A luglio di quest’anno è stata siglato a Bruxelles dal presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e dal primo ministro giapponese Shinzo Abe l’accordo per realizzare dal 2018 una EPA (Economic Partnership Agreement). Il fine è di garantire una alleanza antiprotezionista, reciprocamente utile per incrementare l’interscambio commerciale ed industriale. Un quadro di regole con l’obiettivo di abbattere le barriere tariffarie sul 99 per cento del loro export-import.
Per l’UE in pratica significa in particolare una drastica riduzione di dazi e tariffe sull’export agroalimentare, come formaggi, vino, carni, una opportunità per incrementare l’offerta di prodotti europei in Giappone, che ogni anno deve importare dall’estero circa il 60 per cento del proprio fabbisogno.
L’export dell’Unione Europea verso Tokyo nel settore agricolo oggi è calcolato in circa 5,7 miliardi di euro all’anno, ma col nuovo accordo potrebbe salire a circa 7 miliardi nel 2020.
In generale l’export totale annuale della UE in Giappone è oggi calcolato in circa 60 miliardi di euro per i beni e in circa 30 miliardi per i servizi. Con l’attuazione dell’intesa di libero scambio EPA in vigore, sarà probabile spingere l’export annuale di merci oltre i 100 miliardi di euro.
Per il Giappone l’EPA EU-JAPAN vuol dire una maggior apertura per l’export di auto e parti meccaniche relative, nel momento in cui le aziende nipponiche sono all’avanguardia nell’innovazione tecnologica per nuove auto elettriche e ibride.
Ma sarebbe riduttivo valutare questa intesa solo sotto l’aspetto di un passo avanti nel libero commercio, anche se EU e Giappone insieme rappresentano quasi il 20 per cento di tutto il PIL mondiale e la somma delle rispettive industrie raggiunge il 40 per cento dell’export mondiale nell’ambito WTO (World Trading Organization).
L’accordo Juncker-Abe del luglio 2017 segna piuttosto una tappa storica nella ripresa politica dei legami tra Europa e Giappone, che risalgono al 1500 e che si sono consolidati per due secoli e mezzo, dal 1600 al 1850, nell’esclusiva concessa dallo shogunato Tokugawa alle navi della Compagnia delle Indie dell’Olanda per i traffici commerciali tra Amsterdam e Nagasaki, fino all’apertura 150 anni fa delle relazioni ufficiali tra le nazioni europee, compresa l’Italia, e il nuovo “moderno” governo imperiale dell’era Meiji.
Se consideriamo che questa intesa EU-Giappone segue quella del CETA (UE-Canada), ratificata febbraio dal Parlamento Europeo, possiamo riflettere sul significato geopolitico di questa nuova proiezione della nostra Unione Europea sul panorama internazionale.  L’area nord del globo, verso l’Atlantico e verso il Pacifico, è così ancora più legata all’Unione Europea proprio nel momento in cui l’amministrazione Usa con la presidenza Trump punta alla revisione o all’annullamento pratico dei precedenti trattati NAFTA (con Messico e Canada) e TPP (Trans Pacific Partnership, con Giappone e altri Stati dell’area del Pacifico). Il TPP venne firmato nel febbraio del 2016 dal presidente americano Obama, con Canada, Messico, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Cile, Perù, Brunei, Malesia, Singapore, Indonesia, Vietnam. Ma a febbraio 2017 il nuovo presidente Donald Trump firmò un ordine esecutivo per ritirare formalmente l’adesione Usa.  Di conseguenza solo l’esecutivo e il parlamento di Tokyo hanno ratificato il TPP. E anche il fallimento del TPP è stato un fattore per accelerare l’alternativa, cioè la conclusione dell’EPA EU-Japan che era stata oggetto in precedenza di ben 18 meeting fra le delegazioni della Commissione Europea e del governo giapponese, una odissea diplomatica che sembrava non avere mai fine, tra l’opposizione delle organizzazioni degli agricoltori giapponesi e quella delle principali case automobilistiche europee.
