La guerra lanciata dalla Russia contro l’Ucraina ha imposto un’accelerazione imprevista ai processi politici internazionali, approfondendo la frattura tra Occidente e potenze autocratiche e aprendo molte incognite sul nostro futuro.


Per l’Europa si è trattato di un terremoto, che l’ha (forse) resa cosciente della propria vulnerabilità e la sta costringendo in qualche modo a reagire mettendo in discussione se stessa e le sue politiche di questi ultimi due decenni. Gli europei si sono trovati di fronte ad un’aggressione rispetto alla quale non hanno strumenti di difesa adeguati, né possibilità di dotarsene in tempi brevi; se oggi questa aggressione non fosse contrastata con coraggio e determinazione dagli ucraini stessi con il supporto esterno della NATO e l’impegno innanzitutto americano, la minaccia diretta avrebbe sicuramente investito in tempi brevi anche alcuni dei paesi membri dell’UE. Ancora una volta, quindi, gli europei si ritrovano dipendenti per la loro sicurezza da un paese esterno (gli USA), che a sua volta è condizionato da una situazione politica interna dagli sviluppi imprevedibili; ma la differenza, rispetto al passato dopo il crollo dell’URSS, è che questa volta la guerra è sul continente europeo. Inoltre gli europei si ritrovano a dipendere dal nemico in un settore vitale come quello dell’energia e, attraverso questa dipendenza, finanziano il proprio aggressore profumatamente. In più hanno al proprio interno porzioni importanti di opinione pubblica e di classe dirigente che parteggia per il nemico e lo sostiene attivamente (mentre l’opposizione democratica in Russia o in Cina è ridotta facilmente al silenzio). A questo va aggiunto che, di fronte alle conseguenze economiche della guerra – che ricadono su economie già gravemente colpite dalla pandemia, che avevano appena iniziato la ripresa – gli europei hanno una moneta unica forte e autorevole, che però, in assenza dei necessari strumenti concomitanti fiscali ed economici, è minacciata dalla fragilità di una parte degli Stati che vi partecipano, dal loro debito eccessivo e dalle loro carenze rispetto alle quali mancano strumenti strutturali di supporto; mentre l’inflazione rende complesso anche l’utilizzo della leva della politica monetaria della Banca Centrale, in passato determinante per salvare l’euro. Infine, quando devono agire uniti, gli europei nel quadro dell’UE hanno una struttura decisionale che riflette la loro frammentazione e l’assenza di una sovranità comune democratica e legittima, per cui si trovano a ragionare troppo spesso in base non ad una visione forte di grande potenza continentale, ma alla somma di tante visioni nazionali deboli; in più per agire sono anche privi di vere risorse e strumenti adeguati.

Questo quadro, senza togliere nulla al valore di quanto costruito in oltre settanta anni di integrazione, dimostra come l’UE si sia crogiolata troppo a lungo nell’illusione che il Mercato unico fosse la risposta politica adeguata alle sfide del nostro tempo e che fosse in grado, unito ad una gestione sana e scrupolosa delle finanze nazionali e a buone pratiche nazionali di governo, di garantire la pace, il successo dei nostri sistemi economici e sociali e delle nostre democrazie. La realtà, invece ha visto crescere le minacce attorno a noi a dismisura, lasciandoci del tutto inadeguati a fronteggiarle. Basta confrontare le indicazioni contenute nello Strategic Concept della NATO e nello Strategic Compass dell’UE. Di fronte ad un’analisi molto simile delle minacce che dobbiamo fronteggiare e degli attacchi che rischiamo (altamente) di dover subire, l’uno propone le soluzioni che derivano dalla forza della potenza tecnologica e militare (grazie al ruolo degli USA); l’altro un cantiere tutto da costruire, e rispetto al quale non ci sono ancora neanche gli strumenti per avviare i lavori. Parole da una parte, quindi, rispetto al potere reale dall’altra. E’ pertanto evidente che gli europei sono fragili, vulnerabili e deboli; ma se le scelte del potere americano non sempre corrispondono ai nostri interessi e alla nostra visione, e si vuole poter decidere e agire autonomamente, si deve passare dalle parole ai fatti e attrezzarsi di conseguenza. E’ la nostra divisione che rende pericolosamente velleitarie le nostre micro-ambizioni nel campo della sicurezza e in quello militare, ed è pertanto questo il primo ostacolo da superare. La creazione di un governo politico europeo, con poteri reali e autonomi, in termini di competenze, risorse, legittimità democratica è dunque la premessa necessaria per aprire il cantiere della difesa, insieme a quello della politica estera. Queste cose le ha spiegate bene, e in modo difficilmente contestabile, il Gen. Camporini nell’intervista rilasciata al nostro giornale sul numero scorso.

Resta quindi da capire se l’UE sta agendo in modo coerente rispetto a questa necessità di rifondarsi come soggetto politico dotato di poteri reali in grado di creare le condizioni che permettano di sviluppare una effettiva capacità di azione europea, sia nel campo della politica estera e di sicurezza, sia per fronteggiare le molteplici sfide economiche, sociali e si di sicurezza interne. Sotto questo profilo sono due le direttrici principali lungo le quali l’UE si sta muovendo. La prima ha il suo risultato più vistoso nel cambio di paradigma rispetto all’uso dello strumento dell’allargamento; la seconda il processo di riforma dei Trattati.

