In relazione al fluire del tempo, la morte di una persona blocca e può rendere eterno il suo ricordo. Questo a maggior ragione quando muore una persona giovane, che ha un’ampia riserva di futuro davanti.

Se poi il futuro di questa persona, soggettivamente, si intreccia col futuro possibile di una grande comunità – un futuro positivo, bello, di pace e fratellanza – la sua morte diventa un evento da cui non si può più prescindere, che fa la storia di quella comunità. La morte di Antonio Megalizzi, così tragica e terribile, ad opera di un terrorista, suo coetaneo e schierato su posizioni opposte alle sue, è qualcosa che entra nella storia del divenire faticoso dell’unità europea. E “un'Europa libera e unita", è ciò che volevano Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni quando, a metà del 1941, in piena guerra mondiale, scrissero il Manifesto di Ventotene, la cui conclusione era che “la via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà!”

La dimensione ideale e la grande utopia di un’Europa unita, per cui lavorava Antonio, è ciò che, pur nella durezza dei tempi, può scaldare i cuori e dar senso alla nostra esistenza, individuale e collettiva.
Questo è vero per tutti, ma in particolare per i giovani, i quali hanno tanto futuro davanti e che, proprio per questo, hanno responsabilità enormi, in un mondo che si incattivisce sempre di più e rischia, su diversi piani, di implodere, di rinunciare ad una prospettiva di fratellanza e di progresso.

Dobbiamo far sì, tutti quanti, che la lezione che Antonio ci ha dato non sia cosa di pochi giorni, ma che duri nel tempo. La sua passione ideale e civica non va dimenticata, ma diventi un che di condiviso e praticato
da tutti, qualcosa che torni ad appassionare positivamente la vita della nostra comunità.

Antonio, col suo sorriso e la sua disponibilità, era stato un mio allievo al Liceo Rosmini di Trento. Questa volta – maledettamente – in cattedra è andato lui, con un esempio di vita che si intreccia, inscindibilmente, col grande ideale europeo di cui si era innamorato.

Loris Taufer, docente di Antonio al Liceo Rosmini di Trento
 

Non europeisti, non giornalisti, non eroi: cittadini europei

Nel tentativo di elaborare il lutto di Antonio Megalizzi e Barto Pedro Orent-Niedzielski, ci si è concentrati molto sul loro attivismo europeista e soprattutto sulla loro passione per il giornalismo, cogliendo anche l'occasione per polemizzare sulla precarietà dei giovani ai primi passi nel settore. Ma forse c'è qualcosa di più profondo. I nostri amici non sono stati uccisi per le loro attività di reporter radiofonici, e nemmeno perchè militanti politici dell'ideale europeo: il terrorista – che non merita di essere ricordato col suo nome – ha cacciato e assassinato dei cittadini europei. Questa espressione, queste due parole, bisogna ripassarle nella nostra mente e meditarle. Cittadini europei: una categoria sociale e culturale la cui identità, nel dramma di oggi, non è data da ristrette identità geografiche o religiose, ma dall'adesione a un complesso di valori fondamentali, umani, che si realizzano nella libertà, nella convivenza e nel confronto civile col diverso. Questo è ciò che è stato preso di mira e colpito nei mercatini di Natale, a Strasburgo, l'11 dicembre. L'Europa non è una piccola tribù in guerra con altre e non ha perciò bisogno di “eroi”, una parola che non useremo perché è falsa, una mistificazione che toglie anziché aggiungere. Ma c'è un'altra parola, altrettanto pesante, che invece merita di essere presa in considerazione, perché porta con sé un paradosso e una nemesi. Il terrorista religioso, uccidendo gli altri e facendosi uccidere, aspira a diventare “martire”. Contro di lui c'è una giustizia che è anche una beffa: nella mitezza dei loro cadaveri, sono le vittime a diventare i veri martiri – martiri laici, è bene sottolinearlo – umilmente e al di fuori di ogni retorica cerimoniale. Nel senso etimologico e più proprio del termine, quello della “testimonianza”: i nostri morti, le vittime del terrorismo, sono e rimarranno testimoni (in greco antico μάρτυροι) della nostra fragilità e allo stesso tempo della nostra forza, cioè dei nostri valori che incarniamo senza fanatismo, con la semplicità di una cosa normale e indispensabile, nel nostro vivere quotidiano di cittadini europei.

