Nella nuova legislatura del Parlamento europeo una priorità generalmente riconosciuta è rappresentata dall’esigenza di mettere a punto un’agenda per gestire gli interventi strutturali necessari per uno sviluppo sostenibile dell’economia europea, in particolare per far fronte al problema drammatico dei cambiamenti climatici. Non è un caso se, dopo il notevole successo dei Fridays for Future promossi da Greta Thunberg, il gruppo dei Verdi si è affermato nelle recenti elezioni in molti paesi europei, e appare quindi in grado di condizionare fortemente il programma di lavoro della nuova Commissione e del nuovo Parlamento.

In particolare, si tratta di stabilire con chiarezza gli obiettivi di un Green New Deal, di cui ormai si discute apertamente nel dibattito politico. È evidente che, in primo luogo, si tratta di affrontare il problema sempre più incombente di limitare le emissioni di CO2. Gli accordi di Parigi del 2015 sono stati importanti in quanto hanno coinvolto 195 paesi, che si sono impegnati a fissare programmi nazionali di limitazioni delle emissioni compatibili con il mantenimento dell’incremento della temperatura ben al di sotto di 2°C. Tuttavia, questi accordi presentano gravi limiti in quanto, al di là dell’inadeguatezza dei programmi nazionali presentati rispetto alla possibilità di conseguire l’obiettivo fissato, rimangono scarse le risorse disponibili.

Dopo l’intervento di Macron alla Sorbona del settembre 2017 si è diffusa l’idea che anche in Europa sia necessario accompagnare gli strumenti di mercato, come i permessi negoziabili di inquinamento, con strumenti fiscali, e in particolare con un carbon pricing commisurato alla quantità di carbonio incorporata nei combustibili fossili, che preveda anche un’imposizione di pari ammontare alla frontiera sulle merci importate, in modo da gravare anche sulle emissioni relative alle merci provenienti da paesi che non prevedano un prezzo per il carbonio. E questa idea è stata ripresa nel discorso di investitura al Parlamento europeo della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Ma la strategia da mettere in atto deve risultare più articolata. In realtà, è necessario che il prezzo imposto sulle emissioni debba essere sufficientemente elevato, per dare un segnale al mercato che si intende procedere con determinazione verso un superamento dell’uso di combustibili fossili, e che questo prezzo venga poi gradualmente aumentato fino a raggiungere il livello fissato come obiettivo, in modo da consentire gli aggiustamenti resi necessari dal più elevato costo dell’energia. Ma, al contempo, con il carbon dividend ottenuto imponendo un prezzo sul carbonio si dovranno perseguire altri due obiettivi importanti: garantire l’equità sociale e sostenere la transizione ecologica.

Per raggiungere questo insieme di obiettivi un comitato internazionale ha depositato un’Iniziativa dei Cittadini Europei, già approvata dalla Commissione europea con una Decisione entrata in vigore il 22 luglio scorso, che prevede un prezzo fissato per il 2020 pari a €50 per tCO2 e destinato ad aumentare di €10 ogni anno, per raggiungere un livello pari a €100 nel 2025. Ma questa iniziativa deve essere inquadrata in un progetto più ampio di riforma fiscale, che investa sia il lato delle entrate che della spesa.

La manovra deve innanzitutto essere impostata sulla base del principio della revenue neutrality, in quanto le entrate dovranno essere riciclate nell’economia, anche per evitare un impatto macroeconomico negativo. Da questo principio seguono poi altre innovazioni importanti nella struttura fiscale europea, in quanto il carbon dividend legato all’aumento del prezzo dei combustibili fossili dovrà essere destinato a una riduzione del prelievo sui redditi più bassi, e in particolare sui redditi da lavoro, al fine di compensare il maggior onere che grava sulle famiglie più povere e garantire l’equità sociale della manovra. Ma, al contempo, dovrà essere utilizzato per avviare il processo di una transizione virtuosa della struttura economica verso l’obiettivo di un’economia carbon free e fortemente competitiva in un mercato globalizzato.

