I segnali sono incoraggianti. Finalmente, anche il governo tedesco sembra mostrare quel senso dell’urgenza e della lungimiranza, per citare Alcide De Gasperi, che è gravemente mancato nella crisi finanziaria e in quella migratoria.

L’Europa c’è, e lo sta dimostrando nelle risposte, tutte senza precedenti, che ha dato per contrastare la crisi sanitaria e sostenere il rinnovamento europeo. E se l’Europa c’è, è soprattutto grazie alla spinta del Parlamento europeo, di Emmanuel Macron e, appunto, di Angela Merkel.

Dopo aver predicato e praticato per oltre un decennio la politica dello status quo e dei piccoli passi, Angela Merkel ha usato parole forti e assunto impegni importanti.

L’obiettivo della Presidenza tedesca è ora “Making Europe strong again” e Berlino vuole addirittura costruire una “sovranità europea”.

Linguaggio “macroniano”, avremmo voluto che Angela Merkel assumesse questi impegni il 27 settembre 2017, cioè il giorno dopo il discorso della Sorbona del Presidente francese. Avremmo guadagnato tre anni. Ma non è troppo tardi, possiamo e dobbiamo fare un altro passo verso la Federazione europea nei prossimi mesi.

Un’altra data infatti sarà ricordata: il 18 maggio 2020. Berlino: eppur si muove!

Merkel accetta la proposta di Macron, fortemente sostenuta anche dal Parlamento europeo, e si impegna per un piano di rilancio europeo di 500 miliardi di euro. Per Macron, una vittoria netta, frutto della sua leadership e della sua capacità di aggregare un gruppo di paesi con la stessa volontà politica, a cominciare da Italia e Spagna. Ma Merkel ha il merito di aver impresso una svolta importante, noi speriamo decisiva, alla politica europea della Germania. Si a investimenti nazionali ed europei senza precedenti, basta con l’ortodossia di Wolfgang Schauble. Quest’ultimo, peraltro, dopo esser stato per un decennio, come ministro, uno dei problemi politici più grandi per l’Unione, oggi, da presidente del Bundestag, sostiene questa svolta, le cui ragioni sono diverse: necessità economica, risposta alla Corte costituzionale tedesca, contesto geopolitico mondiale e altre ancora. Una serie e di circostanze che concorrono ad abbattere un altro muro di Berlino. Si, perché oggi ci troviamo in una situazione politica che l’Europa non viveva dal 1989: siamo innanzi ad un’opportunità storica, che Angela Merkel vuole cogliere.

Ha usato innanzitutto parole nuove: “la Germania starà bene solo se starà bene anche l’Europa…l’Europa non è l’Europa se ognuno non sta dalla parte dell’altro in tempi di emergenza di cui nessuno ha colpa…”, per poi aprire, anche se con molta cautela, all’eventualità di rivedere i trattati UE. Soprattutto, ha capito una cosa, che è la vera svolta: la vera forza tedesca si misura in base alla volontà di mostrare solidarietà anziché in base al rifiuto della solidarietà, come accadde durante la crisi finanziaria.

Era dai tempi di Kohl che non sentivamo discorsi di una Germania così “europea”.

Alle parole, molto giuste, devono ora seguire i fatti.

Il momento è propizio: possiamo muovere altri passi verso un’Europa “potenza sovrana e democratica”.

Per la legittimità del progetto europeo, il piano di rilancio e trasformazione europea, il cosiddetto “Next EU Generation” sarà decisivo, perché fornirà risposte concrete alle famiglie, alle imprese, ai territori più colpiti dalla crisi.

Del resto, la presidente Ursula Von der Leyen, che sino a quel momento non aveva brillato né per tenacia, né per temerarietà, ha trovato il coraggio necessario perché beneficia di una convergenza tra Parigi e Berlino che non avevamo più visto dai tempi di Jacques Delors. Deve quindi continuare a marciare in questa direzione.

