Mentre il presidente Vincenzo De Luca appare quotidianamente in tv per amministrare l’emergenza e ammonire i cittadini campani con toni che persino il paludato “Corriere della Sera” definisce “granducali”. Mentre la conferenza stato-regioni sembra acquisire una funzione quasi cripto-camerale, di stanza di compensazione fra centro e periferia. Mentre le ultime elezioni regionali ci consegnano un Paese nel quale i candidati vincenti sono stati quelli che con maggior efficacia hanno saputo giocare la carta della “regionalità” (non del regionalismo, si badi bene). Mentre accade tutto ciò, da molto tempo nessuno si interroga apertamente sui diversi livelli istituzionali esistenti oggi in Italia e sulla loro efficacia. Esistono ancora, languenti e depotenziate, le province; esistono, ma non si capisce bene che cosa facciano realmente, le città metropolitane; declinano, viceversa, unioni e fusioni fra i comuni (la frantumazione resta: circa 8.000 municipi, moltissimi dei quali “polvere”); hanno ripreso smalto, grazie alla gestione della sanità, le regioni. D’altra parte, lo stato continua imperterrito ad accentrare: lo fa dagli inizi del nuovo secolo, approfittando della lunga crisi economica prima e poi di quella attuale, dettata dalla pandemia.

Vediamo di periodizzare. La Prima Repubblica è stata fortemente accentratrice. Fino al 1970, a parte le regioni a statuto speciale, di decentramento si è parlato con molta parsimonia. A raccogliere gli impulsi locali, del resto, erano allora i partiti di massa, che poi riportavano al governo spinte, aspirazioni, rappresentazioni. Dal 1970 al 2001, data della riforma del Titolo V della Costituzione, il pendolo ha oscillato verso l’Italia periferica, con una progressiva devoluzione delle funzioni alle regioni e della spesa ai comuni e ancora alle regioni. E’ stata la golden age degli enti locali, culminata nella sciagurata gestione della sanità, in buona misura responsabile del debito mostruoso accumulato e della conseguente crisi valutaria e finanziaria dei primi anni Novanta. Chi oggi s’interroga sull’efficienza delle regioni nel gestire la sanità, dovrebbe pensare a che cos’era il Paese prima: fino al 1958 non esisteva neppure un ministero della sanità (solo una direzione generale degli interni, limitatamente alla salute pubblica) e l’amministrazione degli ospedali era in mano ad istituzioni per lo più municipali, eredi delle antiche congregazioni di carità, scarsamente liquide, dotate di patrimoni fondiari deprezzati e spesso indebitatissime. Una gestione statale della sanità, in Italia, non c’è mai stata davvero: solo che non se lo ricorda più nessuno.

Dopo una breve fase di pseudo-federalismo (per lo più di matrice fiscale) fra il 2001 e il 2006, esibito soprattutto dalla Lega e neutralizzato a livello governativo da Alleanza Nazionale, è cominciata la riscossa del neo-centralismo: si è partiti dal côté finanziario, ovviamente, e poi ha preso a mutare la fisionomia dell’esecutivo, con il considerevole rafforzamento della presidenza del consiglio, degli interni e dell’economia e il declino degli altri dicasteri. Il governo Monti tentò a suo modo, fra il 2011 e il 2013, di favorire una riconfigurazione degli enti locali, attraverso il fallito accorpamento delle province (patrocinato dal ministro Patroni Griffi); il governo Renzi, sull’onda di una revanche municipalista, provò (con la legge Delrio, nel 2014) prima a rendere le province istituzioni di secondo grado, poi, con la riforma costituzionale (2016), a cancellarle del tutto. Obiettivo – il secondo - fallito. Nel frattempo, la rilettura del senato come camera delle autonomie, a fronte del quale stava tuttavia un depotenziamento delle funzioni regionali previste dal Titolo V della Costituzione (pure di complessa attuazione e foriero di conflitti di competenza crescenti), non chiariva proprio a quale modello si ispirasse la maggioranza: il mix di centralismo e di “rappresentazione” (più che di “rappresentanza”) delle regioni risultava abbastanza confuso. Perché?

