Ai giovani che si avvicinano al Movimento ricordiamo sempre che il Manifesto di Ventotene fu concepito e scritto quando in Europa solo il Regno Unito resisteva ad Hitler, Stalin era suo alleato ed il Giappone passava di vittoria in vittoria. Eppure quel piccolo gruppo di uomini e di donne fu capace non solo di scommettere sulla sconfitta del nazifascismo, ma anche di delineare “i compiti del dopoguerra”, come recita il titolo della III parte. Non mancano certo anche oggi i motivi per disperare: la ripresa del nazionalismo ovunque nel mondo, la crisi delle organizzazioni internazionali, la corsa agli armamenti, i fallimenti dei vari accordi per contenere i cambiamenti climatici, la stessa gestione della pandemia che ha investito tutti i continenti. Un movimento rivoluzionario ha però il compito di alzare lo sguardo dalle contingenze, per individuare i segni del nuovo che sta nascendo invece di concentrarsi sul vecchio che sta morendo, come fa la stragrande maggioranza dei politici e dei commentatori. Lasciamo anche noi che i morti seppelliscano i loro morti.

E' diventata quasi una moda parlare di crisi e addirittura di fine della globalizzazione. Se usiamo gli occhi dello storico e della lunga durata, vediamo invece che questo è il fenomeno caratteristico dell'epoca moderna. Fernand Braudel ne individua l'origine nelle cosiddette scoperte geografiche, quando gli europei per la prima volta nella storia dell'umanità crearono una rete di rapporti e di relazioni che coprì l'intero orbe terracqueo. Prima di allora i gruppi umani ed anche le grandi civiltà vivevano in ecumene separate le une dalle altre da oceani, deserti, catene montuose che rendevano i contatti tra di esse assolutamente sporadici o addirittura inesistenti. Inutile sottolineare che ancora per secoli le grandi masse vissero in una dimensione locale che fu toccata solo marginalmente dal grande gioco che si conduceva sulle rotte oceaniche. Eppure era là che si disegnavano i contorni del futuro.

La seconda grande fase della globalizzazione è dovuta alla rivoluzione industriale o, meglio, alle rivoluzioni industriali che si sono susseguite sempre più velocemente a partire dalla seconda metà del Settecento ed hanno coinvolto sempre più paesi ed alla fine, pur con ritmi e modalità diversi, tutti i continenti. I vantaggi acquisiti da alcune aree, in primo luogo dall'Occidente, hanno permesso per qualche decennio di separare l'umanità in Primo, Secondo e Terzo Mondo, ma tali divisioni non hanno potuto sopravvivere allo sviluppo ed alla diffusione sempre più rapida delle tecnologie, delle informazioni, degli stessi modi e stili di vita.

«Tutto fa parte della grande ragnatela.» Così Marco Aurelio, l'imperatore filosofo impegnato a difendere e rafforzare l'Impero Romano con una dedizione che lo distraeva dagli amati studia humanitatis, ma con la consapevolezza che senza l'ordine assicurato dalla pax romana anche quegli studia sarebbero deperiti e forse scomparsi. Oggi i fili di quella grande ragnatela sono ben più fitti e coinvolgono tutti gli ambiti e tutte le dimensioni. Se la pandemia ha fatto scoprire gli eccessi di una divisione internazionale del lavoro che ci ha privato perfino delle più elementari protezioni contro il contagio, i facili profeti del nazionalismo politico e del protezionismo economico si stanno accorgendo sia che le guerre commerciali non sono affatto facili da vincere sia che in un mondo divenuto una comunità di destino non ci sono barriere che possano tenere. Si tratta invece di non lasciare alle forze anarchiche dell'economia e alla politica di potenza degli Stati il dominio di quella ragnatela.

