L’Europa a 80 anni dal Manifesto di Ventotene e l’occasione della Conferenza sul futuro dell’Europa

Il nostro Movimento si appresta a celebrare quest’anno il suo XXX Congresso nazionale, che coincide con l’anniversario degli 80 anni del Manifesto di Ventotene. Quasi 80 anni di vita anche per la nostra organizzazione, che può guardare con orgoglio alla continuità della propria azione, decisamente non comune per i piccoli movimenti di avanguardia caratterizzati da un attitudine rivoluzionaria verso il potere costituito; e che cadono in un momento cruciale del processo di integrazione europea, che ha aperto, con la Conferenza, un confronto profondo sul suo futuro, tentando di coinvolgere direttamente i cittadini e di rompere così, anche grazie ad un esercizio democratico senza precedenti, il circolo vizioso dell’immobilismo del suo sistema istituzionale.

Tra i temi che non potranno essere elusi dalla Conferenza, perché sono dirimenti per delineare come sarà l’Unione europea sin dai prossimi anni, ci sono la riforma in senso federale del bilancio – al centro della nostra battaglia ormai da anni e balzata all’ordine del giorno dell’agenda politica dopo le scelte che hanno portato al Next Generation EU – e la questione della politica estera e di sicurezza e della difesa europea. Quest’ultimo tema è stato portato prepotentemente alla ribalta dalla tragedia dell’Afghanistan, che sembra aver finalmente aperto gli occhi agli europei sulle divergenze di interessi tra Europa e USA e sulla necessità di non lasciare esclusivamente nelle mani della leadership americana il compito della ricostruzione di un nuovo ordine mondiale multilaterale. La presidenza di Donald Trump aveva già portato molti Stati membri e le istituzioni europee a condividere la posizione sostenuta dal presidente francese Macron circa la necessità per l’UE di costruire una propria autonomia strategica e di impegnarsi nella prospettiva di creare una sovranità comune; erano seguite anche alcune iniziative nel campo della difesa, molto variegate, in verità, e a volte addirittura in contrasto tra loro. L’Afghanistan ha imposto un’accelerazione, aprendo un dibattito sulla necessità di dotarsi in tempi brevi di una forza europea di intervento rapido; la Francia e l’Italia, con Draghi, hanno subito mostrato di volerne assumere la leadership su questa materia, con l’obiettivo di portare la Germania a condividere una linea europea comune di maggiore responsabilità e autonomia, seppure all’interno di un’alleanza organica con gli USA.

Si tratta di sviluppi di grande rilievo per la riforma dell’Unione europea che, come federalisti, dobbiamo saper inquadrare e utilizzare nel modo migliore perché diventino vettori di un vero cambiamento dell’UE. Nel nostro dibattito pre-congressuale aperto con le Tesi (https://www.mfe.it/port/documenti/doc-mfe/circolari/2021/210902_Tesi_pre-congressuali.pdf), è già delineata una proposta in tal senso. Il MFE  e tutti i federalisti italiani condividono da tempo il presupposto – che ormai è alla base da quarant’anni dell’azione strategica del MFE, a partire dall’azione di Spinelli nella prima legislatura del Parlamento europeo con il supporto dell’UEF – che la priorità assoluta è quella di introdurre nel sistema europeo le riforme fondamentali per creare un governo autonomo di natura federale; questo passaggio passa attraverso l’attribuzione di poteri reali alle istituzioni europee comunitarie (Parlamento europeo innanzitutto, insieme al Consiglio riformato e alla Commissione europea – anch’essa riformata – come esecutivo europeo direttamente controllato dai due rami del Parlamento europeo). Questa riforma è matura in campo fiscale ed economico, ed è diventata addirittura ineludibile dopo il Next Generation EU; pertanto, è questo il passaggio dirimente (ovviamente non scontato) per far compiere all’UE il salto federale e far nascere un primo nucleo di sovranità europea condivisa (quella che il presidente Mattarella ha definito in queste settimane, in più occasioni, una sovranità comunitaria), tramite una effettiva unione politica anche se limitata ad alcuni settori. Tutte le iniziative sulla difesa europea – a questo stadio necessariamente intergovernative – devono essere concepite in questo quadro per diventare vettori della creazione di una sovranità europea. L’errore peggiore sarebbe confondere la semplice autonomia strategica – termine che infatti nel dibattito europeo è usato anche nel senso di semplice creazione di strumenti comunitari o intergovernativi che non ridistribuiscono le competenze tra gli Stati membri e l’UE, né dotano quest’ultima di strumenti e risorse (ossia poteri) autonomi, ma si limitano a cercare di migliorare il coordinamento tra i governi – con la creazione di una vera sovranità europea condivisa. Lo dimostra anche il fatto che la semplice autonomia strategica concepita in modo disgiunto dalla sovranità non si accompagna all’obiettivo di costruire una visione coerente che un gruppo di Paesi possa condividere e tradurre in termini di unione politica dell’Europa; piuttosto, porta ad affrontare la questione della differenziazione all’interno dell’UE (inevitabile frutto delle differenti volontà politiche che gli Stati membri esprimono su diversi obiettivi o materie) incoraggiando la costruzione di un’Europa à la carte, invece di concepire un sistema europeo coerente che contempli due diversi livelli di integrazione al proprio interno, coordinati e costruiti l’uno intorno al progetto dell’Europa come soggetto politico federale, l’altro intorno al Mercato unico. Inutile sottolineare che questa seconda opzione non fa compiere il necessario salto di qualità politico all’UE, ma la lascia nelle attuali condizioni di impotenza, condannando anche all’irrilevanza le iniziative che ci si propone di lanciare nel campo della difesa. Inoltre, mantenendo invariati i meccanismi di governo sostanziale dell’UE e non modificando l’equilibrio dei poteri tra il livello istituzionale europeo e gli Stati membri, svuota in gran parte anche possibili riforme del sistema decisionale (come l’abolizione del diritto di veto) e impedisce anche di avanzare politicamente su altri dossier cruciali, primo fra tutti quello della politica migratoria, che finché resta prigioniera di un sistema in cui i Trattati non prevedono poteri diretti di intervento e gestione da parte dell’UE (nonostante la competenza comunitaria condivisa prevista dai trattati in materia) rimane legata a logiche nazionali che possiamo ormai arrivare a definire diaboliche.

La nostra maggiore responsabilità in questi prossimi mesi di lavoro della Conferenza, insieme alla capacità di mobilitazione per sostenere la partecipazione popolare, sarà dunque quella di promuovere e sostenere la coerenza delle proposte e degli obiettivi dello schieramento federalista (usando il termine in senso lato) attivo all’interno delle forze politiche e in alcuni governi nazionali, a partire dal Gruppo Spinelli e dal caucus federalista nella plenaria della Conferenza sul futuro dell’Europa e dal governo italiano.

Saranno questi i temi al centro del nostro dibattito politico congressuale (che potrete ritrovare anche sul nostro sito, www.mfe.it, dove troverete tutte le informazioni relative al Congresso) già a partire dai momenti di confronto nelle Assemblee di sezione. La fortuna, come la definiva Macchiavelli, ci offre l’occasione di impegnarci in una grande battaglia politica che può imprimere una svolta profonda alla storia dell’umanità: a 80 anni dall’inizio di questo percorso dobbiamo dimostrare di essere all’altezza del testimone che ci viene passato, come Movimento, dalla grandezza degli autori del Manifesto.