Il documento “Una nuova agenda Ue-USA per il cambiamento globale”, presentato dall’Alto Rappresentante Josep Borrell, riflette l'orientamento asssunto dai leader europei verso la nuova Amministrazione americana: un’apertura di credito, ma anche la definizione del perimetro entro cui intende muoversi l’Ue, incentrato su alcuni “beni pubblici globali” e sulle istituzioni multilaterali, sulla base di comuni valori democratici.

Quando la vittoria di Joe Biden su Donald Trump nelle elezioni presidenziali del 3 novembre scorso è risultata chiara, l’Unione europea (Ue) e molti governi europei hanno – come scritto da tanti – “tirato un sospiro di sollievo”. Ci si attendeva una transizione di poteri accidentata, con la pervicace negazione da parte di Trump dell’esito del voto, ma anche i più pessimisti non avevano immaginato un Presidente eversivo, che aizza l’assalto al Congresso, mentre si sta ratificando l’elezione del nuovo Presidente. Gli storici avranno tempo e modo di riesaminare il quadriennio trumpiano, ma la data del 6 gennaio 2021 rimarrà un sigillo d’ignominia sulla sua stagione. Con l’insediamento dell’Amministrazione Biden-Harris si è aperta una fase nuova. L’Ue è chiamata a ridefinire la propria agenda transatlantica, cogliendo nuove opportunità e insieme disegnando il proprio ruolo nel nuovo scenario internazionale.

È chiaro che la presidenza Biden dovrà concentrarsi anzitutto sull’agenda interna, a partire dal contrasto al Covid-19. Un atto di realismo che tutti i governi sono chiamati a fare: se non si riuscirà a mettere sotto controllo la pandemia rischia di avere poco senso discutere di grandi scenari a medio termine. La raffica di executive orders adottati da Biden fin dal primo giorno del suo mandato segna un cambio di passo rispetto alla gestione irresponsabile della pandemia da parte di Trump. In parallelo, Biden vuole affrontare di petto anche l’impatto economico della crisi, con un America Rescue Plan da 1.900 miliardi di dollari. Un piano ambizioso che però evidenzia i vincoli politici con cui si dovrà confrontare, con un Senato appeso al voto di maggioranza della Vicepresidente Kamala Harris, e che – con la barriera per superare l’ostruzionismo posta a 60 voti – richiederà un accordo con i Repubblicani moderati. Un partito alle prese a sua volta con i guasti del trumpismo, il cui artefice deve ora affrontare la seconda procedura di impeachment.

Al nuovo Presidente, Trump ha consegnato un paese profondamente diviso e sfregiato dall’oltraggio a Capitol Hill. Ma gli USA vivono già da qualche decennio una forte polarizzazione politica e sociale, che Trump ha esasperato ma certo non creato.

La sua elezione nel 2016 aveva intercettato sia una domanda di suprematismo identitario sia di protezione rispetto all’impatto della globalizzazione. America First, le guerre commerciali, l’unilateralismo sono stati anche risposte (di corto respiro) a quelle domande. Da qui, per converso, sia il forte richiamo all’unità interna da parte del Presidente Biden, in tutta la campagna elettorale e nel discorso all’Inauguration Day, sia il suo messaggio positivo verso l’esterno, che traspariva già dal titolo del capitolo sulla politica estera nel suo programma: «Il potere dell’esempio dell’America: il piano Biden per guidare il mondo democratico ad affrontare le sfide del XXI secolo». Ma con la Presidenza del democratico Biden che cosa cambierà di sostanziale per il nostro continente? Ci è sempre parso un miope sfoggio di “realismo” sostenere che per l’Europa che vincesse l’uno o l’altro candidato sarebbe cambiato poco: Trump era ostile all’esistenza stessa dell’Ue, come abbiamo avuto modo di sperimentare, e le sue scelte erratiche hanno scosso nel profondo l’alleanza transatlantica. Con Biden è già evidente che assisteremo – oltre a un cambio di stile, sempre benvenuto – a un recupero del dialogo multilaterale, testimoniato dall’immediato rientro degli USA nell’Accordo di Parigi sul clima e dalla ripresa della cooperazione con l’Organizzazione Mondiale per la Sanità. Ma sarebbe sbagliato salutare l’elezione di Joe Biden e Kamala Harris come una sorta di ritorno alla normalità dopo un brutto sogno. È cambiata l’America e – soprattutto – è cambiato il mondo, non solo a causa della pandemia. USA e Ue devono fare proprie le parole della giovane e formidabile poetessa Amanda Gorman all’Inauguration Day: «We will not march back to what was, but move to what shall be».

