Con la riunione dell’Ufficio del Dibattito del MFE che si è tenuta l’8 giugno a Firenze presso l’Hotel Adriatico si è tornati ad incontrarci anche fisicamente, dopo più di un anno di incontri su internet.

Il tema della riunione è stato “La sfida della transizione digitale per l’Europa. Sviluppo tecnologico e competenze, risorse, poteri, controllo democratico”. Tra i federalisti le questioni riguardanti la tecnologia sono sempre state considerate con molto interesse, nella convinzione che le innovazioni in questo settore costituiscano uno dei principali fattori di dinamismo e di progresso nella società.

Le relazioni hanno offerto un’ampia analisi dei fenomeni con cui la transizione digitale sta trasformando tutti gli aspetti della società: le attività produttive, i rapporti sociali, la politica e le istituzioni, gli equilibri internazionali, oltre agli aspetti sia pratici che culturali della vita delle persone.

Nella prima relazione Francesco Ferrero (MFE Torino) ha affrontato il tema dei big data. Dopo una breve descrizione della tecnologia e dopo aver accennato agli impatti potenziali sulla privacy e sulla libertà dei cittadini, ha fatto notare come i big-data, ma anche altre tecnologie digitali, coinvolgendo una base di utenti molto ampia, stiano portando al dominio di poche grandi multinazionali basate negli USA e in Cina, mettendo a rischio anche le istituzioni democratiche e la sovranità degli altri Stati. Mentre, per reazione, si stanno diffondendo pratiche protezionistiche, l’UE sta cercando di reagire con regolamenti che proteggano le industrie e i cittadini, facendo forza sul peso delle sue relazioni economiche nel mercato globale.

I temi della sovranità e della democrazia nell’era del digitale sono stati al centro anche della relazione di Andrea Morrone (Università di Bologna). Se nella sua dimensione antica la democrazia mette in rilievo l’uguaglianza dei cittadini nella partecipazione alla vita politica, in quella moderna essa è essenzialmente rappresentativa attraverso meccanismi di selezione dei dirigenti politici e altre organizzazioni di collegamento tra i cittadini e le istituzioni. Si viene così a creare una distinzione tra governanti e governati che rende necessario il consenso. L’identificazione tra governanti e governati non è però scomparsa come esigenza ed è tornata a manifestarsi con i regimi plebiscitari e totalitari del ‘900 e, di recente, con i movimenti populisti e la contrapposizione alle élite. Questi movimenti hanno avuto successo anche grazie ai moderni strumenti di comunicazione. E’ emersa infatti l’idea che attraverso la tecnologia digitale si possa essere cittadini in modo diretto e continuativo, trasformando la natura dei partiti che non devono più avere un progetto politico ma devono sondare e assecondare le opinioni dei cittadini, organizzandosi attorno ad una persona che si identifichi con essi.
La tecnologia digitale pone anche altri rischi alla democrazia, creando nuove possibilità di manipolazione dell’opinione pubblica e accentrando l’informazione in poche aziende globalizzate (capitalismo della sorveglianza, governo tecnocratico). La società digitale resta però l’orizzonte con cui dobbiamo confrontarci, operando perché il digitale sia utilizzato per migliorare le istituzioni democratiche, favorendo il loro collegamento con i cittadini, ma lasciando alle prime il compito della sintesi. Inoltre alla politica e al diritto deve essere lasciato il compito di regolamentare l’utilizzo degli strumenti digitali ricordando che la libertà di pensiero è importante quanto la privacy.

La relazione di Stefano Baldi (OSCE Vienna) si è occupata dell’impatto del digitale sul modo di lavorare della diplomazia e delle organizzazioni governative di cooperazione. L’utilizzo dei social e in particolare di twitter da parte degli uomini di governo va a sovrapporsi ai canali di comunicazione istituzionali, spesso sostituendoli. I diplomatici si trovano così a dover rispondere in tempo reale alle sollecitazioni e agli avvenimenti che riguardano la politica internazionale. Inoltre i governi fanno sempre più affidamento ai social per le loro campagne di informazione, col rischio di manipolazioni che si fanno sempre più sofisticate.

