L'alternativa di fronte alla quale si trovano gli europei dell'Eurozona è evidente e il commento di Jean Quatremer è a questo proposito emblematico e merita di essere letto, Euro: le fédéralisme ou l'éclatement!

 

Secondo Beda Romano (IL SOLE 24 ORE, VERTICE UE STRAORDINARIO SULLA GRECIA - pag.17, 16-07-11), la ritrosia tedesca ad accettare di percorrere soluzioni europee più coraggiose, ritrosia ribadita ieri dal ministro Schauble sul Westdeutsche Allgemeine Zeitung in vista del prossimo vertice convocato per salvare la Grecia, nasce prima di tutto dalla consapevolezza del Governo tedesco che “l’Unione europea è ancora una confederazione di Stati sovrani, non una vera e propria federazione”. Da qui l’opposizione tedesca all’idea di creare obbligazioni europee (eurobonds): “Sarebbe un errore in questa situazione” ha ribadito Schauble per conto del governo tedesco.

Un fatto è certo. L’euro e l’Europa non si salveranno se si darà ascolto agli apprendisti stregoni. Questi sono oggi di due tipi: gli “esperti” economisti che pretendono che si creda a tutte le elucubrazioni che propinano parlando ex cathedra; i politici che giocano apertamente e spudoratamente la carta nazionalista.

“L’ULTIMO CAMPO DI BATTAGLIA”

PER SALVARE L’EURO E PER FARE DAVVERO L’EUROPA

 

Com’era prevedibile, anche l’Italia è entrata nel mirino della speculazione internazionale. Ma a causa del peso e della dimensione che, nonostante tutto, ha ancora la sua economia, a differenza della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo e perfino della Spagna, essa non potrà contare molto sull’aiuto europeo ed internazionale per mettersi al riparo dal giudizio dei mercati internazionali. Questo significa che d’ora innanzi la sua classe politica, le sue istituzioni, la sua opinione pubblica dovranno dar prova di grande senso di responsabilità e di grande capacità nel contenere il più possibile il costo del debito. Non è infatti immaginabile che, qualora la situazione peggiorasse ulteriormente, l’Italia possa venire aiutata ricorrendo ai meccanismi e attingendo alle risorse creati in ambito europeo per far fronte alle crisi di paesi il cui debito, come quello greco, per esempio, è circa un quinto di quello italiano. D’altra parte, se il fronte italiano della crisi non terrà, non solo l’euro, ma l’intero progetto europeo cadrà ed un ciclo storico si chiuderà.

Se l’Italia è dunque diventata, come ha titolato nei giorni scorsi il quotidiano La Repubblica, “l’ultimo campo di battaglia” per salvare l’euro e l’Europa, è però cruciale far luce non solo su come e con quali strumenti finanziari combattere, aspetto questo sul quale esiste già un’ampia gamma di proposte tecniche, ma soprattutto su qual è l’obiettivo strategico da perseguire: l’unità politica dell’Europa. Solo una volta fatta chiarezza su quest’ultimo punto si potrà infatti ragionevolmente pensare di mobilitare forze e di raccogliere consensi su determinate politiche piuttosto che su altre.

Quando si considera lo stato delle cose in Europa oggi, ormai occorre che la politica compia quello che Jean Monnet negli anni Settanta del secolo scorso non aveva esitato a definire “uno specifico atto creatore”. Infatti, “la Commissione economica europea, il Consiglio, l’Assemblea, la Corte”, come scriveva Monnet nelle sue memorie, “sono certamente un modello pre-federale, ma non ancora i veri organi di una Federazione politica europea che nascerà con uno specifico atto creatore che richiederà un nuovo trasferimento di sovranità … A questo punto bisognerà inventare qualcosa di nuovo”. Qualcuno potrebbe osservare, e a ragione, che rispetto a quegli anni l’Europa ha ormai un Parlamento europeo eletto direttamente, una Banca centrale europea ed una moneta. Ma, come la crisi che stiamo vivendo dimostra quotidianamente, questi successi non sono evidentemente bastati e non bastano a unire gli europei. L’unità politica dell’Europa è del resto proprio quanto chiedono, consapevolmente o no, coloro i quali in questi giorni attraverso appelli, commenti, raccomandazioni ai governi e alle istituzioni europee denunciano le contraddizioni di una moneta senza Stato, l’assenza di un’unione fiscale e di una politica economica europee, l’inadeguatezza delle risorse del bilancio europeo e la sua ri-nazionalizzazione. Tutti fatti questi ben riconoscibili anche dagli osservatori esterni all’Europa. Non più tardi dell’8 luglio, l’ambasciatore cinese presso l’Unione


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