Da venerdì 11 a domenica 13 giugno si è tenuta la riunione del G7 nel Regno Unito a cui hanno partecipato i leader di Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Giappone, Francia, Canada e Italia oltre ad una delegazione dell’Unione Europea. I temi principali sono stati il contrasto all’espansionismo del regime cinese, la lotta contro la pandemia da Coronavirus e il problema ambientale, ma una parte del dibattito è stata monopolizzata dalle discussioni sulla Brexit e i futuri rapporti tra la Gran Bretagna e i Paesi dell’Unione Europea. Si è trattato del  primo G7 del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e del Presidente del Consiglio Mario Draghi. L’impressione generale che i leader hanno cercato di dare è stata di un clima maggiormente disteso e collaborativo rispetto alla precedente Presidenza Trump.

Nel comunicato finale si legge che i leader hanno condannato Cina e Russia per lo scarso rispetto dei principi democratici e dei diritti umani. In particolare la Cina è stata richiamata a rispettare i diritti umani della minoranza etnica degli Uiguri nella regione dello Xinjang, e l’autonomia di Hong Kong e Taiwan. La Cina ha per questo accusato i paesi del G7 di volersi intromettere nella sua politica interna con accuse infondate. Viene anche auspicata una nuova indagine sulle origini del coronavirus che ha provocato la pandemia da COVID-19.

In merito al problema della pandemia nel comunicato viene citata più volte la necessità di aiutare i Paesi meno ricchi ad uscirne, ad esempio  con l’impegno a donare nel complesso un miliardo di dosi di vaccini contro il coronavirus ai paesi più poveri. Bisogna però notare che si tratta di una piccola parte degli 11 miliardi di dosi che secondo l’OMS sono necessari per fare in modo che la popolazione mondiale sia vaccinata almeno al 70 per cento. Nel comunicato inoltre finale si esprime una generica volontà di superare la pandemia e implementare piani concreti per il periodo successivo entro la fine del 2022.  Per realizzare il proposito di poter rispondere tempestivamente ad una eventuale futura pandemia i leader del G7 si sono impegnati ad accelerare le fasi di sviluppo e di produzione di vaccini, terapie e test diagnostici che dovrebbero essere teoricamente pronti entro i 100 giorni successivi alla dichiarazione di una nuova pandemia da parte dell’OMS.

Sul cambiamento climatico, i leader del G7 hanno affermato l’impegno a ridurre del 50% le emissioni nette entro il 2030 ed a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C, oltre a cancellare i sussidi per i combustibili fossili entro il 2025. Anche se in questo ambito si può notare un certo avanzamento rispetto alle dichiarazioni dei precedenti G7, anche a causa della diversa opinione espressa dal precedente Presidente Usa Trump, si deve sottolineare che i leader non hanno preso alcun impegno concreto in termini di finanziamenti necessari per mettere in pratica i principi espressi, compreso i fondi necessari per sostenere nella conversione ecologica i paesi più poveri a partire a dalla riduzione dell’utilizzo di centrali a carbone.

Tra le misure di cui si è discusso nell’incontro vi sono quelle rivolte ad iniziative per bilanciare l’influenza della Nuova via della seta cinese , detta anche Belt and Road Initiative, (BRI), il grande progetto di investimenti infrastrutturali in Asia, Africa ed Europa annunciato nel 2013 dal presidente Xi Jinping, che rappresenta il principale strumento del governo cinese per guadagnare influenza economica e prestigio politico in moltissimi paesi in via di sviluppo, ad esempio soltanto in Africa la Cina ha distribuito 145 miliardi di dollari di prestiti, in gran parte legati a progetti della BRI.

Quello che si conosce del piano, chiamato provvisoriamente Build Back Better World, è contenuto in  un documento diffuso dalla Casa Bianca e prevede di «mobilitare» centinaia di miliardi di dollari di investimenti sia privati sia pubblici nella costruzione di infrastrutture per i paesi più poveri, con l’obiettivo di creare partnership strategiche stabili e durature. I progetti dell’iniziativa saranno concentrati su cambiamento climatico, salute, tecnologia digitale, uguaglianza di genere. La Casa Bianca ha sottolineato che i progetti e gli investimenti avranno standard molto alti e saranno caratterizzati da una governance trasparente.

La Cina, al contrario, in passato è stata molto criticata proprio perché tramite la BRI ha finanziato numerosi progetti senza attenzione per la loro sostenibilità, e soprattutto perché ha concesso grossi prestiti a paesi dalle finanze fragili, che poi non sono stati in grado di ripagarli.

Il problema principale dell’annuncio del piano è che è molto vago sulla provenienza dei finanziamenti per il progetto. Mentre la Cina fin dal 2013 aveva stanziato decine di miliardi di dollari in finanziamenti e prestiti, per ora la Casa Bianca ha parlato di attrarre gli investimenti da parte del settore privato, ha citato diversi progetti di cooperazione internazionale già esistenti e ha scritto che l’amministrazione Biden lavorerà con il Congresso per espandere gli strumenti di aiuto allo sviluppo. Di questo progetto non si fa pero cenno nel comunicato ufficiale dell’incontro.

Il compromesso più concreto che emerge dall’accordo riguarda il tema fiscale ed è quello una aliquota globale minima del 15% per la tassazione delle grandi imprese, applicata Paese per Paese, una nuova tassa su cui era già arrivato l’accordo tra i ministri delle finanze dei paesi del G7 nei giorni precedenti. Per vedere il reale effetto di questa norma bisognerà poi attendere che venga approvata anche in sede di G20.

Bisogna inoltre sottolineare che occupato una parte consistente della copertura mediatica del G7 è stata occupata dagli scontri tra Boris Jhonson e gli altri leader europei in particolare per quanto riguarda gli scambi commerciali con l’Irlanda del Nord. Questi scontri hanno portato alla minaccia Britannica di sospendere la parte degli accordi che riguarda l’Irlanda del Nord, mentre i leader europei hanno risposto minacciando sanzioni alla Gran Bretagna.

Nonostante i buoni propositi di collaborazione e dialogo si deve sempre rimarcare la mancanza di una visione unica e coraggiosa da parte dei Paesi dell’Unione europea che si potrebbe avere solo con una vera politica estera comune. Ciò porterebbe ad un confronto più equilibrato con gli altri leader mondiali e soprattutto con gli Stati uniti. Nel nuovo mondo multipolare, dove gli Americani sono in declino, mentre la Cina è in potente ascesa, un rilancio dell’alleanza tra le due sponde dell’Atlantico è essenziale più che mai per garantire la tutela dei valori e degli interessi che accumunano americani ed europei. Ciononostante, come anche questo G7 ha dimostrato, un’Unione europea ancora incapace di emanciparsi dal metodo intergovernativa per la gestione della sua politica estera e di sicurezza comune, resta un alleato debole, che potrà al massimo andare al rimorchio della potenza americana. La Conferenza per il futuro dell’Europa dovrebbe essere un momento di riflessione anche per ripensare al ruolo che l’Unione può avere nel mondo e alle modifiche istituzionali necessarie per creare una vera politica estera europea.