Basta dare un’occhiata al mappamondo per rendersi conto dell’importanza e della potenzialità geopolitica di questo accordo, anche al di là degli effetti che potrà causare la Brexit inglese: in pratica si crea una nuova area di libero mercato con fulcro nella UE, con Giappone e Canada, con una popolazione di oltre 650 milioni di abitanti, in una area territoriale complessiva superiore a qualsiasi altra potenza internazionale (anche della Russia), tutta collocata nel nord del mondo.
Dal punto di vista del Giappone l’EPA è culturalmente un ritorno alle origini dello stato moderno: il modello europeo. Nel 1868, anno del passaggio dal regime feudale degli shogun della dinastia Tokugawa all’era Meiji, Tokyo adottò una costituzione parlamentare sul modello britannico, creò un nuovo esercito su modelli europei, grazie in particolare a consulenze militari francesi, fondò una industria navale e aeronautica sfruttando il Trattato di alleanza Anglo-Japan in vigore dal 1902 al 1923, organizzò una scuola pubblica sul modello tedesco, scrisse uno statuto della Bank of Japan copiato dalla Banca Nazionale del Belgio di inizio ‘900. E gli esempi potrebbero continuare a lungo.
Se l’Unione Europea saprà coordinare e sviluppare nei prossimi anni una linea coerente di politica estera in Asia e nel Pacifico, negli spazi lasciati aperti dal rifiuto Usa del TPP, ma senza farsi troppo ipnotizzare dalle sirene dell’imprevedibile mercato della Cina, potrà trovare il suo partner ideale in Asia proprio nel Giappone. Come nei secoli passati lo hanno trovato prima l’Olanda e poi il Regno Unito.
Le possibili sinergie EU-Japan per gli anni Duemila riguardano sia il riconoscimento e la protezione in Giappone di oltre 200 produzioni agroalimentari tipiche (per l’Italia ad esempio il formaggio parmigiano reggiano), l’omologazione delle norme sui diritti d’autore, l’apertura delle gare in Giappone ad imprese europee anche di servizi per gli appalti pubblici, la collaborazione nelle nuove tecnologie per le energie rinnovabili e per la protezione dell’ambiente, standard comuni per i lavoratori europei in Giappone e per le regole di libero mercato.
Secondo le previsioni dell’Unione Europea, ogni miliardo in più realizzato nell’interscambio tra EU e Giappone creerà nel nostro continente almeno altri 14 mila nuovi posti di lavoro.
A margine del summit del G-7 tenuto a Ise in Giappone ad aprile 2017, la Commissione Europea ha anche sottolineato che “il libero flusso di informazione è un principio fondamentale per promuovere l’economia globale e lo sviluppo e assicura un corretto ed uguale accesso al cyberspace per tutti i soggetti dell’economia digitale”. Va rilevato che per l’UE assume oggi vitale importanza una connessione privilegiata con il Giappone, all’avanguardia rispetto ad Usa e al nostro vecchio continente per quanto riguarda l’introduzione di sistemi di supercomputer ad intelligenza artificiale entro il 2020 in alcuni settori produttivi, segnatamente banche e agricoltura. Ma anche per quanto riguarda la domotica.
Il Giappone è all’avanguardia anche in particolari settori di ricerca avanzata e applicata, come ad esempio i treni a levitazione magnetica e i mezzi di ricerca sottomarina, mentre è in ritardo rispetto all’Europa nel settore aeronautico ed aerospaziale. Le prospettive di cooperazione fra Tokyo ed Unione Europea sono dunque estremamente promettenti e l’EPA può diventare il punto di partenza per una partnership ben più ampia degli aspetti puramente economici e commerciali.
Del resto non dobbiamo dimenticare neanche che Richard Coudenhove-Kalergi, il fondatore della Unione Paneuropea nel 1922, era nato a Tokyo nel 1894, figlio dell’ambasciatore dell’allora Impero Austro-Ungarico e della giapponese Mitsuko Aoyama. La missione di Coudenhove-Kalergi  per tutta la vita fu sempre, prima e dopo la seconda guerra mondiale, rivolta alla creazione di una unione sovranazionale dell’Europa. 
A questo riguardo si potrebbe pensare che se la Storia è maestra di vita, anche questi legami non nascono per caso, da un “grande gioco a dadi”, ma che sempre la Storia conduce popoli e generazioni a delle convergenze di interessi comuni e di affinità culturali di cui i governi sono costretti alla fine a tener conto.