Come cento anni fa nelle parole di Einaudi, il virus del nazionalismo è ancora oggi il peggior nemico della pace mondiale: ma ha saputo mutare per sopravvivere, adattandosi alle condizioni politiche che cambiavano e trovando ospitalità anche in chi crede di esserne immune ed è invece un malato asintomatico, in grado di contagiare altri intorno a lui.

Se avete guardato il cielo di notte sapete che farlo con la luna piena vi impedisce di vedere bene le stelle, infinitamente più numerose ma più fioche. La luce infatti ci oscura la vista proprio mentre sembra ampliarla, illuminando tutto intorno a sé. La stessa cosa avviene da molti anni con il nazionalismo e i suoi esponenti, così ingombranti e visibili da impedirci di riconoscere i segni di un “nazionalismo inconsapevole” che si è diffuso fino a colpire anche tra i più insospettabili. Come cento anni fa nelle parole di Einaudi, il virus del nazionalismo è ancora oggi il peggior nemico della pace mondiale: ma ha saputo mutare per sopravvivere, adattandosi alle condizioni politiche che cambiavano e trovando ospitalità anche in chi crede di esserne immune ed è invece un malato asintomatico, in grado di contagiare altri intorno a lui.

La “linea di divisione” tra progressisti e reazionari, identificata a Ventotene da Spinelli, Rossi e Colorni, è oggi infatti pericolosamente meno nitida di quanto fosse allora. Nonostante quel brano del Manifesto sia stato citato spesso negli ultimi anni, e molti candidati alle elezioni per il Parlamento europeo dello scorso maggio ne abbiano persino fatto la propria bandiera, pochi sembrano aver davvero meditato sul significato delle sue parole. Il principale ostacolo nel riconoscere oggi un nazionalista è infatti la presenza di chi esplicitamente si richiama a un sentimento di chiusura e ne fa una bandiera elettorale, mascherandosi dietro nomi come “populismo” o “sovranismo”: proprio come la luna piena ci impedisce di vedere le stelle, sono questi ingombranti ed espliciti “campioni del nazionalismo” che ci impediscono di vedere i tanti “nazionalisti inconsapevoli” intorno a noi.

E infatti, tornando alle parole del Manifesto di Ventotene, dobbiamo sempre ricordarci di individuare i reazionari in “quelli che concepiscono come fine essenziale […] la conquista del potere politico nazionale”, non importa quanto ben disposti siano verso le istituzioni europee. Infatti, nel giudicare i programmi politici dei vari partiti, quello che davvero dovrebbe importarci è se il loro interesse verso l’Europa sia tale da inserirli tra “quelli che […] anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”. Di quanti partiti politici si può dire una cosa del genere? Al momento direi forse di nessuno tra quelli che siedono nei Parlamenti dei vari Stati membri. E c’è un motivo che spiega questa assenza: non essendo stato costruito un vero spazio politico europeo, il consenso ancora oggi apparentemente si guadagna o si perde solo nel recinto nazionale. Dico “apparentemente” perché i federalisti sanno che la realtà è molto diversa: la sovranità è ormai uscita dai confini degli Stati, e l’affanno con cui i partiti politici rincorrono l’elettore è fatica sprecata rispetto alla loro possibilità di incidere sui problemi che si troveranno davanti, una volta arrivati al governo.

Ma è tutto il sistema sociale e culturale dello Stato-nazione, non solo la politica, che è ancora incapace di assimilare le rivoluzioni che sono avvenute negli ultimi 30 anni, con un crescendo di velocità e di impatto sulla vita pubblica europea. Dalla caduta del Muro di Berlino in poi (anche se alcuni processi si erano messi in moto prima) nessuno in Europa oltre ai federalisti era preparato a rispondere agli effetti della globalizzazione, della mancanza di equilibrio geopolitico e in generale delle dinamiche messe in moto dalla fine della Guerra fredda: un sistema mediatico commerciale che ha preso il posto dell’informazione pubblica tradizionale, cartacea e televisiva, migrando poi su piattaforme digitali senza più vaglio; i processi di produzione delle merci e delle tecnologie, andati verso condizioni di maggior favore che pur facendo uscire dalla miseria miliardi di esseri umani hanno generato squilibri economici, sociali e ambientali che con il tempo sono aumentati, causando a propria volta fenomeni globali di migrazione di massa; e infine le nuove tecnologie, che hanno reso possibile per merci, persone, informazioni e capitali raggiungere quasi ogni parte del globo in tempi sempre più ridotti.

Di fronte a tutto questo, ben lontani dall’esserci dotati di quella Federazione mondiale che è la sola speranza di governare processi davvero globali, purtroppo non siamo nemmeno riusciti a costruire una Federazione europea: e molti “nazionalisti inconsapevoli” si sono accontentati di quello che intanto si era riusciti a ottenere. Hanno voluto credere al Parlamento Europeo come a un attore con una qualche autorevolezza, in grado di dire la sua su questioni che non riguardassero i mercati; hanno spesso dipinto la Commissione come un embrione di Governo europeo; hanno difeso l’Euro e la BCE come se da questi strumenti, i più tecnici tra quelli di cui è fatta la struttura istituzionale europea, potesse poi germinare un’unità politica; e hanno creduto ai fondi del bilancio europeo come a reali fattori di coesione sociale, economica e politica. Bisognerebbe invece saper guardare con maggiore distacco a quel che l’Europa è riuscita a costruire fino a oggi: non era tutto oro quel che luccicava nei periodi migliori, così come non è tutto fumo senza arrosto il risultato di pace, benessere e sviluppo raggiunto in 70 anni. E bisogna soprattutto guardare con maggiore disincanto e senza timori reverenziali a chi si professa “europeista” o “federalista” e poi non aderisce in Parlamento a documenti coraggiosi, che indicano la strada da seguire per arrivare davvero alla Federazione.

Perché appunto non bisogna dimenticare il monito di Spinelli, Rossi e Colorni: riconoscere in chi dice “mandateci al governo nazionale per collaborare con gli altri Stati europei” un nazionalista che non sa di esserlo, incapace com’è di andare oltre il limite del governo nazionale e della cooperazione multilaterale. Ma è proprio il rifiuto di questo limite ciò che distingue i federalisti dagli “europeisti tiepidi”: come scrisse Albertini già nel 1961, “anche l’europeismo è un nazionalismo […]. In effetti l’europeismo è pseudoeuropeismo, è il volto più pericoloso delle nazioni. L’idea di combatterlo non può pertanto stupire”. Se si può accettare un grado inferiore di adesione al progetto della Federazione europea, può essere solo per breve tempo e per motivi tattici: mentre considerare alleati strategici partiti e politici che fanno dell’Europa un motivo di scontro elettorale con i propri avversari, per poi cercare comunque di vivacchiare all’interno delle attuali regole e istituzioni intergovernative, è peggio di un crimine. È un errore.