L’Ue ha già compiuto un passo importante con la definizione di “Una nuova agenda Ue-USA per il cambiamento globale”, presentata il 2 dicembre scorso dall’Alto Rappresentante Josep Borrell. Un documento che indica sia un’apertura di credito verso la nuova Amministrazione americana sia il perimetro entro cui intende muoversi l’Ue, incentrato su alcuni “beni pubblici globali” e sulle istituzioni multilaterali, sulla base di comuni valori democratici. Le aree individuate coprono la salute – non solo per contrastare il Covid-19 –, la lotta ai cambiamenti climatici, la definizione di regole e standard condivisi su commercio, digitale e intelligenza artificiale, il rafforzamento delle democrazie (Biden ha lanciato l’idea di un Summit for Democracy), la definizione dei rapporti con le diverse arene geopolitiche (in primo luogo – ma non solo – la Cina) e la sicurezza e difesa.

È una volta di più evidente la lungimiranza della Commissione europea nell’avere incentrato la propria strategia di sviluppo sui due assi della transizione verde e della transizione digitale. Nell’Amministrazione Biden lo European Green Deal può trovare un alleato chiave, su una sfida esistenziale per il pianeta. L’Ue propone di arrivare a una transatlantic green trade agenda da far valere nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Più delicata può risultare la collaborazione sul digitale, fra la necessità di definire regole condivise e la spinta – in un mercato dominato da giganti americani e cinesi – verso una “sovranità tecnologica europea”, con un dossier sensibile quale la web tax. Ma, come detto, il contrasto alla pandemia sarà quasi una precondizione per qualsiasi collaborazione.

Spetta all’Ue difendere un approccio universalistico, anche evitando una competizione al rialzo sui vaccini, a scapito delle aree più deboli del mondo.

Vedremo quale linea terrà l’Amministrazione Biden sulla riforma del sopra citato WTO, messo fuori gioco da Trump. Il ritorno a una dimensione negoziale multilaterale andrà di pari passo con una maggiore attenzione da parte di tutti alla solidità dei mercati interni, con una possibile “regionalizzazione” della globalizzazione. È il grande tema, nel nostro caso, della “autonomia strategica” europea. Ma ricordiamo che lo slogan di Biden in campo economico era «Made in all of America by all of America’s workers», e già vediamo la sua azione per il Buy American. Intanto la Cina ha calato l’asso della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), che dà vita in Asia all’area commerciale più grande del pianeta (con i 10 dell’ASEAN e Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda).

Non solo per questo, anche per la nuova Amministrazione USA la priorità strategica rimarrà il confronto con una Cina sempre più assertiva. La scelta dell’Ue di accelerare nella definizione con la Cina di un ambizioso Comprehensive Agreement on Investment crea una possibile divaricazione d’interessi rispetto agli USA. Lo stesso potrebbe avvenire con l’affermazione, a scapito del dollaro, di un maggior ruolo internazionale dell’euro, sostenuto dal nuovo debito pubblico europeo emesso per finanziare Next Generation EU.

Ultimo ma non meno importante, Biden si annuncia molto più attento di Trump nel mantenere vitale la relazione transatlantica anche attraverso la NATO. Anche con la Russia gli USA di Biden saranno meno ondivaghi di Trump, meno affascinati da leader autoritari (in crisi), ma più aperti ai negoziati sugli armamenti nucleari. Per l’Ue il problema sarà come definire entro il nuovo quadro NATO il rafforzamento del pilastro “difesa europea”, su cui si incentra lo Strategic Compass che ha avviato. Se saprà dimostrarsi credibile su questo versante, l’Europa potrebbe, a medio termine, giocare un ruolo attivo per arrivare a una nuova architettura istituzionale della sicurezza europea, che offra una sponda anche alla Russia. Un compito storico, insieme a quello (urgente) per un partenariato per lo sviluppo con l’Africa e l’Unione Africana, in grado di offrire al continente nostro dirimpettaio un modello alternativo a quello promosso dalla Cina.