Logo dell'azione Meet your MEPsNell'ambito della campagna Meet your MEPs promossa dall'UEF e delle iniziative dell'Osservatorio sulla politica europea dell'Italia, venerdì 28 novembre si è teuta a Milano, presso l'Ufficio del Parlamento europeo in Corso Magenta 59, la tavola rotonda sul tema  "La road map delle quattro unioni e il ruolo del Parlamento europeo".

L'incontro è stato presieduto da Franco Spoltore, segretario generale dell'MFE, che nel suo intervento ha richiamato le ragioni dell'incontro con riferimento al semestre di presidenza italiano, all'esigenza di dare riposte alla crisi dell'eurozona e al discorso che Mario Draghi ha pronuncitao a Helsinki il 27 novembre.

Sono seguiti gli interventi di Massimo Bordignon (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), Luca Lombi (dipartimento Internazionale Cisl Lombardia), Brando Benifei (parlamentare europeo di S&D), Domenico Moro (MFE), l'intervento di Domenico Moro su Un Fondo Europeo di Solidarietà per promuovere un Social Security Act europeo e un programma di investimenti con Imprese Comuni Europee).   Qui l'ntervento di Domenico Moro su Un Fondo Europeo di Solidarietà per promuovere un Social Security Act europeo e un programma di investimenti con Imprese Comuni Europee.

Massimo Bordignon ha affermato di temere un lungo periodo di recessione per l'area euro, o, in alternativa, una frattura traumatica dell'euro. Il problema non sono le soluzioni tecniche, ma è politico ed economico. La crisi ha impatti diversi nell'area euro, e ha accresciuto la sfiducia tra Stati e verso le istituzioni europee. La gestione della crisi è stata pessima, tanto che Italia e altri paesi del sud vivono la più lunga recessione mai conosciuta nella loro storia. Nell'opinione pubblica monta l'euroscetticismo, e il rischio che qualche paese stacchi la spina è concreto e drammatico. Il punto è che la soluzione è l'unione politica. Le istituzioni europee non sono di tipo federale e non sono adatte a governare l'unione monetaria - già sono insufficienti per il mercato. Si è costruita una federazione a metà e questa non funziona. La crisi poteva avere una funzione maieutica, ma così non è stato, e ora agisce come elemento di divisione. Sono infatti stati fatti passi avanti con i vari meccanismi (Twopack, Sixpack, ecc.), ma insufficienti quando non sbagliati (come il fiscal compact). La divisione tra Stati sta crescendo e la prospettiva è che debba passare molto tempo, troppo, prima che la crisi (che sta continuando e si sta allargando) diventi allarmante per i paesi del nord Europa e quindi che si accetti di mettersi nell'ottica dell'unione politica per superarla. B. è sospettoso anche sulle proposte di Schaeuble che, concretizzandosi solo in una proposta di potere di veto della Commissione sui bilanci nazionali, è insostenibile in questo momento e risulta inaccettabile in linea di principio.
Sul piano economico la soluzione sarebbe semplice: serve un mix di politiche espansive, monetarie ed economiche. B. intravvede due possibilità come proposte: 1) dare risposte sul piano economico consentendo ai paesi del sud di realizzare politiche più espansive in cambio di cessioni di sovranità; 2) mettere in comune le politiche (immigrazione, difesa) per operare risparmi, anche creando dei fondi con risorse proprie ad hoc. Per quanto riguarda il reperimento di risorse al livello europeo, ci sono molte ipotesi di tassazione e devoluzione dal livello nazionale a quello europeo, inclusa una tassa sulle banche.
B. esprime invece molti dubbi sulle proposte dei meccanismi di solidarietà, perché implicano una redistribuzione che al momentonon viene accettata.
Il punto fondamentale è iniziare a discutere del modello istituzionale di cui ha bisogno l'Europa.  La revisione dei trattati è necessaria, anche se il modello federale al momento non sembra accettabile. La proposta di Unione di Stati avanzata da Fabbrini (rafforzamento del ruolo dei governi nazionali e del Parlamento Europeo, con potere di iniziativa legislativa e riforme per collegare la governance dell'euro con istituzioni europee riformate) avrebbe invece maggiori possibilità di successo.

