Il 26 settembre scorso si sono tenute le elezioni per il rinnovo del Bundestag, il Parlamento tedesco. Si è trattata di una chiamata alle urne importante per l’Europa dato il peso politico ed economico del Paese. Sono state elezioni molto diverse rispetto alla tornata elettorale del 2017, dato che il risultato non era scontato. Fino all’ultimo momento, infatti, è stato impossibile pronosticare con un margine di accuratezza la percentuale dei voti che i partiti si sarebbero aggiudicati. Il motivo era preannunciato: il ritiro dalla scena politica di Angela Merkel, la quale è stata in grado d’influenzare il voto tedesco senza agire direttamente sull’elettorato.

Vince ancora la Merkel. Nel bene e nel male, la Merkel è riuscita a spostare gli equilibri politici dietro la scena. Vincono i socialdemocratici della SPD con il 25,7%, grazie soprattutto al fatto che hanno azzeccato il proprio Spitzenkandidat, ovvero il candidato cancelliere. Olaf Scholz incarna la filosofia merkeliana del centrismo moderato a cui milioni di tedeschi sono cari. Egli è infatti sostenitore del progetto europeo, difensore del neoliberismo senza però dimenticare i diritti sociali e umani delle persone. Non si tratta d’ipotesi: egli stesso ha dichiarato di “poter essere una buona cancelliera (al femminile)” togliendo così ogni dubbio sulla politica che terrà. L’SPD questa primavera rasentava appena il 15% nei sondaggi, e, le ragioni della sua vittoria possono essere sicuramente ricercate, oltre alle gaffe ed errori commessi dai suoi avversari, nella vicinanza d’idee e atteggiamenti che incarna e che rassicura l’elettorato tedesco.

Una Caporetto per l’Union. L’Unione democratico-cristiana, composta dai partiti gemelli CDU-CSU, ottiene il risultato peggiore della sua storia. Le uniche difese a disposizione del loro candidato di punta, Armin Laschet, sono consistite esclusivamente dal “pericolo rosso” – una ipotetica coalizione governativa dell’SPD con la Linke, la sinistra radicale – e dallo status quo di cui godono i democristiani. Se l’Union è riuscita a strappare un 24,1% e appostarsi così su un risultato che li separa di soli 1,6 punti dall’SPD, è unicamente grazie al loro radicamento nel tessuto sociale del popolo tedesco.

Progressisti futuri kingmakers. I Verdi e i Liberali si piazzano rispettivamente al terzo e al quarto posto. Per gli ecologisti è una vittoria a metà: ottengono il 14,8%, quasi raddoppiando la loro percentuale rispetto alle scorse elezioni. Tuttavia, in primavera i sondaggi li vedevano in testa a contendersi la cancelleria con i democristiani. I liberali ottengono l’11,5%, e sono stati il partito più votato tra i giovani tedeschi. A meno che SPD e Union formino l’ennesima Grossekoalition governativa, i due partiti progressisti incoroneranno il futuro cancelliere. I due governi più probabili sono infatti, a meno di grosse sorprese, il “semaforo” – coalizione di socialdemocratici, verdi e liberali - o la “jamaica” - coalizione cristiano-democratici al posto dell’SPD al comando della coalizione. Non a caso i primi dibattiti sono stati guidati non da Scholz o Laschet, bensì dalla segretaria dei verdi, Annalena Baerbock, e dal segretario dei liberali, Christian Lindner.

Permane la divisione Est-Ovest. Sia l’AFD che la Linke, che rappresentano il primo la forza populista di destra, il secondo la sinistra radicale, perdono molti voti a livello nazionale. Tuttavia, i numeri potrebbero trarre in inganno: per il partito della sinistra si tratta di una sconfitta su quasi tutti i fronti, in quanto ottengono un disastroso 4,9%, inferiore alla soglia di sbarramento per entrare in Parlamento, ma hanno portato a casa tre mandati diretti nelle loro roccaforti nella ex Germania dell’Est, e dunque sarà permesso loro di sedere nel Bundestag. L’AFD, il partito nazionalista ed euroscettico, viene sconfitto a livello nazionale ottenendo un 10,3% ed un quinto posto che toglie loro il ruolo di guida dell’opposizione, ma si consacra come primo partito in ben due Lander dell’est, la Sassonia e la Turingia. Il fatto che questi due partiti siano praticamente inesistenti nei Lander occidentali, ma siano radicati invece nei territori orientali, trova la sua spiegazione nel passato e nel presente. Molti tedeschi dell’est conservano difficoltà a integrarsi nel sistema liberal-democratico europeo, al quale si aggiunge un sentimento d’inferiorità e di abbandono da parte dell’ovest nei loro confronti, nonostante i massicci investimenti e aiuti nei loro confronti.

Perché sono state così importanti queste elezioni per l’Europa?. La Germania è uno dei sei Paesi fondatori del progetto europeo, nonché componente fondamentale dell’Unione, anche grazie al rapporto privilegiato che ha sempre mantenuto con Parigi. Dopo la riunificazione Ovest-Est del 1990, la Germania ha assunto una posizione di primato sul terreno economico nell’Unione Europea che lo ha tradotto in un maggior peso politico in tutte le più importanti decisioni politiche degli ultimi decenni. Essendo l’Unione Europea priva di sovranità in politica estera e di sicurezza, la risposta alle problematiche che hanno investito il continente nell’ultimo decennio – la crisi del debito sovrano e la conseguente crisi dell’eurozona, il fenomeno della migrazione di massa, la pandemia da virus Sars-Cov-2 – sono state de facto e de iure gestite dagli Stati Membri, in seno al Consiglio Europeo. La posizione della Germania ha costituito l’ago della bilancia in tutte le decisioni europee di maggior peso nel destino del Continente. Nella grande prova della pandemia, la Cancelliera è riuscita a svolgere un ruolo di eccellente mediatrice tra gli interessi tedeschi e quelli europei, superando il rischio di spaccatura e la  sfiducia tra Paesi del Nord e Sud Europa,  con la proposta franco-tedesca di creare un Recovery Fund di 500 miliardi di euro finanziato tramite l’emissione da parte della Commissione di titoli di debito. Quest’ultima azione politica ha rappresentato il limite ultimo del gradualismo istituzionale (governare l’Europea senza dargli un governo ma solo con strumenti di stretta cooperazione) e del metodo intergovernativo e rappresenta il primo atto che assegna poteri nuovi e straordinari all’Unione Europea ponendo il problema di dar vita ad un’Unione non più dipendente dagli Stati membri e quindi aprendo alla necessità di una modifica dei Trattati.

I compiti del prossimo governo. I risultati di queste elezioni sono dunque molto positivi in termini europei: i primi quattro partiti sono tutte forze europeiste e democratiche. Socialdemocratici e verdi in particolare sembrano avere le idee chiare su quali siano i passi da affrontare per completare il processo d’integrazione europea. Ricordiamo l’intervista di Olaf Scholz al Sole24Ore, dove egli sostiene che “alla Commissione europea è stato dato il potere di prendere in prestito fondi sul mercato dei capitali per conto della Ue fino a 750 miliardi di euro per finanziare la risposta Ue alla crisi. Questa decisione, presa da tutti gli Stati membri, è una importante pietra miliare dell’integrazione europea”. Sarà fondamentale per il prossimo governo, il quale proprio Scholz ha molte possibilità di guidare, di riuscire a essere un motore di spinta verso una successiva modifica dei Trattati vigenti, tramutando in realtà le conclusioni della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Perché senza la Germania non si può pensare di fare l’Unione federale, così come è impensabile per la Germania essere un’attrice globale senza di essa.