Dopo la Conferenza sul Futuro dell’Europa la palla passa ora al Consiglio europeo: è a questa istituzione che spetta infatti il compito di decidere, a maggioranza semplice, la convocazione di una Convenzione che discuta le proposte di riforma emerse dalla Conferenza.


Il 9 maggio, a un anno dalla sua apertura, si è chiusa la Conferenza sul Futuro dell’Europa, concepita, a partire da un’idea di Emmanuel Macron, per adeguare l’Unione europea alle sfide del futuro. Si è trattato di un esperimento visto con scetticismo da molti e che, nonostante i tentativi di declassarlo a un semplice sondaggio di opinione privo di sbocchi concreti, si è invece rivelato fondamentale per consentire ai cittadini di esprimere la propria volontà di riformare l’Unione e di rafforzarla affinché sia in grado di far fronte a problemi ormai al di fuori della portata dei singoli Stati.

La pandemia da Covid-19 e la guerra in Ucraina, in effetti, hanno reso estremamente evidenti i limiti dei meccanismi di funzionamento dell’Unione europea che, pur essendo stata in grado di resistere alle crisi, non è dotata degli strumenti necessari per farvi fronte in modo strutturale, per tutelare gli interessi dei propri cittadini e per costituire un polo di equilibrio a livello mondiale e un modello di democrazia e di pace.

Contrariamente al timore di alcuni che la Conferenza potesse costituire un’occasione per gli euroscettici e i nazionalisti di esprimere la loro contrarietà a uno sviluppo politico del processo di integrazione, i cittadini, sia nei Panel di discussione, sia sulla Piattaforma telematica che ha affiancato la Conferenza, hanno dunque chiesto che l’Unione diventasse un attore politico e che la dimensione sovranazionale si rafforzasse anziché indebolirsi.

Nonostante per forza di cose le proposte siano molto eterogenee, tutti i punti critici della struttura istituzionale e dei meccanismi di funzionamento dell’Unione sono stati toccati, in particolare nel gruppo dedicato al tema della democrazia, e ne sono emerse proposte chiare, molte delle quali per essere realizzate necessitano di una riforma dei Trattati.

Così, per quanto riguarda il Parlamento europeo, oltre a una procedura elettorale uniforme e liste transnazionali, i cittadini hanno chiesto che siano attribuiti al Parlamento europeo pieni poteri in materia di bilancio e che gli sia riconosciuto il potere di iniziativa legislativa. Al contempo, è emersa dalla Conferenza l’esigenza di una maggiore legittimazione democratica della Commissione o attraverso un’elezione diretta del Presidente della Commissione o attraverso un potenziamento del sistema degli Spitzenkandidaten, che ne rafforzerebbe il legame con il Parlamento europeo. Significativo è anche il fatto che i cittadini chiedano di modificare i nomi delle istituzioni per rendere più chiara la loro funzione e il loro ruolo nei meccanismi decisionali dell’Unione. I nomi proposti - Senato per quanto riguarda il Consiglio e Commissione esecutiva per quanto riguarda la Commissione - si ispirano infatti agli ordinamenti nazionali e manifestano dunque la volontà di rendere l’Unione europea più simile a un ente sovrano.

Anche sul versante dei meccanismi decisionali le proposte emerse durante la Conferenza identificano i punti di maggior debolezza dell’Unione. Il fatto che molte decisioni siano prese all’unanimità nel Consiglio o nel Consiglio europeo viene indicato come uno dei maggiori ostacoli da superare per rendere l’Unione europea capace di agire. Così, secondo i cittadini, in tutte le materie nelle quali oggi si decide all’unanimità si dovrebbe decidere a maggioranza qualificata, fatta eccezione per l’adesione di nuovi Stati all’Unione europea e per modifiche dei principi fondamentali dell’Unione di cui all’articolo 2 del TUE.

Sul fronte delle competenze si richiede poi di rafforzare la competenza dell’Unione in materia di salute, attribuendo all’Unione una competenza concorrente, di energia, di politica sociale, di politica industriale, e in generale da molte proposte emerge la richiesta di maggiori investimenti europei in vari settori.