Per Luca Lombi il piano Juncker va bene come primo passo, ma è ancora insufficiente: prevede tempi lunghi (sarà operativo nel 2015 avanzato) e prevede poche risorse. Una preoccupazione del sindacato è che le riforme strutturali necessarie per gli Stati del sud siano realizzate tagliando i diritti, in particolare nel mondo del lavoro: l'esempio spagnolo dimostra che queste misure sono inefficaci per far ripartire l'economia e producono rigetto verso l'Europa. La stessa questione delle quattro unioni non deve far dimenticare il problema dell'Europa sociale, che, insieme alla prospettiva dell'unione politica, sembra scomparsa dall'agenda. La CISL sostiene la visione federale, ma ritiene anche che l'Europa debba garantire una uniformità di diritti (incluso un livello del salario minimo per evitare il dumping sociale). Anche sui negoziati per il TTIP il sindacato è contrario se non viene messa sul tappeto anche la questione dei diritti dei lavoratori, che negli  USA sono meno garantiti che in Europa. Infine, se il federalismo significa unione nella diversità, la diversità non deve essere di livelli di tutele, diritti e opportunità sociali. Il sindacato vuole un'Europa diversa, vuole che l'uscita dalla crisi risolva la questione della disoccupazione e crei lavoro di qualità, vuole una nuova politica industriale che poggi su un modello sostenibile, vuole che aumenti la giustizia sociale.

Per Brando Benifei la debolezza delle istituzioni politiche europee è confermata dal fatto che le uniche scelte "forti" sono state fatte dalla BCE, mentre gli Stati si paralizzano a vicenda, cercando e riuscendo a trovare, se va bene, solo compromessi al ribasso. La stessa divisione secondo linee nazionali si rispecchia nei gruppi dei partiti europei. Proprio sulle questioni economiche e sociali e su quella istituzionale le differenze sono davvero forti. L'avanzamento della unione economica e politica, che possono solo andare in parallelo, è molto controversa. Il primo punto è che l'approfondimento dell'unione può solo avvenire nel quadro dell'eurozona. Anche in questo ambito le differenze nord/sud però sono molto forti: la questione dello scorporo degli investimenti dal deficit, piuttosto che il problema dell'immigrazione è sentito in modi radicalmente diversi.
Sul piano Juncker il dato positivo, su cui si deve lavorare, è l'apertura di una piccola breccia nel campo della fiscalità, insieme alla questione politica del rapporto tra Commissione e Parlamento Europeo, che rafforza il ruolo di entrambe le istituzioni.
La Commissione mantiene un controllo sull'utilizzo dei fondi (i piani di investimento saranno europei) riducendo molto la discrezionalità dei singoli Stati e il ruolo del Consiglio Europeo. I fondi che arrivano nel Fondo di garanzia saranno gestiti direttamente dalla Commissione, anche se non è chiaro il peso che avrà il PE in tutto questo.
Un terreno importante su cui il PE può lavorare, oltre a quelli indicati da Bordignon, è quello delle politiche per il welfare europeo, che è anticamera e leva dell'unione economica. Nell'ambito dell'eurozona ci sono asimmetrie (reddito minimo, salario medio, garanzie, ecc.) che bisogna cercare di sanare (esempi: un'indennità europea con un fondo ad hoc, un meccanismo, con un fondo ad hoc, per favorire e governare la mobilità, che va anche incontro alle paure che nascono dal "welfare shopping"). La convergenza dei sistemi economici all'interno dell'euro, è una questione che deve essere affrontata con l'obiettivo di mitigarla per aprire la strada all'unione politica.

Per Domenico Moro il problema prioritario, oggi, è l'unione fiscale. Questa ha due declinazioni: il conferimento a livello europeo del potere di imposizione fiscale oppure la ripartizione del gettito di un'imposta importante decisa in comune dai parlamenti nazionali e da quello europeo. Questa seconda sembra una strada più percorribile, vista la natura storica dell'Unione. Anche per quanto riguarda la questione del piano di sviluppo europeo, il punto di riferimento deve essere il New Deal americano che ha costituito uno dei momenti di formazione e consolidamento della identità federale americana. Il New Deal di Roosvelt si rivolgeva ai cittadini americani e finanziava progetti federali (non degli Stati) strategici per far ripartire l'economia in settori capaci di trainare un nuovo ciclo economico. In questa ottica il piano Juncker è meglio di niente, ma oggi la vera sfida che l'Europa deve saper superare è quella della solidarietà tra i cittadini, che diventa la ragion d'essere dell'euro. Oggi le forze si schierano non più tra destra e sinistra, ma tra pro e contro euro. Per non far crescere il fronte euroscettico, bisogna attivare forme di solidarietà. Moro avanza due proposte: 1) un fondo europeo di indennità per la disoccupazione (con un ammontare limitato - sul modello federale degli USA - e fatta evitando di cadere nel rischio della transfer union); 2) un'impresa comune europea per avviare la capacità di realizzare politiche economiche europee e investimenti europei, invece di finanziare progetti nazionali. Entrambe le iniziative possono essere inizialmente finanziate con forme di tassazione comune come la tassa sulle transazioni finanziarie (TTF).

 


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