“L’Europa ha potuto parlare la lingua di Kant perché l’America ha parlato la lingua di Hobbes.” In altri termini, la potenza civile si è affermata perché alle spalle aveva una potenza militare. Difficile dar torto a Stephen Martin Walt, docente di politica internazionale alla John F. Kennedy School of Government dell'Università di Harvard. Questa situazione è durata ben più a lungo dell'equilibrio bipolare USA – URSS. Si può anzi sostenere che la fine dell'URSS abbia rafforzato negli europei la convinzione che gli Stati Uniti fossero in grado di assicurare da soli l'ordine mondiale. Convinzione sicuramente promossa e propagandata dagli stessi americani, ma tanto comoda da spingere gli europei a rivolgersi al potente alleato anche per le questioni che li riguardavano più da vicino, come nel caso delle guerre seguite alla fine della Jugoslavia. Non sono bastate a svegliare il Vecchio Continente le divisioni volutamente ed anche sfrontatamente provocate durante il secondo attacco all'Iraq dalla presidenza di Bush Junior. Né sono bastati i segnali che Obama ha mandato durante i suoi otto anni alla Casa Bianca, a cominciare dal mancato intervento in Siria dopo l'uso delle armi chimiche da parte di Assad. Solo la brutalità e la strafottenza di Trump stanno suscitando nelle istituzioni europee ed in alcuni importanti Stati quella presa di coscienza che è la prima condizione per una reazione che sia all'altezza delle sfide attuali.

Il mercato interno e la moneta sono state due straordinarie conquiste, ma anche in questo caso non sono bastati i cataclismi economico-finanziari e la crisi del debito sovrano a far compiere dei passi decisivi verso l'unione fiscale e verso l'unione economica. Solo la pandemia è stata in grado di spingere gli europei verso quella direzione. Bisogna infatti riconoscere che le misure prese negli ultimi mesi sotto la spinta degli eventi sono state impressionanti e per certi aspetti persino impensabili. Non si deve però credere che siano un punto d'arrivo. Il sistema monetario internazionale è ancora in larga parte fondato sull'egemonia del dollaro e la tentazione da parte degli USA di scaricare all'esterno il costo degli aggiustamenti valutari ed economici, come avvenuto in passato, va sempre tenuta presente. Pur con le sue eccellenze, il sistema economico europeo rivela poi dei gravi ritardi proprio in quei settori da cui maggiormente dipenderà il suo futuro. Ne ha parlato senza peli sulla lingua il Commissario per il mercato interno Thierry Breton in una serie di interventi pubblicati su alcuni importanti quotidiani europei. Qualche sua affermazione presa qua e là basterà a dimostrare che quella consapevolezza di cui parlavamo è ora acquisita: “Il soft power europeo ha fatto il suo tempo. L'era dell'Europa ingenua è finita. Oggi assistiamo all'avvento di una nuova Europa, un'Europa ben decisa a difendere i propri interessi strategici. Questo è il cuore di un'Europa fiera dei propri valori, forte nelle proprie ambizioni, sicura delle proprie capacità. Un'Europa vera potenza geopolitica. Le scelte che faremo nei prossimi mesi in materia di dati industriali, sicurezza delle reti 5G, cibersicurezza e potenza di calcolo dei supercomputer condizioneranno per decenni la sovranità europea. l'Europa deve essere ben attenta a evitare una nuova dipendenza sia dai nostri tradizionali alleati americani che stanno prendendo le distanze, sia dalla Cina, partner commerciale e allo stesso tempo rivale sistemico.”

Dobbiamo però mettere in guardia dall'illusione che gli europei possano sfidare gli americani sul piano della leadership economica, affidandosi ancora a loro per la difesa e la politica estera. L'UE può essere legittimamente orgogliosa di proporre al mondo il modello più vicino a quello preconizzato da Kant, ma non può tollerare che al suo interno vi siano Stati come la Polonia e l'Ungheria che usano ancora la lingua di Hobbes. Né può tollerare di fare da parafulmine per i problemi creati ai suoi confini dal confronto tra Putin ed Erdogan, con il primo che tenta anche di influenzare a suo vantaggio le procedure democratiche degli Stati europei.

Nelle intenzioni dei federalisti la Conferenza sul futuro dell'Europa è l'occasione per rendere l'UE capace di partecipare da protagonista alla costruzione della grande ragnatela che regolerà il mondo di domani. Come ammoniva Seneca, un maestro di Marco Aurelio: “Non c'è vento favorevole per chi non sa verso quale  porto dirigersi.”  Da quasi 80 anni i federalisti indicano il porto a cui bisogna approdare.