Oltre a quelle elencate sono emerse ovviamente numerose altre raccomandazioni, che in molti casi hanno sottolineato la necessità di introdurre nei meccanismi di funzionamento dell’Unione strumenti che in qualche modo rendano permanente la possibilità per i cittadini di partecipare alle decisioni prese a livello europeo, di essere informati e di essere consultati, così come avvenuto con la Conferenza sul Futuro dell’Europa.

Il bilancio della Conferenza è dunque pienamente positivo e ne emerge la percezione chiara da parte dei cittadini del fatto che l’Unione vada riformata in modo deciso, e che dunque il seguito della Conferenza non debba tradursi in semplici aggiustamenti delle regole esistenti, ma in modifiche che rendano l’Unione all’altezza delle sfide che deve affrontare. Ne è una chiara manifestazione il fatto che tra le proposte vi sia anche quella di riaprire la discussione su una Costituzione europea, chiaro segno del fatto che i cittadini vogliono che l’Unione europea sia ripensata in modo complessivo.

La chiusura della Conferenza ha segnato tuttavia un momento importante anche per un altro motivo, e cioè per il fatto che da un lato i cittadini hanno sottolineato con forza la necessità che si dia seguito alle loro raccomandazioni e la loro volontà di vigilare affinché le stesse non vengano messe in un cassetto e dimenticate, dall’altro il Parlamento europeo si è fatto promotore in tempi rapidissimi di un’iniziativa volta a dare avvio alla procedura di revisione dei trattati ex articolo 48 TUE, richiedendo la convocazione di una Convenzione che discuta le proposte emerse dalla Conferenza.

Nella risoluzione del 9 giugno 2022, in effetti, il Parlamento, dopo aver sottolineato che molte delle raccomandazioni emerse dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa richiedono una revisione dei Trattati e che le tre istituzioni politiche - Consiglio, Commissione e Parlamento europeo - si sono impegnate a dare seguito in modo effettivo a dette raccomandazioni, chiede al Consiglio di sottoporre al Consiglio europeo la proposta di convocare una Convenzione per avviare la procedura di revisione. E sottolinea che le modifiche dovranno riguardare il passaggio dall’unanimità alla maggioranza in Consiglio in materie quali le sanzioni o le clausole passerella, un rafforzamento delle competenze dell’Unione in settori quali quello della salute, dell’energia, della politica sociale, l’attribuzione al Parlamento europeo di un potere di codecisione in materia di bilancio e del potere di iniziativa e un rafforzamento della procedura prevista dai Trattati in caso di violazione grave da parte di uno Stato membro dei diritti fondamentali.

Si tratta di un passo importante, che testimonia la volontà del Parlamento di assumere un ruolo di avanguardia e di spinta verso una riforma complessiva dell’Unione che la renda capace di agire, democratica e in grado di rispondere alle esigenze dei propri cittadini. E che trova appoggio nelle posizioni di Francia, Italia e Germania, Stati che si sono dichiarati aperti a una riforma dei trattati nel senso indicato dalla Conferenza.

La palla passa ora al Consiglio europeo: è a questa istituzione che spetta infatti il compito di decidere, a maggioranza semplice, la convocazione di una Convenzione che discuta le proposte di riforma emerse dalla Conferenza. Nel vertice del 23 e 24 giugno non è stata presa alcuna decisione sul punto ed è necessario superare la posizione contraria di alcuni Stati che si sono dichiarati contrari a una modifica dei Trattati.

Difficilmente, tuttavia, i sostenitori dello status quo vinceranno la battaglia. Di fronte a sfide quali la crisi sanitaria e la guerra ai confini dell’Unione e alla richiesta chiara dei cittadini di un’Europa più forte e in grado di proteggerli, rifiutare una riforma dei trattati in senso federale significherebbe mettere in pericolo l’esistenza stessa dell’Unione e aprire la strada al ritorno dei nazionalismi.