Negli ultimi mesi è stata molto discussa la gestione della Commissione europea e degli Stati membri per lo sviluppo e la distribuzione di vaccini contro il Covid-19. Budget troppo limitato, equilibrismi e mancanza di trasparenza hanno appesantito la risposta dell'UE, tanto che da più parti si è chiesta maggiore trasparenza nella gestione della produzione di vaccini.

In questo articolo si riassume brevemente una vicenda complessa, che mostra - ancora una volta - il costo pagato dai cittadini europei per non avere un (vero) governo europeo con una propria amministrazione, in grado di gestire l’impresa mai tentata prima di sviluppare un vaccino contro un nuovo virus per tutta la sua popolazione e in tempi molto rapidi.

Tante critiche vengono mosse all’UE senza sapere che allo stato attuale l’UE non acquista direttamente i vaccini e non può anticipare i costi ai produttori mediante emissione di debito pubblico, così come non gestisce né la produzione e la distribuzione, con la creazione di una rete. Tutto ciò che riguarda l’infrastruttura di base è demandata agli Stati membri. Cosa fa allora l’UE? Coordinamento delle risposte, condivisione dati e accordi commerciali comuni (le trattative con i produttori e gli accordi preliminari di acquisto), approvazione dei vaccini (mediante l’agenzia europea del farmaco).

Le relazioni con i produttori di vaccini: un ritardo pagato caro

La Commissione europea ha giustamente gestito con un approccio centralizzato gli “accordi di acquisto preliminari” con i produttori di vaccini per conto degli Stati membri, la produzione e la consegna di un numero di determinato di dosi e in un certo arco di tempo e un prezzo determinato.

La Commissione si è avvalsa del cd. “strumento per il sostegno di emergenza”, una linea di finanziamento da 2,7 miliardi di euro, che ha usato come anticipo ai produttori di vaccini per sostenerne così i costi iniziali per le ricerche. I vaccini, una volta sviluppati, vengono poi acquistati dai singoli Stati via via che venivano prodotte e distribuite proporzionalmente alla popolazione.

In questo modo la Commissione ha evitato la corsa di ciascun governo all’acquisto in ordine sparso dei vaccini e soprattutto la corsa tra Paesi ricchi e Paesi poveri, e tra quelli che hanno capacità produttive e coloro che ne sono sprovvisti.

Tuttavia questo potere è stato affidato alla Commissione UE dagli Stati membri solo in estate e per chiudere gli accordi solo a novembre quando altri Paesi come USA, Regno Unito e Israele avevano già effettuato i loro ordini alle case farmaceutiche con mesi di anticipo. Questo ritardo sarà poi fatto pesare nei contratti siglati con le case farmaceutiche. Infatti queste hanno venduto anche fuori dall’Europa e applicato la clausola “chi prima compra, prima viene servito”: quindi in alcun modo l’UE non può trattenere vaccini prodotti in Europa sul suo suolo.

Ordini piccoli per tanti vaccini: 

Dato che in estate non era ancora chiaro quali vaccini sarebbero stati pronti per primi, la Commissione si è rivolta a ben sei diversi produttori. Nei mesi invernali si è così assicurata due miliardi di dosi, per coprire 450 milioni di abitanti circa.

Come si è detto prima si tratta di accordi preliminari cioè accordi su vaccini che dovevano ancora ricevere tutte le autorizzazioni necessarie, essere prodotte e distribuite. Tra la firma del contratto e la distribuzione del vaccino, possono non funzionare decine di passaggi, tali da provocare ritardi nella consegna. E così è stato.

- il vaccino AstraZeneca (400 milioni di dosi acquistate) ha avuto diversi problemi in fase di testing, inclusi ritardi nell’approvazione da parte dell’Agenzia europea per il farmaco, perché ritenuto non abbastanza efficace;

- il vaccino Sanofi (300 milioni di dosi acquistate) ha avuto invece problemi con la misurazione della quantità di principio attivo nelle fiale, e un ritardo di 3-6 mesi ha fatto slittare le consegne in tutto il mondo;

- il vaccino BioNTech/Pfizer (200 milioni di dosi) è rimasto per diverse settimane l’unico vaccino distribuito. Ciò che ha fatto tanto discutere tanto, è il ritardo della Commissione di ordinare subito maggior quantitativi quando era già noto che fosse la scelta migliore invece di siglare accordi di acquisto per altri vaccini che non avevano superato i test (come i 400 milioni di CureVac). La Commissione ha spiegato che si è mantenuto basso il numero di acquisto di BioNTech perché troppo costoso e complicato da mantenere, soprattutto per i Paesi dell’Europa dell’Est. A metà dicembre, la Germania nel silenzio generale ha deciso di comprare altre 30 milioni di dosi di BioNTech e la Danimarca l’ha subito seguita. A questo punto, per evitare di scatenare una corsa disordinata all’acquisto, la Commissione è corsa ai ripari e, il 29 dicembre, ha ordinato per tutti i 27 altre 100 milioni di dosi BioNTech, sulle quali aveva già un’opzione. Poi l’8 gennaio ha annunciato un altro riordino da 200 milioni di dosi. Queste dosi avranno la priorità rispetto a quelle acquistate da Germania e Danimarca individualmente.

Capacità produttiva insufficiente e budget limitati

Il ritardo nella consegna dei vaccini non è tanto dovuto agli ordini troppo bassi: manca la capacità produttiva e la filiera per la distribuzione e la conservazione dei vaccini. Ad esempio i Paesi Bassi hanno tardato nella distribuzione perché mancava l’infrastruttura per tenere al freddo i vaccini BioNTech ( a meno 70 gradi).

La Commissione ha annunciato un fondo di 500 milioni di euro per potenziare gli impianti di produzione dei vaccini negli Stati membri. BioNTech ha ottenuto 50 milioni di euro in prestiti e circa 9 milioni di euro in sovvenzioni (in dieci anni). Facendo però un confronto, però, gli Stati Uniti hanno versato ben 18 miliardi di euro nell’Operation Warp Speed.

Anche su questo punto la capacità di azione dell’UE è limitata e vincolata dalla volontà degli Stati membri. Infatti la Germania ha finanziato con 375 milioni di euro la costruzione di un nuovo impianto a Marburg per espandere in modo massiccio la sua produzione di vaccini per tutta l’Unione Europea.

Alternative ad una risposta imperfetta

In questa situazione si potrebbe obiettare: forse sarebbe stato meglio fare da sé come il Regno Unito e Israele? La risposta imperfetta della Commissione e degli Stati membri è forse il massimo che si può pretendere allo stato da questa Unione Europea.

In Europa manca un’istituzione democratica realmente responsabile politicamente, un governo e un bilancio autonomi dagli Stati e adeguati a fronte alle politiche, un’amministrazione in grado di portare avanti la strategia.

L’Unione Europea ha compiuto passi in avanti notevoli nella gestione di quest’emergenza. Ciò che servirebbe, per non scoraggiare i cittadini e le opinioni pubbliche e indicare chiaramente che l’Unione Europea “avrebbe fatto meglio se ne avesse avuto le possibilità”. Pertanto ci attendiamo che questa dolorosa esperienza sia d’insegnamento a coloro che parteciperanno attivamente nella conferenza sul futuro dell’Europa: solo un’Europa realmente sovrana, democratica e federale sarebbe stata in grado di fare meglio.