La crisi energetica provocata dal conflitto tra Russia e Ucraina rischia di compromettere anche la transizione ecologica.
Una rete europea di infrastrutture e di stoccaggio delle diverse fonti di energia, unite a produzioni e approvvigionamenti europei, sono figli di una politica comune sul tema, che può essere realizzata in modo efficace solo revisionando i trattati.


Quanto “incide” Mosca rispetto agli altri fornitori di energia all’Europa? Se la Russia chiudesse i “rubinetti” quali sarebbero le conseguenze e chi le subirebbe maggiormente? Come possiamo costruire un’autonomia energetica europea? Queste sono alcune delle domande che da diverse settimane i cittadini europei si stanno ponendo. Non solo i cittadini, anche le istituzioni europee ed i governi nazionali, che hanno posto in cima all’agenda politica il tema dell’indipendenza energetica del continente e della strada da imboccare per il suo raggiungimento.

Il tema dell’energia ha influenzato fin da subito il processo di integrazione. Infatti con il Trattato di Parigi del 1951, che istituiva la CECA, sei Stati europei accettavano di impegnarsi sulla via dell'integrazione, prevedendo la messa in comune della principale fonte di energia dell’epoca, il carbone. Da allora si è giunti solamente con il trattato di Lisbona del 2009 ad un effettivo conferimento di competenze alle istituzioni europee in materia di politica energetica, che ha portato all’approvazione del recente “Green Deal” e del “Fit for 55”, misure atte ad abbattere le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030 e del 100% entro il 2050.

Oggi la crisi internazionale, a seguito dell’invasione russa, ha portato alla luce il complesso mercato degli approvvigionamenti energetici, mostrando la dipendenza forte dell’Europa da Mosca. Possiamo senza dubbio affermare che la dipendenza da forniture russe, come l’assenza di una vera politica estera di difesa e sicurezza europea, hanno giocato a favore di Putin. Sia per la mancanza di un effetto “deterrente” all’invasione, sia per finanziarla. Il valore dell’export russo è stimato in circa 54 miliardi di dollari per il gas, 110 miliardi per il petrolio e 68 miliardi per i prodotti petroliferi. Il 6 aprile Josep Borrell davanti al Parlamento europeo ha dichiarato che l'Unione ha speso 35 miliardi di euro in combustibili fossili russi dall'inizio della guerra, a fronte di un solo miliardo di euro in aiuti destinati all'Ucraina. Questi valori, in relazione alle percentuali destinate al continente europeo, ne aumentano il valore geopolitico. Motivo anche delle iniziali esitazioni sulle sanzioni economiche da attuare. Se prendiamo in considerazione il gas, secondo elaborazioni ISPI (basate su dati Eurostat, BP, GIE, Gazprom) più del 30% importato dall’UE proviene dalla Russia, con consumi diversificati per ogni Stato membro. L’Italia risulta fortemente dipendente mentre altri paesi, grazie ad un diverso mix energetico, ne sono meno influenzati. Negli ultimi decenni si è tentato di diminuire la dipendenza dalla Russia, ma ragioni geografiche ed economiche ne hanno impedito la concreta realizzazione.

La politica dell'Unione nel settore dell'energia, come riportato negli attuali trattati, è intesa a garantire il funzionamento del mercato dell'energia, la sicurezza dell'approvvigionamento energetico nell'Unione, promuovere il risparmio energetico, l'efficienza energetica e lo sviluppo di energie nuove e rinnovabili, promuovere l'interconnessione delle reti energetiche. Tuttavia, sono gli Stati membri a redigere i propri piani nazionali per l’energia e il clima in funzione della disponibilità di risorse, tecnologie ed inevitabilmente degli interessi nazionali. Molti paesi valutano un provvisorio ritorno al carbone per sostituire il gas russo o la riaccensione di centrali nucleari.

La crisi energetica provocata dal conflitto tra Russia e Ucraina rischia quindi di compromettere anche la transizione ecologica. Il passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili è indispensabile per raggiungere l’azzeramento delle emissioni di carbonio entro il 2050. Ritardare l’attuazione di politiche energetiche comuni rischia di far attuare scelte individuali ad ogni Paese. Pensare di sostituire nell’immediato il gas con il carbone non sposterebbe il problema della dipendenza, in quanto le forniture di carbone provengono per circa il 50% dalla Russia.

