L’emergenza causata dalla diffusione del Covid-19 ha mostrato come, sottoposti allo stesso choc, i sistemi sanitari europei possano dimostrare capacità differenti. Ciò ci mette di fronte a diverse domande riguardo l’effettivo grado di integrazione dei sistemi sociali europei nonché all’evidente predominanza in questa materia della gestione nazionale rispetto a quella sovranazionale.

Come abbiamo letto e sentito fin dall'inizio di questa pandemia, nessuno si sarebbe aspettato di dover fronteggiare una situazione simile. Qualche “profeta” aveva avanzato ipotesi anni addietro con la credibilità di un santone senza fondamenti scientifici. Ma di certo nessuno si è mai preoccupato di porre rimedio ad un problema inesistente. Quindi quello che il Codid-19 potrebbe insegnarci è che lo stato di eccezione si può presentare in maniera del tutto inaspettata e nelle forme meno prevedibili.

Molto spesso ci si è chiesti cosa abbia fatto l’Europa e cosa avrebbe potuto fare in uno stato di tale emergenza. Non è necessario ripetere anche in questa sede le modalità attraverso le quali le istituzioni europee abbiano cercato di supportare i Paesi membri, possiamo confrontare, però, due sistemi quali quello italiano e quello tedesco e cercare di capire gli elementi che hanno condizionato la gestione dell’emergenza. Da una parte troviamo il nostro Paese che è stato tra i più colpiti e dell’altro c’è invece, la Germania che è lo Stato europeo che ha registrato i dati più positivi degli ultimi mesi.

Entrambi i sistemi sanitari possono essere considerati qualitativamente buoni. Ci troviamo di fronte a due Paesi con un welfare forte e strutturato, ma che presentano caratteristiche diverse da numerosi punti di vista. In termini di capacità e risorse, il bilancio italiano del 2019 nella voce sanità pubblica mostra una cifra che si aggira attorno ai 118’000 milioni di euro, pari al 6,6% del prodotto interno lordo. A cui andrà sommata chiaramente la spesa privata, che soprattutto negli ultimi anni ha guadagnato importanti spazi nell’offerta dei servizi, arrivando così ad un 9,5% complessivo. La Germania, invece, mantiene una proporzione del 10,5% (secondo l’ultimo report disponibile, State of the healt in the EU). Questo discorso può essere sicuramente interessante da molteplici punti di vista e ci permette di capire anche in base a quali disponibilità siano state adottate le decisioni politiche per fronteggiare l’emergenza Covid-19. L’elemento che ha fatto la differenza, tra i due Paesi, è il numero di terapie intensive preesistenti. In Italia, infatti, ci sono effettivamente 5.500 posti (a cui si sono aggiunti quelli creati ad hoc per fronteggiare la crisi), mentre in Germania ce ne sono 28.000 (giunti a 40.000 per via di quelli disposti per il coronavirus). Ciò ha fatto sì che la risposta tedesca fosse più rapida ed incisiva, ma anche in grado di affrontare un maggior numero di casi contemporaneamente.

Certo è che anche la demografia gioca un ruolo fondamentale nella determinazione dei parametri delle politiche sanitarie. L’Italia è il secondo Paese europeo per aspettativa di vita dei propri cittadini (83,1 anni), secondo solo alla Spagna. La Germania, invece, si colloca poco sopra la media europea (81,1 contro 80,9). Inoltre, la grandezza dei due Paesi incide sul valore assoluto della spesa. Nel primo caso abbiamo circa 60 milioni di abitanti, nel secondo circa 83. Inoltre, anche il sistema istituzionale fa sì che ci siano differenze nella gestione dei servizi. Se combinati questi due fattori possono condurre ad una riflessione in merito ai dati della diffusione della pandemia. In Germania, infatti, ad essere colpiti dal Covid-19 sono stati soprattutto adulti e giovani adulti, a differenza dell’Italia, dove la fascia demografica che ha maggiormente sofferto è stata (ed è) quella anziana. Come dimostra l’evidenza empirica, il tasso di letalità del coronavirus aumenta con l’avanzamento dell’età, soprattutto nei soggetti affetti già da patologie nel tratto respiratorio.

Le conseguenze a lungo termine del Covid-19 sui sistemi sanitari sono ancora lontane dal poter essere ponderate. Questo soprattutto perché, se è vero che in autunno ci sarà una nuova ondata, è probabile che i Paesi europei si troveranno ad affrontare un ulteriore choc, questa volta forse non così impreparati. L’attenzione per la diffusione della pandemia non ha certo azzerato l’esistenza di altre problematiche legate alla salute, che durante questi mesi non sono stati trascurati, ma che in qualche modo, salvo casi molto gravi, hanno dovuto cedere il passo a quella che è stata forse la pandemia più importante vissuta dal dopoguerra ad oggi.