Questo processo è impegnativo e costoso. Per conseguire l’obiettivo di uno sviluppo europeo sostenibile - anche dal punto di vista sociale -, si dovranno introdurre riduzioni di imposta per le famiglie e le imprese che avviano programmi di efficientamento energetico (riconversione delle strutture edilizie per risparmio energetico, sfruttamento dell’energia solare, utilizzo di mezzi di mobilità sostenibile), e, al contempo, sostenere gli investimenti necessari per la creazione di infrastrutture adeguate (trasporti pubblici eco-compatibili e a basso costo, rinnovamento della struttura urbana, rilocalizzazione delle attività produttive al fine di ridurre i costi dei movimenti casa-lavoro), e finanziare programmi di ricerca e sviluppo finalizzati a garantire il passaggio dal fossile all’energia rinnovabile in tempi brevi e con costi sopportabili, senza incidere negativamente sui processi di crescita e sul livello di benessere della popolazione.

Questo Green New Deal, che investirà tutti i livelli di governo a partire dal livello europeo, dovrà  rappresentare il fulcro del programma della nuova Commissione e del nuovo Parlamento, sfruttando il carbon dividend non soltanto per fornire nuove risorse al bilancio europeo - in particolare, grazie al gettito del diritto compensativo prelevato sulle importazioni, che rappresenta già una risorsa propria (senza una riforma dei Trattati, in quanto si tratta del gettito di un diritto doganale) e che potrebbe garantire entrate annuali pari a €26,2 miliardi nel 2020 (per salire a 52,5 mld. nel 2025) -, ma anche per avviare una profonda riforma della struttura della finanza pubblica europea che accompagni le trasformazioni strutturali destinate ad avviare l’economia europea sul sentiero di uno sviluppo sostenibile e di una più forte capacità di competere sul mercato mondiale.

Il problema del bilancio rappresenterà in effetti il primo e più rilevante tema che l’Unione europea dovrà affrontare nella nuova legislatura. Non solo perché è in gioco l’approvazione del Quadro Finanziario Pluriannuale, ma soprattutto perché i problemi che l’Europa ha di fronte – che vanno  dal controllo delle frontiere esterne alla politica di partenariato con l’Africa, alla transizione ecologica e all’innovazione e all’economia digitale, nonché al sostegno degli investimenti di lunga durata, compresi gli investimenti sociali, e alla valorizzazione della cultura - richiedono un impiego di risorse che supera largamente le attuali disponibilità di bilancio dell’Unione.

In primo luogo, si tratta di avviare una trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità in un Fondo Monetario Europeo (con una comunitarizzazione della sua struttura e della sua operatività), capace di garantire la stabilizzazione dell’economia dell’area nel caso di shock esogeni. In secondo luogo si tratta di creare una fiscal capacity dell’eurozona attraverso le disponibilità di vere risorse proprie finalizzate alla politica di riforme e di convergenza tra i Paesi membri: in questa mission potrebbero rientrare, ad esempio, proposte già a suo tempo avanzate dai federalisti e oggi presenti nel dibattito europeo, quali, ad esempio, l’assegno europeo di disoccupazione. La linea di bilancio relativa all’eurozona, proposta dalla Commissione e dal Parlamento nella scorsa legislatura e in discussione nel Consiglio, può rappresentare un primo passo in questa direzione. Importa relativamente la sua dotazione iniziale, ciò che conta è l’affermazione del principio di una fiscal capacity dell’Eurozona. Questa linea di bilancio, sia dal lato delle entrate sia della spesa, dovrà essere gestita da un Ministro delle Finanze inserito all’interno della Commissione e sottoposto al controllo del Parlamento europeo, avviando così la transizione verso un assetto federale del bilancio europeo.

La gestione multilevel di questo carbon dividend consentirà dunque una profonda rimodulazione del sistema fiscale, spostando l’onere della tassazione dal lavoro e dal reddito d’impresa verso l’uso di combustibili fossili. Una parte delle entrate verrà destinata a livello nazionale per misure dirette a promuovere l’occupazione e a contrastare i livelli di povertà, abbassando le imposte sul lavoro, in particolare sui redditi più bassi e riducendo i contributi sociali su imprese e lavoratori. La parte che affluirà al bilancio dell’Unione sarà destinata a promuovere gli investimenti destinati allo sviluppo tecnologico dell’economia europea e, in generale, per favorire la transizione ecologica accompagnata dall’equità sociale. In definitiva, con l’introduzione di un carbon pricing si potrà avere una prima vera risorsa propria destinata a finanziare il bilancio europeo e si potrà avviare al contempo un Green New Deal destinato a promuovere una transizione ecologica capace di sostenere una nuova fase di sviluppo dell’economia, accompagnata da un forte impegno per l’equità sociale, attraverso la riduzione delle diseguaglianze fra paesi e favorendo una redistribuzione dei redditi a favore delle classi più disagiate.

 

 

 


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