In particolare, il Recovery Plan rappresenta una nuova politica comune di ricostruzione e rilancio e come tale deve essere basata su dei sussidi e inalizzata al raggiungimento di obiettivi comuni. Ecco perché l’Italia, che ne sarà di gran lunga il principale beneficiario, deve presentare il prima possibile un convincente piano nazionale di riforme: il tempo della responsabilità suona anche per Roma. E su questa scia, anche in Italia devono cambiare le coordinate del dibattito europeo. Sino ad oggi, le opinioni pubbliche tedesca e italiana si sono travate agli antipodi: i tedeschi sono stati convinti che la Germania abbia sempre fatto tutto (troppo…) per tutti in Europa mentre gli italiani sono convinti che i tedeschi abbiamo sempre fatto tutto (e solo) per loro. La presidenza di turno tedesca di turno deve servire anche a questo, cioè a superare dibattiti ormai vecchi e sconnessi dalla realtà europea. Dobbiamo cioè fare quello che abbiamo già fatto con l’idea di “recovery bond”: quando a Roma in febbraio si sprecavano articoli sugli eurobond e sulla mutualizzazione del debito, con anche grandi personalità europeiste italiane che riproponevano dibattiti del mondo di ieri, e a Berlino ministri altrettanto sconnessi ripetevano a pappagallo il vecchio mantra berlinese secondo cui gli eurobond erano un tema “fantasma”, noi abbiamo proposto i “recovery bond” insistendo ai limiti della pignoleria anche sul termine “recovery”. Perché? Perché non volevano mettere insieme i debiti nazionali, perché non volevamo chiedere ai contribuenti olandesi di pagare i debiti italiani ma anche perché non potevamo permettere che il mercato unico venisse affossato sotto i colpi della crisi. Per questo, abbiamo proposto nuovi investimenti comuni finanziati con risorse aggiuntive attraverso la creazione di un nuovo debito comune europeo, raggiungendo così un duplice risultato: trovare le risorse necessarie e compiere un altro passo verso la federazione europea. Compito della presidenza tedesca sarà di proseguire il lavoro di ricostruzione della fiducia reciproca tra stati e popoli europei, fondamentale per costruire quella capacità fiscale dell’Unione oggi possibile proprio grazie al debito comune europeo. Il tema delle risorse direttamente destinate all’Unione diventa fondamentale: chi deve pagare per la ripresa e la trasformazione europea? I giganti del digitale, che hanno visto il lavoro volume d’affari aumentare di oltre il 40% durante la crisi, le grandi multinazionali e la finanza, che da tempo traggono enormi benefici dal mercato interno e chi inquina, in Cina, in India, in altre parti del mondo e poi vuole esportare i propri prodotti in Europa. In questo modo, le nuove risorse diventano anche strumenti al servizio di nuovi beni comuni europei, e soprattutto dei grandi obiettivi europei del nostro futuro. Sono convinto infatti che la transizione ecologica e la trasformazione digitale siano il “carbone e l’acciaio” del XXI secolo e che a 70 anni dal trattato di Parigi dobbiamo reinventare la nostra Unione attorno a questi obiettivi che parlano alle nuove generazioni.

Tutto questo va impostato ora. Tutto questo deve essere al centro della Presidenza tedesca.

Ma noi federalisti lo sappiamo bene: nulla è possibile senza le donne – ne abbiamo tre ai vertici a Bruxelles, Berlino e Francoforte - e gli uomini, nulla è duraturo senza le istituzioni.  Ecco perché la presidenza tedesca deve anche avviare un grande processo di riforma europea, partendo con la convocazione della conferenza sul futuro dell’Europa e lascando libere le istituzioni di esercitare le proprie responsabilità: tra queste, senza dubbio troviamo la riforma dei trattati, oltre che delle politiche, perché solo attraverso una riforma dei trattati inseriremo il rilancio e la trasformazione europeo all’interno di un quadro politico duraturo, che permetterà all’Europa anche di accrescere la sua influenza sulla scena mondiale. 

Nel nuovo disordine mondiale, dobbiamo essere consapevoli che la scelta di costruire un’Europa potenza militare comporterà un dialogo molto franco con i nostri alleati storici, gli Stati-Uniti, ai quali dobbiamo mostrare più serietà e più coerenza a partire dall’aumento dei nostri sforzi, che devono  essere comuni, per la spesa militare.  Nessuna autonomia militare è possibile altrimenti. Dobbiamo giocare un ruolo geopolitico nuovo, che passa attraverso una nuova relazione con la Russia: che ci piaccia o no, è il nostro grande vicino e lo rimarrà anche in un futuro senza Putin.

E dobbiamo essere meno ingenui rispetto alla Cina: oggi Pechino è un rivale sistemico e sta cercando di destabilizzare l’Occidente. Prima lo capiamo, prima saremo più efficaci anche nel persuadere i cinesi a cambiare rotta.

Sì, è decisamente arrivato il momento di “Making Europe strong”.