Per quanto riguarda l’allargamento, la decisione di attribuire all’Ucraina (e alla Moldavia) lo status di paesi candidati ha rovesciato la logica che aveva accompagnato in particolare la filosofia del grande allargamento ai paesi dell’Europa centro-orientale che fino al 1990 avevano fatto parte del blocco sovietico. Questo grande allargamento era stata ricercato innanzitutto come un estensione ad oriente del Mercato europeo, in corrispondenza con un interesse economico e politico della nuova Germania riunificata, un disegno geopolitico americano per ancorare meglio l’ingresso di questi Paesi nella NATO, e una volontà politica britannica che mirava a diluire la vocazione politica del progetto europeo, in coerenza con quanto la Thatcher aveva saputo fare a metà anni Ottanta imponendo l’Atto Unico anche per fermare il Progetto Spinelli. In generale l’allargamento ha sempre incluso motivazioni legate alla stabilizzazione politica ed economica dei Paesi che accoglieva, in particolare se l’ingresso in Europa coincideva con la spinta al passaggio o al consolidamento di un sistema di libero mercato, democratico e, nei fatti, di alleanza con gli Stati Uniti; però è la prima volta che viene interpretato come una mossa puramente politica e motivato solo dalla volontà di estendere l’orbita UE come quadro di sicurezza condivisa, persino oltre la NATO (che potrebbe anche non diventare l’approdo per l’Ucraina, alla fine della guerra). Per questo è stato il primo allargamento che si è accompagnato alla dichiarata volontà di perseguire una (complementare) revisione del sistema istituzionale europeo per rafforzare la vocazione politica dell’Europa. La proposta della Comunità politica avanzata da Macron – o della Confederazione, da parte di Letta – va in questa direzione politica, identificando sia uno strumento per favorire, o addirittura creare, la convergenza politica dei futuri Stati membri con l’interesse, la visione e la strategia dell’Europa, sia un quadro per costruire un sistema di sicurezza continentale.

Questa mossa va inquadrata come complementare al processo aperto con la Conferenza sul futuro dell’Europa per spingere verso la riforma dei Trattati. Infatti, per avere un’Europa forte e capace di agire, è diventato ormai chiaro alla classe dirigente europea più responsabile che bisogna riformare il sistema istituzionale dell’UE. Ancora una volta ricordiamo che questo vuol dire attribuire poteri autonomi attraverso nuove competenze, risorse adeguate, meccanismi decisionali efficaci e democratici alle istituzioni europee. Il successo del primo passaggio costituito dai lavori e dai risultati della CoFoE, la determinazione politica del Parlamento europeo, la determinazione dei governi di Italia e Francia, che spingono su questa via la Germania e una serie di altri paesi, rendono, in questa fase, la possibilità di una revisione dei Trattati concreta, senza con questo pensare di sminuire gli ostacoli che continuano a frapporsi ad un tale traguardo. Tra questi ultimi, c’è sicuramente il fatto che alcuni membri dell’UE non vogliono rinunciare ad un briciolo della loro sovranità, per costruirne una europea; per cui uno dei problemi che la Convenzione, che auspicabilmente verrà convocata in autunno, dovrà affrontare è come costruire un’unione politica cui non prenderanno parte gli attuali 27 Stati dell’UE, e come, quindi, organizzare una struttura istituzionale che preveda due cerchi (l’unione politica e il Mercato attuale) anche all’interno dell’attuale UE.

Mentre ci si muove lungo le due direttrici appena delineate, i governi nazionali più consapevoli, con il sostegno delle istituzioni europee, stanno anche lavorando in parallelo per la messa in atto di un indispensabile processo di convergenza nei settori cruciali ancora nazionali. Questo avviene nella politica estera – con la posizione rispetto alla guerra e con la scelta già esaminata della costruzione di una “Comunità politica” esterna –, nella politica energetica, in quella della sicurezza – soprattutto ponendosi l’obiettivo di favorire l’integrazione dei settori industriai e militari – e insieme nella politica economica, discutendo la necessità di investimenti comuni, di meccanismi di stabilizzazione e redistribuzione all’interno dell’UE e di creazione di un debito europeo.

Nel complesso, dunque, l’UE ha intrapreso i primi passi lungo la via per cercare di dotarsi di una propria capacità e identità politica e per attrezzarsi nel nuovo mondo caratterizzato dalla politica di potenza e dallo scontro per l’egemonia. Dobbiamo però essere consapevoli che l’immenso ritardo accumulato rende indispensabile agire rapidamente, nella consapevolezza che la nostra è una corsa contro il tempo; il quale, come ci ricordano brutalmente i vari Lavrov o Medvedev, gioca contro l’UE. Tutte le forze democratiche e i cittadini consapevoli devono esserne coscienti, e impegnarsi a fondo perché questa via verso l’unità politica federale sia percorsa rapidamente e con coraggio.