L’Europa è divisa in molti stati nazionali. Parlare di ragion di Stato in relazione alla definizione generica di europei è un errore concettuale.


Quando il nostro Presidente del Consiglio Draghi si è recato a Washington, poco meno di due mesi fa, in visita al Presidente USA Biden, sulla stampa si sono succeduti titoli sulle differenti sensibilità tra americani ed europei rispetto agli obiettivi e alla strategia nel conflitto tra Russia e Ucraina. Già ad un livello superficiale appare evidente come non possa esserci un’identità di interessi tra chi (gli europei) la guerra la vive sull’uscio di casa, contro uno stato aggressore da cui dipendono in parte assai rilevante per la fornitura di energia, senza nessun meccanismo autonomo di difesa efficace, e chi invece (gli USA) non ha alcuna forma di dipendenza energetica dal nemico, dista migliaia di km dal conflitto ed è la prima potenza militare al mondo che può indebolire un possibile rivale sistemico.

Alcuni sono arrivati anche a porsi la domanda se non vi sia una diversa ragion di Stato tra europei e statunitensi. La domanda, se presa seriamente, è già indice della scarsa autocoscienza che gli europei hanno della natura e dei conseguenti limiti dell’organizzazione a livello statuale che hanno ad oggi scelto di darsi.

Cerco di ricomporre un ordine concettuale, in primis per me stesso, che possa aiutare. Cominciamo con il dire cosa sia la ragion di Stato. La possiamo definire, in modo semplice, come l'insieme delle priorità attinenti a sopravvivenza e sicurezza dello Stato.

La ragion di Stato, banalmente, presuppone quindi innanzitutto uno Stato, che a sua volta è indissolubilmente legato al concetto di sovranità.

Gli USA sono uno stato sovrano e quindi hanno una loro ragion di Stato. “Europei” d’altro canto è un aggettivo che fa riferimento ad un’area geografica, sui cui confini non vi è nemmeno chiarezza. Non vi è in tal senso alcuna ragion di Stato degli europei, perché manca il presupposto primo: il soggetto da cui dovrebbe promanare, che abbia il mandato ed i mezzi per poterla definire e farla valere, dando voce ai cittadini. L’Europa è divisa in molti stati nazionali, la maggior parte dei quali aderente all’UE e alla NATO. Parlare di ragion di Stato in relazione alla definizione generica di europei è un errore concettuale.

L’aggressione russa all’Ucraina ha segnato il “ritorno del carattere tragico della storia” in Europa. Mostrando l’attualità dell’aspetto più brutale della sovranità, sta costringendo le opinioni pubbliche e le classi dirigenti dei paesi europei a fare i conti con la realtà e con le conseguenze della natura anarchica del sistema internazionale.

Per i federalisti non è una novità, grazie alla lucida analisi che a loro deriva dalla teoria della ragion di Stato, che hanno fatto propria. E’ chiarificante in questo senso Pistone: “Il rapporto fra la teoria federalista e la teoria della ragion di Stato, va sottolineato, non è configurabile in termini di identificazione, bensì piuttosto come convergenza sostanziale per quanto riguarda la conoscenza della realtà politica e divergenza sul piano degli orientamenti valutativi.”

Gli Stati nazionali europei e l’Unione europea sono emersi in tutta la loro fragilità e, militarmente, inconsistenza: in un mondo sempre più immerso in una ridefinizione dei rapporti di forza, tra potenze continentali e attori regionali, la sovranità diviene elemento cardine quantomeno per poter essere al tavolo dei soggetti che indirizzeranno i nuovi equilibri.

La sovranità è l’aspetto distintivo della statualità: “La qualità giuridica pertinente allo stato in quanto potere originario e indipendente da ogni altro potere” la definisce Oxford Languages. Giulia Rossolillo sulle pagine de Il Federalista, con ben più competenza di me parla di “sovranità intesa come sinonimo di indipendenza, nel senso di capacità di autodeterminarsi quanto alla propria esistenza e alle proprie azioni, e di decidere dunque in ultima istanza nell’ambito di un determinato territorio”. In Europa c’è un vuoto di sovranità.

Gli stati europei sono custodi di una sovranità formale ormai vuota; l’UE si evidenzia come potere derivato e privo quindi dell’elemento della statualità, in modo plateale quando si parla della spada.

L’unità niente affatto scontata e che tra mille difficoltà l’UE è fin qui riuscita a mostrare, è comunque quella di una alleanza forte tra stati, spesso inestricabilmente interconnessi. È un’unità sulle sanzioni all’aggressore e sul sostegno all’aggredito: non vi è progettazione di una possibile soluzione per ridefinire l’architettura di sicurezza in Europa, e quindi nel mondo, su basi cooperative.

