Il 15 aprile scorso, il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha inviato ai presidenti di Commissione e Consiglio Ue, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk, un “non-paper” (una proposta informale che si presenta per testare le reazioni dei destinatari) dal titolo “Migration Compact - Contribution to an EU strategy for external action on migration”. Nella lettera con cui il Presidente del Consiglio ha trasmesso il documento, viene sottolineato come la proposta della Commissione europea di istituire una Guardia di frontiera e costiera europea darà frutti positivi solo se integrata con una politica europea che si faccia carico anche della dimensione esterna del fenomeno migratorio. Il documento mette infatti l’accento sulla dimensione economica e di sicurezza esterne di un’efficace politica europea. La proposta italiana ha trovato un’immediata adesione da parte della Commissione europea, sostenuta, in questo, da una lettera che il 19 maggio scorso i Ministri degli Affari esteri di Italia, Francia, Germania e della presidenza di turno olandese, hanno inviato all’Alto Rappresentante per la PESC, Federica Mogherini con la quale si esprimono a favore di un “Migration compact” europeo. Dal punto di vista politico, la lettera congiunta è un risultato importante. È noto che i federalisti, da qualche tempo a questa parte, auspicano un’iniziativa italo-franco-tedesca sul terreno della politica estera e di sicurezza e la lettera va in quella direzione.

Il piano della Commissione prevede di mobilitare 8 miliardi di euro nei prossimi cinque anni e, successivamente, di attivarne altri 31 sulla base di 3,1 miliardi messi a disposizione dall’UE, aumentabili ad ulteriori 31, se gli Stati membri metteranno a disposizione la stessa cifra dell’UE. In teoria, si potrebbe quindi arrivare a 70 miliardi di euro. Si può pertanto cominciare a darne una valutazione dal punto di vista politico e dal punto di vista economico. Dal punto di vista politico, siccome i paesi africani interessati sono fortemente instabili, sarà necessario che l’intervento economico sia accompagnato da una politica di sicurezza congiunta Unione europea-Unione africana, rafforzando e sfruttando adeguatamente l’”African peace facility” istituita nel 2004. In assenza di questa misura, difficilmente il piano darà i risultati sperati. Dal punto di vista economico, si tratta di una cifra, in assoluto, più che significativa, in quanto si tratterebbe di complessivi 70 miliardi di euro, pari allo 0,5% del PIL dell’Unione. Queste risorse rafforzerebbero ulteriormente il peso dell’Europa nel quadro della politica mondiale degli aiuti pubblici allo sviluppo. Come è noto, l’UE, con il 56% del totale mondiale, è già il primo erogatore di aiuti. Nel solo 2015, l’UE ed i suoi Stati membri hanno erogato 68 miliardi di euro, pari allo 0,47% del PIL, ai paesi in via di sviluppo di Africa, Medio Oriente, Asia ed America Latina. Nel caso del “Migration compact” europeo, la somma stanziata avrebbe lo specifico vantaggio di concentrarsi sui soli paesi africani in condizioni di estrema povertà o coinvolti dalla guerra (Sahel e Corno d’Africa). Per quanto riguarda il suo finanziamento, invece, la proposta ha gli stessi limiti del Piano Juncker per la politica di sviluppo dell’UE. Quest’ultimo, avendo risorse europee limitate e data l’impossibilità di emettere union bonds o di prelevare imposte europee, deve fare soprattutto leva sull’apporto di capitale privato. Lo stesso discorso vale per il finanziamento del “Migration compact” europeo. La Cancelliera Merkel si è, infatti, opposta all’emissione di euro-bonds e il Presidente del Consiglio Renzi si è opposto all’introduzione di un’imposta europea sui carburanti, sul modello di quella ipotizzata dal Ministro delle finanze tedesco Schauble. Nessuno dei due Capi di governo si è però posto il problema di far notare che le due misure, se adottate congiuntamente, avrebbero il vantaggio di contrastare il moral hazard e promuovere la solidarietà europea nei confronti dei paesi africani. L’altro limite è dato dal fatto che, data la sua impostazione, tende a promuovere progetti sparsi su un territorio molto vasto e, verosimilmente, di dimensioni limitate. Ammesso che l’iniziativa riesca  a raggiungere l’obiettivo previsto di risorse, essa potrà certamente essere di qualche aiuto nei confronti dei paesi africani, ma non sarà in grado di dare il segnale che con quella misura si intende imprimere un corso nuovo nei rapporti tra Europa ed Africa, vale a dire una svolta in grado di dare il segnale al popolo africano e soprattutto a quello dei paesi dove la guerra e la povertà sono altrettante cause di emigrazione, che le prospettive di sviluppo nella stabilità stanno finalmente cambiando di segno. Questa svolta può avvenire solo se l’Europa si farà carico del finanziamento di pochi progetti infrastrutturali di grandi dimensioni in grado di modificare le aspettative dei soggetti economici euro-africani, pubblici e privati. Questi progetti sono quelli di cui si parla già da tempo, in Europa ed in Africa. Si tratterebbe di realizzare l’infrastruttura elettrica del continente africano, sollecitata dall’Assemblea parlamentare dell’Unione Africana, il gasdotto Nigal che dalla Nigeria arriva all’UE e una Comunità nord-africana delle risorse idriche che abbracci i paesi del Maghreb e che, a suo tempo, era già stata ipotizzata da Delors, sia pure con riferimento al Medio Oriente. Come si può vedere, sono iniziative che hanno una caratteristica in comune e che non è tanto la loro dimensione, quanto il fatto che si tratta di progetti regionali che abbracciano più Stati africani e quindi in grado di sostenere i progetti africani di unificazione regionale.

Vi è però un ostacolo su questa via. Poco sopra si è detto che l’UE è il continente che eroga i maggiori finanziamenti pubblici ai paesi in via di sviluppo, 2,4 volte più degli USA. Sembrerebbe dunque che l’UE sia un attore globale a tutti gli effetti, ma non è così. L’81% degli aiuti europei sono aiuti bilaterali degli Stati membri, anche se transitano dal Fondo Europeo di Sviluppo. Solo il 19%, pari a 12,8 miliardi di euro, sono aiuti delle istituzioni europee in quanto tali. Regno Unito (con 17,3 miliardi di euro) e Germania (16,5 miliardi) spendono, singolarmente, più di quanto spenda l’UE, mentre il governo americano eroga aiuti pari a 2,3 volte quelli della Commissione europea: il resto è appannaggio degli Stati nazionali. Questo sta a dimostrare che le priorità nazionali di politica estera prevalgono su quelle europee ed è difficile credere che il loro consolidato dia come risultato una politica estera europea. Se l’Europa vuole diventare un attore globale, deve compiere un passo avanti verso un’unica politica estera, decidendo di fare del Fondo Europeo di Sviluppo – oggi un semplice capitolo di spesa del bilancio UE, senza farne formalmente parte -, una voce a tutti gli effetti del bilancio europeo. Quello che sembra però difficile, qualunque sia l’esito del referendum britannico sulla permanenza nell’UE, è che questo passo venga fatto dall’UE a 28. Le strade dell’UE e della Gran Bretagna comunque si divideranno e questo avrà un impatto su un terreno sensibile, ma trascurato da tutti i commentatori, come quello della politica estera. I federalisti, come ricordato all’inizio del presente articolo, dovrebbero pertanto sostenere fortemente un’iniziativa italo-franco-tedesca anche in questo campo: i tempi (e gli interessi dell’Europa) sono decisamente maturi.