Il ventesimo secolo è stato caratterizzato dal confronto tra tre modelli di governo: quello democratico basato sulla pluralità economica e politica e sul suffragio sempre più universale; quello dittatoriale nazionalista e razzista impersonato da partiti unici fascisti e nazisti arbitri anche della supremazia economica; e quello comunista ugualmente dittatoriale perché ideologicamente basato sulla egemonia politica ed economica del proletariato rappresentato in modo autocratico da un partito unico della cosiddetta classe operaia.

Tra le caratteristiche delle democrazie vi fu anche quella di promuovere processi d’integrazione reciproca. Il processo fu avviato per la ricostruzione e la difesa (Bretton Woods, NATO, Piano Marshall, CECA); particolarmente avanzato fu quello europeo, già delineato durante il secondo conflitto mondiale, ancora in corso, oggi rappresentato dall’Unione Europea.

Per alcuni decenni vi è stato un confronto tra le democrazie occidentali egemonizzate dagli USA e il sistema dei paesi del socialismo reale dominati dall’URSS. Paesi in via di sviluppo cercarono di restare neutrali e di prendere in misure variabili i modelli del primo e secondo mondo, definendosi Terzo Mondo con forme miste tra democrazia e autoritarismo e di mercato aperto e chiuso.

Con la caduta del muro di Berlino (1989) e poi con la dissoluzione dell’URSS (1991), che hanno mostrato i limiti economici e politici del modello del socialismo reale, è sembrato che il solo modello democratico avesse conservato le caratteristiche richieste per un futuro mondiale. Da qui l’idea che il passaggio alla democrazia per gli stati ancora con regimi autoritari potesse essere forzato per una transizione più rapida. Negli anni ’70 la Cina, su impulso di Deng Xiaoping, aveva intrapreso un percorso diverso dall’URSS aprendo l’economia cinese al mercato capitalistico e al commercio internazionale, ma conservando un sistema politico autoritario a partito unico e senza elezioni, definito di “dittatura democratica del popolo”. Quindi un’oligarchia gerarchica, di competenti (mandarini), che in un certo senso richiama l’antica tradizione confuciana sotto l’etichetta comunista, con programmazioni decennali. Inizialmente il reddito pro capite cinese era molto basso e prima del 2000 il PIL era inferiore a quello italiano, ma in seguito ad un rapido sviluppo, grazie anche ad un’intensa politica di formazione, l’economia cinese si è sempre più avvicinata alle maggiori potenze occidentali.

Come testimonia Romano Prodi, che in Cina da tempo ha tenuto corsi universitari, all’inizio c’era una forte attenzione al modello anche organizzativo comunitario; ora sono convinti che il loro modello di governo autoritario e basato su un’oligarchia ideologicamente omogenea sia superiore, sia per il prevalere di competenti abilitati a partecipare al sistema decisionale pubblico, sia per la stabilità di governo, mentre le democrazie con legislature di pochi anni, alternanza nelle maggioranze e suffragio universale senza considerazione delle competenze potranno trovarsi di fronte a difficoltà nel definire e gestire in modo competitivo la loro strategia evolutiva. Come nel caso dell’URSS, pare del tutto ignorato lo spreco d’intelligenza nel ridurre le teste autorizzate a pensare e prendere iniziative di tipo sociopolitico.

Ovviamente per farne una risorsa bisogna valutare le condizioni che permettono all’intelligenza diffusa di diventare una risorsa preziosa che non può essere trascurata per competere. Ci sono molti modi per sprecare l’intelligenza, che nella società è aggregata, ossia, come il PIL, è data dall’insieme delle intelligenze di tutti gli operatori (persone, aziende, istituzioni pubbliche e sociali); ma non essendo facilmente esprimibile in valori monetari, nemmeno stimati, come potrebbero esserlo i risultati (outcomes) sociali, è spesso trascurata nella modellistica socio-economica, anche se spesso si cita il capitale umano come una componente dell’intelligenza aggregata.

Nel secolo XXI, pertanto, il confronto mondiale tra sistemi politici e sociali sarà tra democrazia ed autoritarismo; il confronto sarà vinto da chi avrà al meglio sviluppato ed utilizzato l’intelligenza aggregata del reale - passato, presente e futuro - per via via acquisire tutto quanto serve a sanare l’indesiderato, gestire bene il presente e modificare per il meglio la realtà che verrà, in un continuo periodo di transizione evolutiva, dove ogni area continentale o sub-continentale, pur se nello stesso quadro mondiale, vive una fase diversa in base alla propria storia, economia e cultura, nell’affrontare uno sforzo di convergenza verso le situazioni giudicate migliori. Protagoniste saranno le maggiori potenze - presenti o in costruzione, unitarie o federali o almeno alleate per un nuovo ordine internazionale - che si presenteranno come possibili esempi di successo grazie al modello adottato, alle dimensioni e al grado di sviluppo raggiunto, che abbiano sufficiente autonomia per adottare e sperimentare uno dei due sistemi di governo sociale, conseguendone i risultati e cercando di superarne i limiti, grazie anche ad un confronto continuo tra i due sistemi, per mostrare i migliori risultati. Per ridurne i costi di transizione, il processo dovrebbe essere pacifico, ma deviazioni belliche, civili o internazionali, non possono essere escluse; da qui la necessità di forti dosi di diplomazia multilaterale e di un confronto tra strategie geopolitiche.