Si tratta di scelte non proprio green, che rivelano come nell’immediato sia molto complicato conciliare indipendenza energetica e transizione. Il Governo italiano sembra aver individuato le soluzioni in più carbone, forniture di gas non russo e meno consumi. Sulla stessa linea anche Germania, Bulgaria e Repubblica Ceca, che hanno aperto alla possibilità di prolungare l'uso delle centrali a carbone. Liberarsi dalle forniture russe è un’urgenza, mentre per attuare politiche sostenibili autonome sono necessari molti anni e forti investimenti. A dire il vero già durante la pandemia la transizione verde ha subito un rallentamento. L’International Energy Agency (IEA) nel report di fine anno “Coal 2021” evidenzia come in Europa la produzione di energia dal carbone è aumentata del 18%.

Se si analizza invece il medio termine, la storia cambia, perché a fronte di una spesa annua stimata in almeno 170 miliardi di euro, le energie rinnovabili possono dare maggiori garanzie di stabilità e sicurezza, a differenza dei combustibili fossili. Inoltre per gli analisti sarebbe comunque la strada più economica per l’indipendenza energetica. Lo ha capito bene la Germania, che ha anticipato i suoi obiettivi: 100% di elettricità prodotta con energia rinnovabile entro il 2035. Quel che risulta evidente è che non può esserci un’autonomia energetica europea, senza una strategia ambiziosa comune.

A tal proposito, l’8 marzo la Commissione europea ha adottato il piano RePowerEU, basato su: diversificare gli approvvigionamenti di gas, aumentare le importazioni (GNL e via gasdotto) da fornitori non russi, utilizzo di biometano e idrogeno rinnovabile, ridurre più rapidamente l'uso dei combustibili fossili. Il Parlamento europeo invece, con una propria risoluzione ha chiesto l'embargo totale ed immediato delle importazioni dalla Russia di petrolio, carbone, combustibile nucleare e gas.

Si tratta di iniziative che vanno nella giusta direzione, ma non bastano a superare le divergenze. Il piano proposto dalla Commissione si scontra con l’inserimento di gas e nucleare nella nuova tassonomia dell’UE, il sistema di classificazione che serve ad indicare quali attività economiche possono essere considerate investimenti sostenibili. L’aggiunta di queste due fonti energetiche è legata agli interessi specifici di alcuni stati membri, come ad esempio la Francia che produce la maggior parte dell’energia attraverso il nucleare. Per non parlare delle criticità del gas naturale liquefatto (GNL), che richiede terminali sofisticati per la ri-gassificazione (Australia, Stati Uniti, Malesia, Indonesia, Nigeria, Algeria, Qatar, i principali esportatori di GLN) e potrebbe rivelarsi logisticamente problematico, lasciando disconnessa buona parte dell'Europa centrale ed orientale. Anche la risoluzione del Parlamento europeo non trova tutti d’accordo. Ad esempio Germania e Austria hanno espresso il timore che un'interruzione improvvisa possa far precipitare l'Europa in una recessione o il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che si dichiara contrario ad applicare qualsiasi tipo di embargo.

Per raggiungere gli obiettivi fissati dalle istituzioni europee, è evidente che l’Unione attuale non basta. Una rete europea di infrastrutture e di stoccaggio delle diverse fonti di energia, unite a produzioni e approvvigionamenti europei, sono figli di una politica comune sul tema, che può essere realizzata in modo efficace solo revisionando i trattati. Basta pensare all’ art.194 del TFUE che riconosce in capo ad ogni Stato membro, il diritto di «determinare le condizioni di utilizzo delle sue fonti energetiche, la scelta tra varie fonti e la struttura generale del suo approvvigionamento energetico». Tale disposizione va contemperata con le disposizioni dell’articolo 192, secondo cui il Consiglio può incidere sulle scelte di uno Stato membro, ma deliberando all'unanimità.

La soluzione è quindi trasferimento di sovranità al livello europeo e questa crisi offre aperture prima impensabili. Si pensi ad esempio a Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia, che sul tema dell’energia hanno preso le distanze dall’Ungheria, creando di fatto una spaccatura all’interno del gruppo di Visegrad, a fronte di relazioni migliori con il resto dell’UE. La domanda ora è se tutto tornerà alle vecchie abitudini quando le armi saranno deposte o se si sceglierà di investire il capitale generato da questa crisi, rafforzando il livello di integrazione. La prova dei fatti è rappresentata senza dubbio dalla Conferenza sul futuro dell’Europa. Dalle sue conclusioni infatti capiremo se l’Europa sarà in grado avviare una riforma dei Trattati e dare l'avvio alla costruzione di un'Unione federale, sovrana, e democratica.