Le elezioni politiche del 4 marzo.

I  risultati delle elezioni politiche del 4 marzo hanno provocato un vero e proprio terremoto nel panorama politico italiano, di cui non sono ancora chiari gli esiti in termini di formazione di un governo, ma di cui è chiarissimo il significato. Esce sconfitta duramente la classe politica che in questi ultimi sei anni si è impegnata a governare l’Italia, cercando di riportarla sulla rotta europea, oltre che fuori dalla crisi economica. Il voto, che non si può e non si deve leggere come anti-europeo in quanto tale, è stato comunque un mandato dato dalla maggioranza dei cittadini italiani alle forze che non si pongono nel solco della tradizione europea, e tantomeno europeista (basti pensare alla loro collocazione nei gruppi all’interno del Parlamento europeo), ma che fanno riferimento a famiglie politiche estranee alla cultura liberale e socialdemocratica occidentale, e che sono spesso in contrapposizione con i suoi valori; e soprattutto forze che hanno indicato agli elettori scelte di politiche di governo, in tutta una serie di campi, che sono incompatibili con il quadro dell’Unione europea.

In attesa di capire l’evoluzione della situazione nazionale, e di vedere gli effetti – sicuramente pesanti in termini di disponibilità verso forme di maggiore unione e solidarietà – che il voto italiano produrrà negli atteggiamenti dei partner europei, come federalisti abbiamo innanzitutto il dovere di cercare di capire questo voto, per poter preparare la nostra azione nel nuovo contesto.

L'Europa non ha mai fatto fino in fondo i conti col nazionalismo, pensando che bastasse far avanzare il processo di integrazione europea per vederlo scomparire dalle opzioni politiche. La  netta vittoria delle forze populiste e nazionaliste nelle elezioni italiane rende ora urgente sciogliere una volta per tutte quel nodo, creando un'Europa sovrana, unita, democratica.

Il nazionalismo è un'idra dalle molte teste. Si può presentare col volto truce del fascismo, del nazismo e del razzismo, ma anche con quello più rassicurante dell'interesse nazionale, dell'amor di patria, del primato sulle altre nazioni. Sconfitto nelle espressioni più odiose e rivoltanti con cui si era manifestato nella prima metà del Novecento, nell'immediato dopoguerra lo si è lasciato sopravvivere nelle sue varianti più moderate, rendendolo compatibile con i sistemi liberal-democratici dei risorti Stati nazionali. Durante i decenni della guerra fredda questo tacito compromesso ha consentito di realizzare una crescente integrazione tra gli Stati dell'Europa occidentale e nello stesso tempo di mantenere in vita delle sovranità nazionali in realtà ben limitate dalla preponderante potenza politica, militare ed economica degli USA.

Con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell'equilibrio bipolare il nazionalismo, prima compresso all'Ovest e represso al'Est, ha risollevato le sue teste ed ha cominciato a mostrare anche quelle meno presentabili. Ci si è illusi che i rimedi potessero essere la rinuncia alla sola sovranità monetaria da parte di un nucleo di Paesi e l'allargamento alle nuove ed incerte democrazie nate sulle ceneri dell'impero sovietico. Con una serie di trattati – da Maastricht  a Lisbona – si è così tentato di mettere in piedi un nuovo equilibrio capace di reggere alle sfide che il Vecchio Continente si trovava ad affrontare.

Sono bastati il ripiegamento degli Stati Uniti in chiave nazionale dopo un velleitario tentativo di governo unipolare del mondo ed una globalizzazione economico-finanziaria che ha sconvolto e sconvolge tutte le gerarchie tra Stati, aree geografiche, classi e ceti per rivelare la fallacia di quelle illusioni e permettere all'idra nazionalista di mostrarsi orgogliosamente e spudoratamente all'est come all'ovest, al nord come al sud.

La netta vittoria delle forze populiste e nazionaliste nelle elezioni politiche italiane, dopo molti altri segnali che andavano nella stessa direzione, non può essere derubricata ad incidente di percorso. E' il cuore del progetto europeo che viene messo in discussione. L'Italia non è il Regno Unito. E' uno dei Sei fondatori, il Paese di Spinelli, De Gasperi ed Einaudi, la terza economia e la seconda manifattura dell'Eurozona. Tutto questo le ha assegnato in alcuni momenti un ruolo propulsivo, ma le può conferire anche un potere distruttivo che sarebbe ingenuo sottovalutare.

Prima la Francia e poi la Germania sembrano aver compreso che non è più il tempo delle mezze misure. Bisogna tagliare tutte le teste dell'idra ed il solo modo per farlo è costruire un'Europa sovrana, unita, democratica.

Verona, 5 marzo 2018

 

 

Le elezioni nazionali del 4 marzo non saranno determinanti solo per stabilire quale governo potrà entrare in carica nel Paese, ma anche per capire quale sarà la posizione europea dell’Italia. Il Movimento federalista europeo, consapevole che di tutti i temi che attraversano il confronto elettorale, quest’ultimo è, alla prova dei fatti, il più cruciale per il nostro futuro, ha deciso di chiedere ai candidati di sottoscrivere un impegno preciso sull’Europa. Questo impegno riguarda sia le scelte in politica nazionale, che devono essere coerenti con il percorso europeo del paese, sia le riforme che servono all’Europa e che l’Italia deve saper sostenere attivamente.

Le proposte di riforma dell'Unione monetaria predisposte sia dalla Commissione europea, sia dal Ministero delle Finanze italiano riguardano temi su cui è importante sviluppare, come Movimento federalista europeo, una posizione chiara, per riuscire a trasmettere un messaggio preciso alla classe politica, sempre incerta sui temi europei.


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