Francesco Barbaro - Isernia
 

In memoria di Bartek, artista e attivista cosmopolita

La sera stessa, dopo aver saputo che Bartek era stato coinvolto nell’attentato di Strasburgo, ho contattato una nostra comune amica che vive A Strasburgo per avere notizie più precise. Mi disse che le sue condizioni erano gravi ed era già stata dichiarata la morte cerebrale. Pochi giorni dopo è arrivata la notizia del decesso. Mi ero preparato a riceverla, ma nondimeno sentii una grande tristezza.

L’ho conosciuto personalmente nel 2011 durante il servizio volontario europeo al Foyer de l’Etudiant Catholique (FEC), residenza universitaria non molto distante dai luoghi dell’attentato.  Bartek era molto attivo, stava imparando 8 lingue (tra cui l’italiano). Le lingue non erano però la sua unica passione. Conduceva altre attività nell’associazionismo e nella scena musicale strasburghese. Il suo dinamismo e la sua curiosità ci lasciano un’eredità culturale e umana degna di nota. 

Ricordo i nostri dibattiti che spaziavano dalla musica alla politica. Come quando cercò di convincermi, senza successo, che Mélanchon potesse rappresentare, in Francia, le sue posizioni pro-Europa e di natura estremamente progressiste.  Ripensandoci in questo momento, mi chiedo quanto sarebbe stato interessante ascoltare le discussioni fra lui e Megalizzi, l’altra giovane vittima dell’attentatore che non avevo il piacere di conoscere, in merito al futuro dell’Europa.  Purtroppo, non ne avrò più la possibilità.  L’ultimo incontro nel mondo fisico risale al 2012. Ci siamo incontrati per caso in un piccolo negozio di libri usati, non lontano dal museo d’arte moderna di Strasburgo. Era un appassionato lettore e collezionista di libri vecchi.

Bartek aveva una natura splendida e lo dimostrano anche le sue azioni durante l’attentato. Lui e Megalizzi sono riusciti a rallentare l’attentatore, salvando così altre vite. Mi piace pensarli come due eroi europei.  Le mie riflessioni sulla morte e la perdita di Bartek hanno riportato alla mente dei pensieri di amici. Mi son ritrovato a riflettere sulla mia consapevolezza di vivere in guerra da ormai qualche tempo. Per quanto remota, con la morte di Bartek si è palesata davanti a me la consapevolezza che io e le persone che amo potevamo trovarci a Strasburgo qualche settimana fa. Potevo essere io. Ma si va avanti lo stesso. Si deve andare avanti lo stesso.

Un mio amico ha scritto qualche giorno prima dell’attentato che “democrazia e liberalismo in un mondo di 7 miliardi di abitanti, interconnesso economicamente, sempre più densamente urbanizzato vuol dire meno sicurezza personale, identitaria, economica. Se la gente vuole sicurezza rinunci alle prime due o al resto”.  Anche se l’Europa si evolvesse in senso federale, non cancellerebbe la questione della sicurezza internazionale. Rischi e insicurezze continuerebbero ad esistere.  Chiudersi a riccio nei nostri stati-nazionali e rinunciare alla nostra libertà di movimento per una parvenza di illusoria sicurezza non è comunque una soluzione auspicabile, si tratterebbe di una mera parvenza di sicurezza! Non credo che Megalizzi e Bartek avrebbero auspicato una soluzione di questo genere.

Erano entrambi convinti sostenitori dell’Europa. Per quanto ingiuste, le loro morti possono essere riempite di senso solo riscattandone le idee e la tenacia che entrambi ci hanno lasciato. Erano entrambi conoscitori dell’Europa e consapevoli che per vincere la guerra al terrorismo la direzione da prendere si riflette nella capacità di restare uniti in un Europea libera e federata.

Caro Bartek, ovunque tu sia ti auguro buona fortuna. Noi continueremo a combattere anche per te! Un giorno ci rivedremo e ti porrò domande che anni fa non avrei neanche immaginato.

