Nel numero 1 del 2020, in vista dell’inizio della progettata Conferenza sul futuro dell’Europa avevo parlato di “Europa al trivio” tra:
1) salvaguardia di quanto già realizzato con il mercato unico e l’euro;
2) la nuova balcanizzazione confederale oscillante tra frammentazione nazionalistica e particolarismo elitario anseatico;
3) la via dell’unione politica e della graduale costruzione del nuovo ordine mondiale pacificato.

La pandemia del coronavirus con le sue frammentazioni del territorio economico e sociale (non solo tra gli Stati dell’Unione e nei confronti del resto del mondo, ma anche all’interno degli Stati a seguito delle zone rosse differenziate e degli effetti provocati dal crollo del PIL e conseguentemente dei redditi di molteplici componenti economiche e sociali), ha messo in crisi la visione n.1. In questo nuovo quadro, non basta mantenere il mercato unico, serve ricostruirlo e profondamente rinnovarlo per consentirgli di affrontare le sfide che si aprono al suo interno e nel quadro internazionale che si è manifestato. Si è imposta una politica di tipo keynesiana per rispondere al pericoloso circuito in caduta dei redditi, della domanda e della produzione; la BCE ha dovuto rapidamente rientrare dal progetto di portare a termine il quantitative easing e ha dovuto al contrario potenziarlo e prolungarlo nella durata. Quindi, l’illusione di restare chiusi in quanto già costruito nei primi 70 anni dalla dichiarazione di Schuman, senza aver conseguito l’obiettivo della federazione (Hic manebimus optime), non ha retto alla seconda parte del motto: «Et ventis adversis ».

I piccoli Stati nordici, così detti “frugali” (Olanda, Danimarca e Svezia, a cui si è aggiunta l’Austria che sogna uno splendido isolamento immemore della grandezza passata e dell’europeismo di Otto d’Asburgo, ma ancor più della cultura europea che ha avuto a Vienna uno dei centri d’eccellenza anche nella scienza economica), puntando sulla soluzione 2, si erano opposti al potenziamento del bilancio comunitario pluriennale dell’Unione, pensando di poter godere - con un mercato unico ridotto a semplice mercato “comune”, senza una propria politica economico-finanziaria - della libertà di movimento nel mercato globale, sfruttando il fatto di essere Paesi, se presi singolarmente, trascurabili, e quindi ignorati dalle grandi potenze esistenti ed emergenti, in quanto capaci di coprire nicchie significative solo per le proprie piccole popolazioni; cosa non possibile per i maggiori Stati nazionali europei, sempre sotto l’attenzione delle potenze globali che sono infastidite da un autonomo ruolo dell’Unione sullo scenario globale. Contando sul sostegno dei sovranisti, si sono opposti al progetto Next Generation EU lanciato dalla presidente della Commissione, ma dovranno fare i conti con la posizione assunta dalla Cancelliera Merkel che nel semestre a presidenza tedesca del Consiglio dell’UE farà ancor più valere il proprio appoggio alla Commissione. La sua proposta è necessaria per salvare il mercato unico e promuovere quegli sviluppi essenziali per recuperare le perdite dovute alla crisi e completare l’integrazione economica e sociale europea insieme a quella politica, e vedere così riconosciuto quel ruolo mondiale all’Unione di cui la Germania ha bisogno perché non può averlo da sola. Per questo anche i “frugali” dovranno sostanzialmente accettare, con pochi correttivi, il disegno di Ursula von der Leyen. Il fatto che solo la Finlandia si sia unita al gruppo, mentre neanche i Paesi dell’Est “euroscettici” lo hanno fatto, e il fatto che rompere con la Germania sarebbe gravoso, fa pensare che le politiche “confederaliste” dovranno essere abbandonate; e che quindi anche lo scenario “due” (la balcanizzazione confederale per colpa del particolarismo elitario anseatico) sia messa in crisi in questa fase dalle difficoltà del Mercato unico come conosciuto sino al 2019. Del resto, i paesi nordici sono caratterizzati dalla spinta verso le tecnologie avanzate, e i finanziamenti proposti al PE sono essenziali per mantenere l’UE concorrenziale con l’evoluzione tecnologica di USA, CINA e India. Quindi dovranno convergere, se vorranno puntare ad un ruolo rilevante nell’innovazione produttiva, che solo se continentale può consentire un livello elevato dei redditi pro-capite dei paesi detti “frugali”.

