Quando parliamo di sviluppo sostenibile, i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni, immediatamente, si rivolgono all’ambiente. In effetti la sostenibilità ambientale della nostra esistenza – credo che sia sempre necessario ampliare l’attenzione comprendendo oltre alla sostenibilità ambientale delle imprese quella dei nostri comportamenti individuali – è la principale criticità che dovremo affrontare per raggiungere gli obiettivi di Parigi e quelli dell’Agenda 2030 del’ONU – obiettivi, appunto, di sviluppo sostenibile – ma non dobbiamo trascurarne altre, come la trasformazione digitale, ritenuta ormai imprescindibile per lo sviluppo economico dell’Europa e in particolare del nostro Paese.

Con trasformazione digitale si pensa a tutto ciò che oggi possiamo fare on line (social network, e-commerce, smart working), a ciò che pervade le nostre vite (infosfera, data economy), a ciò che ci attende – soprattutto con lo sviluppo delle reti 5G, dell’intelligenza artificiale e del machine learning – nel prossimo futuro (internet delle cose, auto a guida autonoma). Spesso ignoriamo il fatto che la trasformazione digitale non investe solo le attività economiche ma anche le relazioni tra cittadini, cittadini e imprese, e cittadini e Stato, e le stesse capacità dello Stato di proiettare il proprio potere (difesa e politica estera).

Un aspetto fondamentale per lo sviluppo economico digitale, spesso trascurato, è che questo si basa dalla concessione dei nostri dati personali e della nostra privacy – quest'ultima intesa come interferenza nella nostra vita privata. Infatti, i nostri dati sono diventati la merce di scambio per fruire di servizi solo apparentemente gratuiti.

Ogni cittadino ha un’identità digitale e – chi più e chi meno – dovrebbe essere consapevole di operare, gran parte della propria vita, in un ambiente dove deve esercitare nuovi diritti se non vuole subire processi economici che ne influenzano poi la propria vita.

Sul trattamento e la protezione dei dati personali, l’Unione Europea è all’avanguardia – rispetto, ad esempio, agli USA o alla Cina –, in quanto grazie ad una regolamentazione uniforme tutela fortemente il diritto dei suoi cittadini alla privacy. Grazie ad una regolamentazione uniforme applicata da Autorità nazionali con ampi poteri d’intervento, il Regolamento 2016/679 UE è stato preso come riferimento, infatti, dalle nascenti normative indiana e brasiliana e invocato, tale e quale, da Mark Zuckerberg di fronte al Congresso americano. Inoltre, l’Unione Europea intende fissare il quadro regolamentare in tutto il settore digitale, infatti sul tavolo della Commissione e del Parlamento si dibatte su Data Governance Act, Digital Market Act, Digital Service Act e Data Act, che costituiranno un modello di governance complessivo per il ruolo delle big tech company in Europa.

Quindi l’Unione Europea, per ciò che riguarda il trattamento dei dati personali e domani per il mercato digitale, si pone come terza via – quella della rule of law – rispetto agli Stati Uniti libertisti (dove lo Stato non interviene negli affari delle big tech, vedi la sospensione da parte di Twitter dell’account dell’ex Presidente USA) e in Cina dirigista (dove lo Stato comprime i diritti e sfrutta le big tech come longa manus per il monitoraggio e controllo della popolazione). Di conseguenza, è proprio il principio di legalità, la necessità di una base giuridica ex Art. 6 GDPR per effettuare un trattamento dei dati personali e l’adozione di soluzioni tecnico- organizzative adeguate (dalla valutazione del rischio al registro dei trattamenti; dalle password ai firewall; dai backup ai gruppi di continuità agli antivirus) a fornire quelle garanzie di tutela e protezione dei cittadini ai quali sono riconosciuti diritti - diritto di accesso, di rettifica, di cancellazione, di limitazione, alla portabilità, di opposizione, di rifiuto di un processo decisionale automatizzato – e possibilità – segnalazione, reclamo, ricorso, richiesta di risarcimento del danno – senza eguali nel mondo.

Tutto questo ha formato un adeguato sistema di protezione e tutela per i cittadini europei, tutela estesa anche al di fuori dei confini dello Spazio Economico Europeo (27 Paesi UE oltre a Islanda, Liechtenstein e Norvegia). Infatti, tutte le aziende che trattano dati dei cittadini europei sono obbligate a rispettare il Regolamento 2016/679 UE e l’automatismo che consentiva alle aziende statunitensi di trasferire i nostri dati al di là dell’oceano – il c.d. privacy shield – è venuto meno con la sentenza Schrems II della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che lo ha abrogato e le nuove Linee guida sulla gestione dei cookie renderanno più consapevole, libero e specifico il nostro consenso alla tracciabilità.

Tuttavia, l’Unione Europea, se è all’avanguardia nella “tutela” dei dati personali e quindi ha creato strumenti giuridici per governare l’innovazione quando rischia di essere penalizzante e discriminatoria, è fortemente in ritardo nella creazione di un sistema adeguato allo sviluppo economico digitale e quindi nella loro “gestione”. Infatti l’Europa dipende sia per lo sviluppo di tecnologie (5G e intelligenza artificiale) e infrastrutture informatiche e loro distribuzione sul territorio dalle big tech company americane e, con qualche preoccupazione, cinesi, e il proliferare di regolamentazione europea potrebbe creare effetti negativi sul medio periodo come limitazione dell’innovazione (che cresce più velocemente in assenza di regole) e limitazione della concorrenza. Per dare un ordine di grandezza di quelli che sono i rapporti di forza e delle risorse in campo, i giganti americani dell’informatica rappresentano un valore di circa 2.200 miliardi di dollari di capitale, contro 1.500 miliardi di capitalizzazione dell’intera borsa francese. Inoltre l’Europa è attanagliata da altri due problemi per un sano sviluppo dell’economia digitale: calo demografico e analfabetismo funzionale (incapacità di usare in modo efficace le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita).

Gli USA e la Cina sono Stati di dimensioni continentali dove per ragioni militari e strategiche vengono destinati capitali e investimenti per lo sviluppo di reti e infrastrutture digitali che il settore privato non farebbe, generando quelle economie di scala che hanno consentito la nascita dei big tech digitali, l’istruzione capillare nei nuovi settori di punta, l’attrazione dei talenti, e sviluppo economico digitale. Invece in Europa, gli interessi militari e strategici sono suddivisi tra gli Stati membri e quindi risultano frammentati anche tutti quegli investimenti verso la creazione di infrastrutture per il settore digitale. Per tal motivo i miliardi di euro di investimenti, anche quelli destinati dall’UE, si disperdono in microprogetti di sviluppo che niente hanno a che vedere con gli investimenti realizzati dalle agenzie federali americane o le imprese pubbliche cinesi, perché manca in Europa il quadro istituzionale-politico che assume le decisioni in settori strategici, lasciandolo al mero coordinamento di politiche.

Quindi per centrare l’obiettivo ineludibile del giusto bilanciamento tra controllo e sviluppo, tra protezione dei diritti e delle libertà fondamentali e la promozione del progresso sociale e tecnologico e quindi uno sviluppo realmente sostenibile, mettendo fine al periodo di autoregolamentazione delle big tech (USA) e di opaco dirigismo di stato (Cina) occorre che l’Unione Europa compia quel necessario salto di qualità verso una compiuta Federazione europea, l’unica istituzione in grado di assumere in modo democratico le decisioni di portata fondamentale per uno sviluppo dell’economia digitale, e auspichiamo che nella annunciata Conferenza sul futuro dell’Europa venga compiuto un deciso passo in avanti in tal senso.