Sebbene ci siano spinte centrifughe in tutta l'Unione europea che cercano di mettere in discussione il processo di integrazione e il suo sviluppo, allo stesso tempo è possibile rilevare un desiderio di partecipazione da regioni del continente che ancora credono nel sogno europeo e vedono in ciò il proprio orizzonte. Giunge dai Balcani occidentali questa spinta propulsiva, proprio da quei Paesi che negli ultimi vent’anni hanno continuato a bussare alla porta per poter essere “ammessi a Bruxelles”. 

Il 24 marzo il Consiglio dell'Unione, riunito nella formazione Affari esteri, ha ufficializzato il nullaosta per l'avvio dei negoziati di adesione per la Repubblica d'Albania e la Repubblica della Macedonia del Nord, anche se non è ancora stata individuata la data dell'inizio delle trattative. Questo importante segnale politico arriva dopo due anni di piccoli passi avanti e grandi passi indietro. Per raggiungere questo primo traguardo infatti è stato necessario soddisfare alcune richieste da parte di quei paesi più restii a permettere l'ingresso dei due stati balcanici. In particolare, nell’ottobre del 2019 il presidente francese Emmanuel Macron aveva fatto notare come per l'Unione Europea fosse preminente cercare un equilibrio interno prima di accogliere nuovi membri. Questo è sicuramente un tema cruciale, che non può essere liquidato con la polarizzazione delle due posizioni (essere a favore dell’ulteriore allargamento o meno). Analizzando i pro e i contro dell’avvio delle negoziazioni per l’ingesso è facile capire il valore politico di un tale percorso. Significherebbe innanzitutto sottolineare come il processo di integrazione possa attrarre ancora nuovi Stati (e quindi in qualche modo anche controbilanciare la percezione di disgregazione generata dalla Brexit). Vorrebbe poi dire poter sostenere ulteriormente gli sforzi dei Paesi coinvolti nel loro processo di democratizzazione interna. E, infine, rappresenterebbe un segnale molto forte nei confronti delle realtà ‘esterne’ che vorrebbero avere o mantenere il proprio peso sulla regione (vale a dire Cina, Russia e Turchia). 

All’avvio dei negoziati di adesione non corrisponde automaticamente il successivo ingresso del Paese in questione, come ci insegna per esempio l’esperienza di Ankara, e quindi sembrerebbe in qualche modo venir meno il senso di un’opposizione basata su ciò. C’è, però, un ulteriore motivo nella mancata scelta della data di inizio delle negoziazioni. Sette stati membri (tra i quali Italia, Francia, Danimarca e Olanda) hanno chiesto di rivedere i criteri di adesione e questo potrebbe significare rimandare ulteriormente la scadenza. Anche se molto probabilmente si tratterà di una revisione formale, questo potrebbe porre una disparità di fatto rispetto agli altri due Paesi dei Balcani che hanno iniziato già la discussione degli accordi di adesione, ovvero il Montenegro (dal 2012) e la Serba (dal 2014), e che si trovano in una fase avanzata. 

Per quanto riguarda, infine, la dicotomia tra riforme interne e allargamento, si può rilevare un fattore centrale: le tempistiche. Come abbiamo potuto osservare dall’inizio del processo di integrazione, fare domanda per uno Stato significa prendere un impegno che richiede un lavoro costante e che dura molti anni. Quindi, sebbene il Commissario per l’allargamento e la politica di vicinato, Oliver Varhelyi, sia fiducioso e speri di poter vedere l’ingresso di uno dei quattro Paesi balcanici entro la fine del suo mandato (nel 2024), in realtà le procedure potrebbero andare ulteriormente a rilento e nulla assicura questo risultato. In ogni caso, comunque, non esistono impedimenti a portare avanti in parallelo il discorso rispetto alle preminenti riforme istituzionali dell’Unione. Anzi, sarebbe auspicabile che significative modifiche vengano adottate prima di concludere l’iter necessario. 

Fatte queste premesse, passiamo all’analisi degli elementi critici che potrebbero derivare dall’allargamento verso i Balcani occidentali. In prima istanza bisognerà verificare con quale spirito i “nuovi” Paesi intendano entrare nell’Ue, se per meri interessi economici o per il desiderio di impegnarsi in un progetto comune e fondato su solidi presupposti. A tal proposito, si possono tenere in considerazione tre esempi che in qualche modo qualificano l’atteggiamento di Albania, Macedonia del Nord e Montenegro. Il gesto compiuto da Tirana nei confronti dell’Italia per l’emergenza del Covid-19 dimostra una volontà di base cooperativa e solidale, anche a fronte chiaramente degli antichi legami che legano il nostro Paese a quello balcanico. La Macedonia del Nord, invece, poco più di un anno fa ha cambiato il proprio nome pur di superare il veto della Grecia, tant’è che a fine marzo Skopije è diventata il trentesimo alleato della Nato. Il Montenegro, poi, dal 1996 ha deciso di adottare unilateralmente il marco tedesco come valuta ufficiale e di conseguenza dal 1999 utilizza l’euro (pur non facendo parte dell’eurozona). Passando invece al secondo tema spinoso, sarà necessario verificare l’effettiva capacità dei candidati di fare proprio l’acquis comunitario, di rispettare quindi i cosiddetti Criteri di Copenaghen e quelli di convergenza economica. A questo proposito, il Consiglio del 24 marzo ha stabilito che ci sarà un percorso più lungo e impegnativo per l’Albania, che dovrà intervenire con riforme strutturali per lo stato di diritto, la libertà di stampa e la lotta alla corruzione, che oggi rappresenta uno dei problemi principali del Paese. 

Tutte queste sfide sembrano non scoraggiare i quattro paesi dei Balcani, che anzi stanno facendo dell’adesione all’Unione europea un elemento fondamentale della propria politica estera, ma anche di quella interna. Non è un caso, infatti, che le reazioni dei leader degli Stati membri e lo stallo delle trattative abbiano avuto impatti nell’opinione pubblica, tanto da portare alle dimissioni dell’intero governo della Macedonia del Nord il 3 gennaio (ora sostituito da un governo tecnico fino alle prossime elezioni). Adesso quindi non resta che attendere di capire quali potrebbero essere i nuovi criteri di adesione e la data di inizio delle negoziazioni ufficiali per dare un epilogo a questa prima fase di un processo che potrebbe far tornare l’Ue “a 28” (o addirittura portarla a 31).