La relazione di Matteo Gori (GFE Prato) si è concentrata sulle sfide che la tecnologia digitale pone all’Europa nei confronti del resto del mondo. Lo sviluppo del digitale è infatti la questione fondamentale sulla quale l’Europa gioca il proprio ruolo su temi quali il rapporto tra sicurezza e privacy, la concorrenza sia interna che internazionale delle imprese (regolazione e tassazione delle multinazionali), le disuguaglianze sia tra cittadini che tra aree geografiche. Le istituzioni e i governi europei si sono quindi posti il problema della sovranità digitale. E’ noto infatti che mentre è previsto un aumento esponenziale dell’economia digitale nell’UE, le reti telematiche e l’immagazzinamento dei dati fanno capo agli USA, mentre tutte le grandi aziende del settore sono americane o cinesi. Le istituzioni europee, oltre a cercare di colmare questo divario con il piano Next Genetion EU e una narrativa che punta sull’autonomia/sovranità digitale, sta tentando anche una terza via tra USA e Cina cercando di operare verso l’esterno a tutti i livelli (pubblico, privato, economico) con la regolamentazione del mercato digitale e delle attività delle imprese del settore, l’introduzione di nuovi modelli di uso del digitale nelle istituzioni politiche che siano un modello per lo sviluppo della democrazia nel mondo (sussidiarietà, partecipazione dei cittadini), lo sviluppo di un’intelligenza-artificiale a misura d’uomo, la sostenibilità sociale e ambientale dell’economia.

La relazione di Simone Vannuccini (MFE Prato) è iniziata mettendo in guardia da alcuni miti da sfatare: l’intelligenza-artificiale riduce il costo delle predizioni e delle classificazioni ma non è vera intelligenza; i robot hanno ancora una diffusione limitata; i problemi del mercato del lavoro non sono tanto quelli della sostituzione quanto quelli dell’inclusività e della disuguaglianza; la concentrazione in economia non è un fenomeno nuovo, mentre inedito è il ruolo di internet per la dimensione dell’infrastruttura di connettività e di interazione. Le questioni centrali riguardano invece la portata strategica delle nuove tecnologie in riferimento alle infrastrutture che consentono di produrle e sono simili a quelle, tradizionali in politica estera, dell’accesso alle risorse energetiche o della produzione di beni essenziali, che si affrontano con provvedimenti antitrust e di politica commerciale e industriale.

Renato Goretta (MFE La Spezia) ha affrontato il dibatto che si sta sviluppando intorno allo sviluppo delle strategie, e alle relative criticità, che potranno consentire ai territori e alle città di diventare “smart”, anche considerando la normativa europea, il Next Generation EU e il PNRR italiano. La consapevolezza che le tecnologie digitali saranno essenziali nella risoluzione delle problematiche che affliggono sia i territori che i contesti urbani si sta diffondendo con grande rapidità in Europa sia a livello istituzionale che nel mondo della ricerca, nell’industria e in molte altre organizzazioni. Il piano “Obiettivi digitali 2030” della Commissione europea si sviluppa intorno a quattro punti cardinali: competenze digitali di base; governo (servizi pubblici fondamentali, sanità, identità); infrastrutture (connettività, semiconduttori, cloud, edge, computer quantistici); imprese (tecnologia di base, innovatori, innovatori tardivi).

Massimo Contri MFE Verona) e Camilla Bastianon (GFE Pavia) si sono infine occupati del mondo del lavoro.

Intelligenza-artificiale, big-data e internet-delle-cose stanno rivoluzionando il mondo dei beni e dei servizi. Oggi tutto (acquisti, vacanze, scuola, meeting) passa da piattaforme digitali gestite da poche aziende che sono diventate gli unici intermediari tra produttori e consumatori. Queste aziende godono di un doppio vantaggio grazie all’effetto-rete (il valore di una piattaforma dipende dal numero di utenti) e all’effetto lock-in (una volta entrati in una piattaforma non si può più uscirne). Conseguenze negative sono la riduzione dei diritti dei consumatori, la compressione dei salari, la “uberizzazione” del lavoro, l’elusione fiscale che riduce le risorse da dedicare alle protezioni sociali.
Nel campo dell’organizzazione del lavoro stiamo assistendo alla polarizzazione dei ruoli tra professioni di alto livello e lavori precari e all’esternalizzazione di funzioni verso società specializzate. Si stanno diffondendo pratiche come il tele-migration e l’human-cloud (nei call-center ma anche nell’ingegneria, nella produzione software, nei lavori legali); l’uso dei robot sta relegando il lavoro umano in un ruolo subalterno e si sta estendendo al lavoro intellettuale (white-collar-robots che distribuiscono compiti o rispondono alle richieste dei clienti). Le conseguenze per il mercato del lavoro sono contraddittorie: se da una parte si è espansa la GIG-Economy, dall’altra si è creato spazio per nuovi servizi Knowledge-intensive. Come già successo per la prima rivoluzione industriale, la società sta facendo fatica ad adattarsi a queste nuove realtà: con la rivoluzione digitale, non possiamo più limitare l’analisi a capitale e lavoro, ma dobbiamo includere anche chi controlla l’informazione.