C’è infatti un vuoto di potere in Europa dal punto di vista geopolitico, e non è un caso che l’UE, anziché essere attorniata da una fascia di paesi amici, sia circondata da un’area di instabilità che si estende dal confine orientale e dal Caucaso fino al Medio Oriente, all’Africa settentrionale e dal Sahel al Corno d’Africa.

Oggi in Europa manca un potere sovranazionale, originario, indipendente dagli stati e che possa dare corso alle istanze dei cittadini (come ad esempio quelle emerse dalla CoFoE). Solo un tale potere, dotato di una fiscalità diretta quale presupposto dell’indipendenza nella capacità di raccogliere le risorse atte a garantire i propri obiettivi, potrebbe esprimere una sua ragion di stato. Non solo non abbiamo un tale potere, ma nemmeno la chiara manifestazione di volontà da parte di un gruppo di stati di dare avvio al processo costituente che lo definisca. Per questo parlo di necessità di una rifondazione.

Siamo costretti a sperare ora in un’iniziativa che dovrebbe promanare dal Consiglio, volta a convocare una Convenzione per la revisione dei trattati finalizzata ad una rifondazione europea.

La Convenzione, già chiesta dal Parlamento europeo oggi è l’opzione su cui puntare nell’immediato, senza tralasciare in subordine la richiesta di un’azione al di fuori del quadro dell’Unione, laddove i veti incrociati paralizzassero, prima o dentro la Convenzione, il raggiungimento del minimo istituzionale per l’innesco di un nucleo federale. E’ questo il passaggio decisivo per dare sostanza alle istanze di un popolo europeo in formazione.

Intanto non solo la NATO rimarrà la principale, per quanto assai discutibile, garanzia di difesa degli stati europei (con occhiali ed interessi USA), ma continuerà l’equivoco sulle finalità ampiamente divergenti che molti Stati membri vedono nella loro partecipazione all’Unione e che, in ultima analisi, ne determina l’inconsistenza nell’ambito dell’hard power. Accanto a paesi che si pongono il tema della necessità della costruzione di una difesa europea sovranazionale nell’UE, vi è chi è profondamente contrario a questa idea (uno per tutti, Andres Sutt, ministro degli Esteri dell’Estonia: «L’Europa è forte se è forte la NATO. Una struttura parallela dell’UE non ci serve»).

Pochi mesi fa c’era chi giudicava positiva l’approvazione dell’aggiornamento della Bussola Strategica dell’UE (21 marzo) che prevede “un ambizioso piano d'azione per rafforzare la politica di sicurezza e di difesa dell'UE entro il 2030… l'UE creerà una capacità di dispiegamento rapido forte di un massimo di cinquemila militari per diversi tipi di crisi”. Al vertice di Madrid di pochi giorni fa, la NATO ha deciso che “accrescerà i numeri della forza di risposta rapida fino a trecentomila effettivi partendo dagli attuali quarantamila...” Al netto di tutte le tare per la diversità dei concetti sottesi (agli specialisti entrare nel dibattito), le distanze sugli ordini di grandezza parlano da sole.

Il processo di integrazione europea è potenzialmente (ed in parte è già) portatore di un progetto per il futuro delle relazioni internazionali e dell’umanità: il federalismo sovranazionale come modalità di organizzazione della vita sociale degli uomini, dal quartiere all’ONU. Oltre alla pace, questo modello è l’unico che potrà riuscire a garantire la conservazione del pianeta e della specie umana anche dal punto di vista della tutela ambientale e della biodiversità. Senza un soggetto che lavori efficacemente per incardinare il confronto tra potenze mondiali verso una logica cooperativa invece che competitiva, saranno guai seri per l’umanità.

Consapevoli che in un mondo strettamente interconnesso il concetto stesso di sovranità assoluta, fuori dalla cornice di un governo mondiale, merita approfondimento e riflessione, sappiamo anche che l’innesco della rivoluzione federale, che ridarà centralità ai cittadini e alle loro richieste, vi sarà solo nella misura in cui si creerà un potere sovrano federale sul continente europeo. In questo modo dando origine ad un soggetto che da un lato sarà esso stesso dimostrazione della concretezza della rivoluzione federale, pur limitatamente a parte dell’Europa, e dall’altro potrà esprimere una ragion di Stato europea che tra i suoi elementi portanti vedrà la costituzionalizzazione delle relazioni internazionali, divenendo attore credibile ed incisivo.

Oggi più che mai, unire l’Europa per unire il mondo e unire l’Europa per salvare gli europei.