La prima risposta che mi viene in mente è: perché, dal 2001 ai nostri giorni, non c’è mai stata una seria riflessione, precondizione di ogni possibile riforma, sul senso dell’unità federale del Paese. La parola “autonomia” è stata cancellata dal lessico delle forze politiche. La parola “federalismo”, in auge fra il 2001 e il 2006, non è mai stata realmente oggetto di una discussione diffusa: era sinonimo di decentramento? Era un surrogato dolce di secessione? Era fumo negli occhi e basta? Oggi viviamo in un’età di personalismi locali: i presidenti di regione sono espressione antropomorfa dei “caratteri” territoriali (non quelli profondi, di cui parlava Lucio Gambi: di quelli soprattutto folklorici, etnografici, da marketing dozzinale), ma non interpretano alcuna idea federale dell’Italia. I sindaci sono sempre più isolati e consumano i loro cinque anni fra emergenze, opere portate avanti con fatica, trappole amministrative. Di solito arrivano abbastanza provati e sempre più spesso non si candidano alla replica del mandato. I deputati sono nominati dai partiti e sul territorio proprio non ci stanno: stanno a Roma, là dove risiede l’élite che ha posato su di loro un occhio benevolo e indulgente.

In questo quadro sgangherato, manca la politica, naturalmente: manca, in altre parole, la visione politica. Si dice che, dopo il Covid, il potere delle regioni dovrà essere ridimensionato, non essendo riuscito il sistema ad assumere decisioni tempestive. Ma lo stato centrale ci sarebbe riuscito? Ne siamo sicuri? E’ vero che, con la gestione della sanità, le regioni sono diventate altro rispetto allo snello livello di programmazione immaginato alle origini. E’ vero che si sono appesantite e burocratizzate. E’ vero, in molti casi, esse assomigliano molto ad uno stato in sedicesimo. E’ vero che, nella quasi totalità, non sono mai riuscite a diventare un magnete di autonomia vissuta e solidale, restando a lungo appartate in un comodo limbo amministrativo. Fino a dieci anni fa, salvo pochi casi, chi conosceva il nome del presidente della propria regione? Tutto vero. Però un’analisi va fatta. Sono ancora convinto che l’unico antidoto contro la corruzione del potere sia il controllo il più possibile diretto dei cittadini: per questo il federalismo non ha alternative. Occorre, quindi, ripartire da un grande libro bianco sull’autonomia in Italia: quella scritta nella Costituzione, quella praticata, quella sognata. Per comprendere dove siamo, che cosa intendano gl’italiani quanto sentono pronunciare quella parola, o la parola “federalismo”. A valle di questo bagno di realtà, e possibilmente fuori da uno schema partitico o di aggregazione partitica predeterminata, riflettere su una seria riforma delle istituzioni locali e regionali nel Paese. Che non ponga vincoli di taglia, di funzioni, di cultura politica. Da federalista, sono persuaso che le istituzioni non solo abbiano un “pensiero”, ma che “facciano” la comunità, nel bene e nel male. Di conseguenza, esse devono essere possibilmente progettate e messe in trasparenza, in modo che i più possano comprendere che cosa esse intendono comunicare.

Si tratta, per la forza federalista, della consueta fatica di Sisifo, a cui un paio di secoli e oltre di storia ci hanno abituati. Quello illuminista della conoscenza in vista della partecipazione informata e della deliberazione, sarà anche un passaggio vecchiotto e obsoleto nell’era dei like: ma è l’unico che conosca che dia senso alla parola “cittadino”. Tutti gli altri, mi pare, sono scorciatoie per tornare, prima o poi, sudditi di qualcuno: sovrani “a tempo” locali, regionali o chissà.