La relazione di Camilla Bastianon si è invece occupata dell’Industria 4.0. Se da un lato questa nuova tecnologia promette di espandere enormemente le possibilità di crescita economica grazie agli incrementi di produttività e delle possibilità produttive, dall’altro sono alti i rischi di perdite sociali: intere categorie di professioni scompaiono, mentre con il superamento del sistema gerarchico delle aziende molti impieghi middle-skilled vengono sostituiti da freelance. E’ quindi necessario investire nelle nuove professionalità che si stanno creando e che richiedono un forte contributo della creatività umana.

Gli interventi che hanno fatto seguito alle relazioni sono stati numerosi e hanno preso spunto dagli argomenti trattati dai relatori per affrontare gli aspetti più prettamente politici, soprattutto in riferimento alle prospettive del processo di integrazione europea e alle possibilità di azione per i federalisti europei.

Tra gli interventi più interessanti (ma è una mia considerazione personale), Giulia Rossolillo ha fatto notare che per sostenere una competizione con il resto del mondo che sta mettendo in discussione i valori europei oltre al primato economico è necessario che l’Europa si doti di una dimensione politica, per passare da soggetto passivo che può al massimo mediare e stabilire regolamenti a soggetto attivo di decisioni politiche.
Per Cecilia Solazzi, proprio per gli aspetti concreti che la rivoluzione digitale sta portando alla nostra vita, messi in luce dalle relazioni, il digitale non deve essere considerato soltanto come strumento ma come un fenomeno globale della società. In realtà si tratta di una rivoluzione che procede in modo autonomo e chi sta cercando di imporle delle regole in realtà sta soltanto inseguendo il processo perché manca di una visione generale su dove indirizzarlo.
Luisa Trumellini è ritornata sul rapporto tra digitale e politica: il digitale ha accelerato una tendenza già in atto nella manipolazione dell’opinione pubblica (si pensi alla televisione) come anche nella crisi dei partiti che si affianca agli strumenti tradizionali per la conquista e la gestione del potere. Il modello di democrazia diretta del M5S, in particolare, distrugge la responsabilità nelle decisioni politiche; per estendere con gli strumenti digitali la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche occorre quindi trovare il modo di “responsabilizzare” il singolo cittadino.

Dalle relazioni e dal dibattito che ne è seguito è quindi emersa la consapevolezza della profondità dell’impatto che le nuove tecnologie digitali stanno avendo sull’economia e la società a livello globale e dei rischi ai quali andiamo incontro se non si riuscirà a governare questo processo.
E’ anche emerso come l’Unione Europea, a differenza degli USA e della Cina, risulti impreparata ad affrontare questa sfida e come questa stia mettendo in luce le carenze dell’attuale assetto istituzionale dell’UE che rendono macchinoso e inefficiente il processo decisionale; inoltre le funzioni della Commissione sono per lo più di indirizzo e di supervisione, mentre le decisioni concrete di politica economica, come succede anche per i progetti del Next Generation EU, sono prese e realizzate dai governi nazionali, al contrario di quello che accade negli USA e in Cina.
Anche nel settore digitale c’è bisogno di piani veramente europei, concepiti a livello continentale, per la cui realizzazione occorre che il Parlamento Europeo venga dotato del potere di definire un budget appropriato da finanziare con risorse che non provengano dagli Stati, ma direttamente dalle imprese o dai cittadini, come, per esempio, la tassa sulle transazioni finanziarie e la carbon-tax o anche a debito attraverso l’emissione di obbligazioni; tale potere dovrà essere condiviso con un Consiglio europeo riformato in cui è abolito il diritto di veto per questa competenza.

Un resoconto della riunione è pubblicato sulla piattaforma digitale della Conferenza sul futuro dell’Europa. Invitiamo tutti ad iscriversi alla piattaforma e a sottoscrivere l’evento dell’Ufficio del Dibattito e le proposte ad esso correlate (https://futureu.europa.eu/profiles/movimento_federalist/activity?locale=it).
Le sintesi delle relazioni sono pubblicate sul sito del MFE (https://www.mfe.it/port/index.php/archivio-dei-documenti/documenti-degli-organi-del-mfe/uffici/4802-ufficio-del-dibattito-5-giugno-2021).