L’Europa negli ultimi mesi è stata percorsa e percossa da una moltitudine di eventi che l’hanno costretta a far i conti con le proprie contraddizioni. E come sappiamo bene, in particolare noi federalisti, le crisi tendenzialmente portano ad un relativo, ma comunque positivo mutamento della morfologia d’azione e risposta dell’Unione agli stimoli interni ed esterni alla stessa.

Ebbene, proprio su questa base, siamo soliti dirci che “l’Europa è una comunità di destino”, e di tutta evidenza tal intrinseco - e talvolta pure inconscio - legame è ormai irreversibile.

E quest’ultimo, il legame, è destinato a serrarsi con maggiore stretta: istituzionalmente e di riflesso pure socialmente.

A questo punto, se decidiamo di parlare di comunità ci dobbiamo domandare se è possibile legare a quella che abbiamo definito “comunità di destino” una sua identità.

Allungando lo sguardo e prendendo in prestito gli strumenti che le scienze sociali ci concedono, sembrerebbe essere inevitabile non parlare di identità, quando si cerca di definire una comunità.

D’altronde, ci risulta, pure a noi, difficile pensare ad una comunità senza cucirle addosso degli espliciti fenotipi che la caratterizzino interiormente, ma soprattutto esteriormente.

Pertanto, se intendiamo la comunità - e mi sembra questo il caso - come un raggruppamento organizzato di soggetti, sia essi fisici che giuridici, è necessario trovare il vincolo o i vincoli che uniscono i suddetti soggetti. E dal momento che la comunità europea è formata da persone, prima ancora che dalle sue istituzioni, tra gli elementi che vincolano le persone in una comunità troviamo proprio l’astratta e sfuggente questione della identità condivisa.

È difficile trattare il tema dell’identità, senza scorgere e far riaffiorare nella nostra memoria storica le immagini più drammatiche del genere umano, e per questa ragione il concetto d’identità va maneggiato con particolare attenzione. Ieri lo è stato, oggi lo è, e sicuramente pure domani, l’identità, sarà elemento o, sarebbe meglio dire, pretesto di rottura e di differenziazione sociale.

Prima di giungere ad una risposta circa la natura dell’identità della nostra “comunità di destino”, non si può non discutere del suo tema gemello, ovverosia quello della cultura.

La cultura, in senso antropologico e nella sua definizione più accreditata, va intesa come quell’insieme di strumenti e mezzi attraverso i quali gli esseri umani affrontano il mondo nella sua complessità. E tale definizione richiama immediatamente la ragion d’essere della nostra Unione. L’UE, difatti, nonostante le sue intricate e assurde operazioni intergovernative, svolge il ruolo di “decomplessificare” e in qualche modo ordinare la realtà circostante.

L’Unione, come le culture, tenta di ridurre questo intrico di relazioni a qualche ordine, offrendo delle mappe per orientarsi nel mondo e per orientare il mondo.

Adottando e applicando la teoria della complessità, possiamo dire che le culture cercano di sostituire ai “sistemi complessi” dei “sistemi complicati”. Dunque, da ciò che è disordinato (sistema complesso) a ciò che è ordinato (sistema complicato) e di conseguenza gestibile.

Certo, a scanso di equivoci, questo ragionamento non va inteso nel senso d’affermare che l’Unione sia la cultura europea, ma al contrario possiamo dire che le istituzioni europee sono il chiaro frutto della cultura europea che ha visto una sua concretizzazione ed effettivo emergere, io credo, con l’inizio del processo d’integrazione.

Ebbene, sempre in questo ordine di senso, la nostra sfida federalista assume natura di “sfida culturale”; riducendo al massimo l’essenza: realizzare le istituzioni federali per ridurre la complessità di lettura di ciò che ci circonda. E non è un segreto che, a questo punto delle cose, se l’Europa non si farà federale, sarà la complessità globale ad inghiottirci e a renderci conseguentemente invisibili.