Luca Alfieri - Parma
 

Come noi

L’11 Dicembre, a Strasburgo, hanno ammazzato cinque persone. Cinque persone di età e culture diverse, ammazzate da un odio senza un senso.

Non rivedersi in loro è difficile, e per la nostra generazione - quella di chi ora è in GFE - non rivedersi in Barto Pedro Orent-Niedzielski e Antonio Megalizzi è praticamente impossibile. Chi li ha conosciuti li descrive come due ragazzi con una passione da portare avanti, talmente forte da non badare troppo ai sacrifici che a loro costavano. Erano “due di noi”, di quella generazione di vagabondi nati con l’Europa Unita e cresciuti con lei, che non bada alla nazionalità di chi ha intorno e che si sente a casa in tutto il Vecchio Continente.

Barto e Pedro non erano militanti MFE e non vogliamo certo appropriarci della loro memoria. Sentiamo però il bisogno di rendere loro omaggio, di esprimere la nostra solidarietà ai loro cari, e di ricordare a tutti - in primis, a noi stessi - che le nostre battaglie, in fin dei conti, si riconducono a un concetto semplice. In varietate concordia: costruire una grande casa comune in cui chiunque creda nella pacifica convivenza fra i popoli possa sentirsi a casa, e in cui tragedie come queste non possano più accadere.

Francesco Castelli - Lecco
 

L’Insieme Umano

L’assassinio di Antonio Megalizzi e Barto Pedro Orent-Niedzielski, detto Bartek, mi ha ricordato quello di una martire involontaria, Jo Cox, che mi sembra ora più attuale rispetto a quando è accaduto.

Jo Cox era una politica determinata non in modo caparbio e ostinato, come se lei sola detenesse la verità assoluta e la soluzione a tutto, ma aveva invece ideali solidi che manteneva aperti al confronto con gli altri, cosa non scontata oggigiorno. Parteggiava per l’Unione, lottava per un’Europa unita, aveva un marito, dei figli, una casa, insomma era una donna normale ma con delle idee. Il 16 giugno 2016 nel pomeriggio a Bristall, vicino a Leeds, è stata uccisa, assassinata, anzi sarebbe più corretto dire che è stata trucidata, perché se spari tre volte ad una donna per poi iniziare a colpirla con un coltello da caccia non vuoi solo ucciderla, ma essere certo della sua morte, farla soffrire, sfigurarla, toglierle quei tratti che la rendevano umana, ciò che la rendeva uguale a te. Ma perché? Come si può provare così tanta rabbia e così tanto odio? Ma soprattutto com’è possibile che una persona qualunque possa essere uccisa per ciò che pensa? Ma d’altronde la storia è sempre andata così: si fa la guerra contro chi ha una religione diversa, contro chi ha una razza diversa, ora anche contro chi ha delle idee diverse dalle tue. Questo perché proviamo tanto odio, rabbia, rancore, non siamo sereni, noi uomini del XXI secolo, che abbiamo così poco da dire e così tanto da perdere, sì tanto, abbiamo troppo, forse è per questo che odiamo tanto: abbiamo paura che ci portino via quello che abbiamo. Abbiamo paura che l’unione, la condivisione, la libera circolazione delle idee (penso al progetto della radio europea di Antonio e Bartek) ci portino via quello per cui noi nel nostro piccolo abbiamo lottato.

Forse è proprio la paura di perdere tutto che ci blocca, che ci impedisce di unirci.

Uno degli ultimi post di Jo Cox la ritrae su un gommone con la sua famiglia durante una regata tra europeisti ed isolazionisti mentre impugna un cartello con scritte due sole lettere ‘IN’. Due lettere che hanno più significato di intere frasi. IN ha il significato di combattere in un gruppo, con gli altri, non da soli.

Jonathan Safran Foer in Ogni cosa è illuminata parlando dell’insieme umano scrive “…i Rittisti e gli Scompigliati si unirono per sollevare la sinagoga e spostarla entro i Tre-Quarti Umani facendoli diventare, se pure per un’ora soltanto, l’Insieme Umano”.

Bianca Quadrelli - Gallarate
 

 

 

 


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