ancora più evidente l’impotenza di una politica centrata sullo Stato nazionale e sul breve periodo. Per rispondere all’allarme lanciato in modo sempre più accurato e deciso dagli scienziati coinvolti dalle Nazioni unite è necessario intervenire sia sulle emissioni che sulla crescita della popolazione. Nel dibattito sul clima raramente si ricorda che il primo fattore mondiale che ha determinato la crescita di inquinamento e emissioni è il boom demografico su scala mondiale. Su questo, la nostra richiesta è di assicurare a tutte le donne nel mondo il rispetto del loro diritto alla salute riproduttiva, con la doppia conseguenza di rispettarne la libertà e di disinnescare la bomba demografica. Per quanto riguarda le emissioni, la nostra idea non è nuova: dare un prezzo minimo alle emissioni di co2, partendo da 40 euro per tonnellata e arrivando a 100 entro il 2030. E’ fondamentale però farlo davvero...e farlo su scala europea!

Nell’Unione europea è stato adottato un sistema (ETS), che impone a circa 11.000 imprese ad alta intensità di consumi energetici (produzione di energia elettrica, acciaio, alluminio, carta, vetro ceramica etc.) di acquistare “permessi d’inquinamento” corrispondenti a un volume via via ridotto di emissioni consentite. Come la vostra proposta consente di modificare il sistema in base al quale un’impresa paga per poter inquinare?

Il sistema ETS è positivo, ma troppo blando. La nostra proposta non mira a sostituirlo, ma a integrarlo: si fissa un prezzo minimo, che può essere raggiunto combinando il prezzo degli ETS -nei settori ai quali si applica. con il valore della tassa, fino ad arrivare alla  quota prefissata.

La carbon tax sembra non molto popolare in Francia: la rivolta dei gilet jaunes è scoppiata per protestare contro la Carbon Tax proposta dal governo Macron.  Di fronte ad una “politica della responsabilità” (verso il futuro e verso l’ambiente) la gente scende in piazza in una guerra civile al ribasso, fatta di rabbia e furore. Come spiegare al ceto medio che, pensando solo all’interesse immediato, sta massacrando se stesso, il pianeta e il futuro dei propri figli?

La questione fondamentale è quella dell’utilizzo che si fa dei soldi raccolti con la tassa. Non si può soltanto fare leva sullo spirito civico delle persone, o sulla loro sensibilità ambientale. Questo è certo molto importante, ma quando si parla di interessi economici, bisogna intervenire anche su quel piano. Va messo in piedi un meccanismo che garantisca una pari riduzione delle tasse sul lavoro per i redditi più bassi. In questo modo, la tassa non è solo ecologica, né solo liberale (in quanto rispettosa dei meccanismi di mercato) ma anche sociale, a vantaggio di categorie economicamente più deboli, che dunque non avrebbero più ragione di ribellarsi.

La vostra proposta è basata sul principio di tassare le emissioni e detassare il lavoro: uno scambio tra ciò che ci penalizza (aumento del prezzo del carburante) e ciò che si guadagna (riduzione delle tasse sui redditi più bassi e detassazione del lavoro). Un esempio di politica della responsabilità. Può funzionare?

Il carburante per uso privato in Italia è già molto tassato, e credo che i margini più ampi di intervento siano sulle emissioni industriali. Detto questo, se si evitare di aumentare la pressione fiscale il riequilibrio dell’imposizione fiscale a favore del lavoro e dell’ambiente ha ottime possibilità di successo. Il tema è di portata globale: il pianeta è di tutti, ed è dunque giusto che chi consuma risorse ambientali ne paghi un prezzo che sia a un tempo stesso di incentivo al risparmio energetico e di indennizzo per il consumo di un bene comune.

La carbon tax dovrebbe poter essere applicata anche al di fuori dell’Europa (l’aria non ha confini). E l’Unione Europea potrebbe assumere la leadership mondiale contro il riscaldamento globale. Come la vostra proposta può rappresentare un primo passo in questa direzione?

Per evitare di aprire la strada a una concorrenza sleale da parte di imprese che emettono C02 gratis fuori dalla UE per poi importare nella UE prodotti a costo più basso, è necessario prevedere delle tariffe sulle importazioni derivanti da processi produttivi non sottoposti a un prezzo minimo per le emissioni. In questo modo, , il prezzo minimo imposto dalla UE si imporrebbe di fatto come standard mondiale, influenzando il costo delle emissioni anche in altre aree del pianeta.

 


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