Quindi, abbiamo una comunità e abbiamo pure una cultura. Bene, ora ci dobbiamo chiedere, che forma detiene la nostra comunità?

Mi scuserete, ma anche in questo caso è necessario passare per una definizione. Il concetto d'identità, nelle scienze sociali, prende in considerazione la concezione che un individuo, o un gruppo sociale, ha di se stesso nell'individuale e nella società, e si sostiene inoltre che l'identità racchiude il paniere di caratteristiche uniche che rendono l'individuo, o il gruppo sociale, unico e inconfondibile. In sintesi, secondo questa definizione l’identità è ciò che ci rende diverso dall'altro.

Tal definizione non mi ha mai convinto e questo probabilmente perché, in queste parole, ci intravedo vivide e diverse sfumature di nazionalismo. Il fatto è che non mi voglio arrendere all’idea che l’identità sia rappresentata da una monade intoccabile.

L’identità, sotto quest’ottica - oltre ad esprimere una degradante idea di costanza personale ed umana - rappresenta il principio massimo della non-relazione.

Infatti, questa logica identitaria riduce drasticamente l’elemento delle relazioni con gli altri, e queste inevitabilmente assumono un valore negativo: prima ci siamo “noi” e poi ci sono i generici “altri” o “loro”.

Ciò conduce dritto verso il deserto-relazionale, che causa quel prosciugamento culturale - ingrediente essenziale del nazionalismo – che stiamo vivendo e che porta la creazione dei generici “altri” concepiti come estranei, fastidiosi, ostacolo o minaccia al nostro essere.

Così concependo, ebbene, l’identità diviene facilmente convertibile a ideologie in bilico sul confine della costituzionalità. In sostanza, una definizione che ci benda e che ci proietta perennemente sul presente e su un passato talvolta poco chiaro ed inventato. Tutt’al più, con questa forma di identità non ci si pone il problema di organizzare il futuro, esiste solo il presente.

Insomma, una buona maniera per auto-accecarci, impedendo una armoniosa relazione con l’alteralità, ovvero tutto il mondo esterno.

Noi non dovremmo avere il diritto di ridurre queste relazioni, e per il nostro modo di osservare il mondo dovremmo fronteggiare con pavida forza tale logica identitaria. Per questo, su questo fronte ci vedo una ulteriore sfida per noi federalisti e per l’Europa dell’avvenire che ci auspichiamo. D’altro canto, con la nostra idea d’Europa e di mondo, abbiamo il morale compito di rivoluzionare il paradigma identitario.

Ciò che fa di noi europei è sicuramente la cultura, ovverosia il modo con cui abbiamo deciso come osservare e semplificare la realtà, come sostenuto sopra. Ma alla domanda chi sono gli europei, non riesco a darmela. O meglio, non vorrei proprio darmela. Altrimenti cadrei anche io nella banale idea che vi sia un calderone contenente tutte le secolari, immutabili ed immaginarie caratteristiche che fanno di una persona un europeo. Ragion per cui mi piace più pensare all’idea di una non-identità europea basata sulla fondamentale pietra dell’apertura e della convivenza (e non coesistenza) fra le persone.

Una non-identità conscia di non essere statica e rigida nello spazio-tempo, ma conscia della propria perenne ed inevitabile fase di mutamento e condizionamento.

Mutamenti che tuttavia dovrebbero muoversi attorno ai principi che ritroviamo negli stessi trattati costitutivi dell’Unione: libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e dello stato di diritto.

Una non-identità aperta ed inclusiva che mi piace definire polisifonica, perché “l’identità” europea se abbiamo proprio la necessità di definirla deve essere rappresentata dalla polisinfonia di principi e valori che costituiscono il pavimento dell’UE.

E su questo si fonda una ulteriore sfida per la costruzione della casa comune europea, di certo non una sfida prioritaria per ereggere le istituzioni federali, ma, al contrario, di essenziale importanza per non ritrovarci federati con fondamenta nazionaliste.