Di fatto gli altri stati minori a livello globale costituiranno insiemi che seppur con alcune variazioni dovute alla geografia e al livello di sviluppo raggiunto seguiranno, almeno parzialmente, uno dei due modelli sopraindicati, anche apportandovi i contributi che saranno in grado di offrire. Non sappiamo quanti paesi di volta in volta entreranno nel modello autoritario e quanti in quello democratico; ma la scelta sarà sostanzialmente dei loro popoli grazie all’intelligenza del reale sviluppata e ai modelli che perseguiranno, facendo prevalere le loro responsabilità, come attori (anche nelle piazze) e, ove possibile, come elettori.

La spasmodica ricerca di colpe esterne per tutti i mali del Paese non porta a trovare la via per la pace e il benessere, così come non lo fanno gli “aiuti” perché sia la politica delle cannoniere (terrorismo incluso) sia quella delle sanzioni che si pretendono illuminate saranno sostanzialmente inefficaci. Il colonialismo è superato, troppo costoso; anche il neocolonialismo nella forma di egemonia, pur se ammantato di progressismo ideologico, perderà d’importanza; sono i paesi interessati che devono scegliere proprie politiche di liberazione (concorda Mario Giro che opera anche come esponente della Comunità di Sant’Egidio). Chi dall’esterno vuole “aiutarli” può promuovere la cooperazione, i progetti di integrazione e il rispetto delle autonomie dei percorsi di transizione (talvolta tormentati), che sono gli strumenti più efficaci per il sostegno alle evoluzioni pacifiche e all’affermarsi graduale di modelli democratici. Ho vissuto la transizione tra l’Italia contadina a quella industriale e poi caratterizzata dall’emergere dei servizi, l’evolvere della scolarizzazione. Questo ha avuto influenza anche nella cultura e nella politica, quindi ho percepito chiaramente come la struttura produttiva imponga trasformazioni che però richiedono la successione di generazioni. Da qui la necessità di attendersi e rispettare i tempi necessari alla variegata transizione di ogni area continentale e delle sue articolazioni e trasformazioni culturali. Il rispetto dei diritti umani favorisce la transizione pacifica; per questo è non solo nell’interesse interno di un paese, ma anche a beneficio dell’ordine internazionale in cui si trova. Le retrocessioni autoritarie dovrebbero sempre essere contrastate dalle democrazie come danni all’ordine internazionale pacifico e alla convergenza nello sviluppo.

Convergenza che attraverserà più fasi intermedie e anche sfasate di dimensioni continentali e semicontinentali. Le transizioni che richiedono una maggiore attenzione occidentale ed in particolare europea, ma con specifiche politiche, riguarderanno: l’Africa, il Medio Oriente, l’America Latina e i paesi dell’ex URSS. La priorità dei democratici è che il confronto tra situazioni di partenza e di arrivo sia pacifico e basato su dati oggettivi dei risultati e dei costi, ossia valutabile.

Via via che un’area avrà raggiunto la convergenza economica e politica con il gruppo di testa potrà partecipare liberamente al processo d’integrazione globale, o globalizzazione governata, convergente, ugualitaria e solidale, con la propria variante della cultura universale.

Evidentemente spetta a Nord America e Europa curare l’evoluzione positiva del modello democratico occidentale in modo da essere d’esempio e protagonisti dell’integrazione globale e del conseguimento pacifico degli obiettivi concordati nel rispetto dei valori fondanti le democrazie moderne: la libertà, l’uguaglianza e della fraternità o solidarietà sociale. Potenzialmente le democrazie sono in grado di perseguire questi obiettivi, ma non è facile tradurli in azioni conseguenti ed efficaci da condividere fra gli elettori, spesso ancora dipendenti da modelli egoistici. Le scelte fondamentali e le vie razionali per realizzarle devono essere analizzate oggettivamente, proposte esplicitamente dai gruppi più attenti agli sviluppi mondiali e promosse in modo da essere accolte dagli elettori. Elettori che appartengono a diverse categorie e sottocategorie non esclusive quindi con diversi incroci, ma per tutti vale il principio una testa un voto, voto che può essere rinunciato, delegando così di fatto la scelta agli altri. Il diritto di voto è legato alla cittadinanza e alla residenza e queste non sempre sono connesse al contributo fiscale alle amministrazioni di vario livello per le quali si ha diritto di voto. Si sono manifestate inoltre differenze elettorali tra città e zone rurali o periferiche che vanno spiegate ed esaminate per ricercare la convergenza grazie ad una migliore integrazione tra i diversi territori e la migliore comprensione e valutazione delle interdipendenze da entrambi i lati. Queste capacità sono sintetizzate dal termine intelligenza.

Ovviamente in democrazia va integrata con il qualificativo di “intelligenza aggregata” (dell’insieme degli elettori e dei soggetti giuridici). Lo schema del circuito dell’intelligenza, di fatto utilizzato nella lotta al Covid, è inserito come allegato nella parte digitale.

Per l’Unione europea che deve vincere la sfida gestionale e istituzionale postale dalla pandemia è necessaria una notevole intelligenza politica sul complesso dei problemi che si è proposta di affrontare e che gli elettori richiedono di vedere affrontati anche prima di averle conferiti gli specifici mandati, perché questo è quanto sono abituati a fare con i loro Stati che via via assumono le competenze che i fatti rendono necessarie senza dover rivoluzionare le costituzioni, in forza del principio di sovranità.

Per visionare l'allegato
https://www.mfe.it/unitaeuropea/index.php/4648-il-circuito-dell-intelligenza