Il terzo scenario, quello dell’unione federale dell’Europa, gradito al MFE e all’UEF, è il solo che resta praticabile, ma deve essere integrato con il riavvio e il rilancio dell’economia dell’Unione e con l’integrazione dei grandi progetti di sviluppo sostenibile, tecnologico e sociale, insieme al green new deal, alla ricerca della resilienza produttiva, all’impiego del risparmio disponibile negli investimenti piuttosto che essere tesaurizzati per giocare sulle speculazioni che non fanno giungere risorse alle produzioni e alla formazione del capitale umano. Il buon governo della globalizzazione richiede che la politica estera divenga autenticamente europea e conseguentemente la difesa. Qui la Commissione, anche se appoggiata dalla Germania, non può fare da sola, ed è essenziale un ruolo più condiviso da parte della Francia, e che Italia e Spagna propongano un disegno condivisibile agli altri Stati.

Centrale, in questo quadro, la questione dell’evoluzione del quadro politico italiano dove, salvo il PD, i partiti europeisti sono piccoli; il secondo, come dimensione, è Forza Italia, che però è il minore dello schieramento di centro-destra decisamente sovranista, mentre le altre forze di centro e centro- sinistra non crescono e fanno fatica a superare uno sbarramento fissato al 3%. Il Movimento 5 Stelle, la componente maggioritaria nelle Camere tre le forze filogovernative, è un euro-pasticcio. Nel Parlamento europeo proviene da un’alleanza con Farage e quindi da posizioni euro-distruttive; poi ha votato la Presidente della Commissione, ma non è riuscito ad associarsi ad altri gruppi europei, necessariamente multinazionali, per cui risulta tra i non iscritti. Gli atteggiamenti di diversi esponenti appaiono tuttora euro-scettici e incapaci di portare un contributo positivo alle novità proposte dal Next Generation EU, in particolare sul seguito da dare in Italia ai programmi d’investimenti europei e al rafforzamento del progetto costituente europeo che deve portare ad una chiara maggioranza a sostegno dell’Europa politica e a istituzioni complessivamente forti ed equilibrate nell’UE, con l’abolizione sistematica del veto (tramite la trasformazione del Consiglio in Senato federale).

Il MFE opera giustamente come gruppo di pressione verso i responsabili delle scelte politiche e i formatori di opinioni sociali, economiche e culturali sulla necessità di procedere versa l’evoluzione federale dell’UE, ma per compiere i passi necessari i decisori politici devono sentire che la maggioranza dei votanti è favorevole all’Europa e al completamento dell’Unione dotandola di tutte le competenze necessarie ad una federazione. Per questo deve anche promuovere la formazione dei cittadini elettori che possano apprezzare, sulla base di dati ed evidenze politiche europee e globali, il processo d’integrazione continentale chiedendo agli eletti, a cui concedono il loro voto, il completamento istituzionale e nelle competenze.

Le competenze non potranno essere esclusive; data anche la consistente quota di spesa sul PIL comunitario assorbita dalle diverse amministrazioni nazionali (in media europea si supera il 46%) è necessario mantenere un livello di sussidiarietà, vale a dire un’articolazione federale delle competenze tra Stati membri e UE, con un consistente peso della legislazione comune e degli obiettivi politico-economici decisi a livello continentale sia sul piano economico, sia monetario, sia finanziario, sia sociale, sia infine politico. E se il Consiglio, a livello diplomatico (rappresentanti permanenti) sembra voler confinare la Conferenza sul futuro dell’Europa ad una semplice discussione sulle politiche, senza innovazione dei Trattati, chiediamo al PE, con il supporto della Commissione, di portare avanti le riforme istituzionali necessarie a realizzare, e a renderle permanenti, le riforme europee.

Così come accadde negli USA a seguito della crisi del 1929, la prevista caduta del PIL a seguito della pandemia richiede politiche di recupero e di rilancio così come suggerito dal modello keynesiano e un new deal europeo per uno sviluppo sostenibile e una riduzione delle differenze dei redditi delle famiglie che invece di diminuire rischiano di accrescersi ulteriormente. Misure standard e comparabili della povertà, insieme a obiettivi e strumenti per invertire la tendenza alle disuguaglianze, devono essere fissati per ottenere una tendenza ad una convergenza dei redditi, in particolare quelli da lavoro, che non sia ostacolata dalle esigenze di competitività interne all’Unione e globale.

Il Green new deal è un obiettivo fissato dalla Commissione sin dall’inizio del suo mandato. Alcune tendenze pretendono di perseguire gli obiettivi senza tener conto dei costi economici ed umani (un ambientalismo per ricchi che rischia di essere facilmente sacrificato in un periodo di sforzo per il recupero del precedente livello di reddito disponibile). Per mantenere l’obiettivo di fondo, bisogna puntare su uno sviluppo sostenibile con tecniche e articolazioni dei consumi e delle produzioni che aumentino il valore prodotto e i risultati di benessere senza sacrifici umani e naturali. Ci vuole pertanto un ambientalismo filantropo come realtà europea ed esempio per il mondo.