Diritti e doveri. È attorno a questi due concetti che si gioca la partita in corso tra l’Ue e i suoi membri ribelli, primo fra tutti, oggi, la Polonia. Alla sfida sovranista della Corte costituzionale di Varsavia, che si è pronunciata sulla preminenza delle leggi nazionali rispetto a quelle comunitarie, si è aggiunta — come una seconda spallata, proprio mentre l’Europa è in azione per superare la catastrofe della pandemia — la lettera con cui dodici Paesi hanno chiesto finanziamenti per proteggere le loro frontiere, lanciando contro la politica sull’immigrazione (che, va detto, non è mai diventata una realtà efficiente e condivisa) le stesse pietre con cui vorrebbero costruire i loro muri.

La frase-chiave dello scontro con il potere nazional-conservatore polacco è di Ursula von der Leyen: «La nostra priorità è assicurare che i diritti dei cittadini polacchi vengano protetti e che godano dei benefici dell’appartenenza all’Ue». Se volessimo personalizzare, diremmo che si stanno affrontando due donne: una presidente della Commissione che guida «una comunità di leggi e di valori» (principio da scrivere «su ogni pagina che è bianca», come la parola libertà nella poesia di Eluard) e una super-giudice, Julia Przylebska, che ha difeso a spada tratta i provvedimenti illiberali contro l’indipendenza della magistratura spingendosi poi fino alla sentenza del 7 ottobre. Non si tratta però di un «legal thriller». È un momento significativo della storia europea.

La dichiarazione di Ursula von der Leyen è importante perché affida alla parola «diritti» un significato complessivo. Il compito dell’Ue non è solo quello — già fondamentale — di difendere i valori, oggi minacciati, che sono alla base della sua esistenza (e che hanno portato pace, concordia e benessere negli scorsi decenni) ma anche di garantire che i cittadini europei non siano danneggiati dalla linea oltranzista dei loro governi. Il premier polacco Mateusz Morawiecki, dietro il quale agisce l’uomo forte Jarosław Kaczynski, non può «giocare con il fuoco», come ha osservato — tra le tante reazioni negative alla mossa della Corte — il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn. Tenere un piede fuori e uno dentro dalla casa comune europea è un esercizio che sta diventando ancora più irresponsabile che molesto.

Il lungo conflitto tra la Polonia e le istituzioni di Bruxelles (simile a quello con l’Ungheria di Orbán, che non a caso si è affrettato a schierarsi dalla parte dei togati governativi di Varsavia) risponde probabilmente a logiche di dialettica interna, mobilita i settori meno moderni dell’elettorato ma sta creando una situazione che renderebbe ormai indispensabile un approfondito esame di coscienza. È davvero possibile pensare di poter ricevere senza rispettare le regole? È davvero possibile mettere a repentaglio — entrando nella concretezza dei numeri — aiuti per 36 miliardi di euro, 23,9 dei quali a fondo perduto? Sarebbe giusto avere risposte a queste domande. Al di là degli slogan propagandistici e delle intemperanze verbali. Come quelle a cui ci ha abituato, per esempio, il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, recentemente accusato di aver utilizzato a fini elettorali denaro raccolto per le vittime di reati.

Congelare la quota polacca del Recovery Plan e i fondi strutturali previsti dal bilancio pluriennale Ue sono armi di pressione che vanno utilizzate con determinazione. Sperando naturalmente di non dover giungere alle estreme conseguenze. Ma se arriveranno ripensamenti, come è già avvenuto in alcuni casi, non dovranno essere soltanto di facciata. Più in generale, mentre si è iniziato a ipotizzare una «Polexit» (in modo ricattatorio anche da parte di alcuni esponenti dello stesso governo di Varsavia, che preferisce però l’opzione di minare dall’interno le fondamenta europee), è opportuno ribadire, in questo momento difficile, che la storia dell’Unione è una storia di inclusione e che i valori dello stare insieme, pur nelle differenze, sono irreversibili in un quadro che può esprimere livelli diversi di integrazione.

Altri scenari sono esclusi: i pentiti dell’allargamento (tornati recentemente alla ribalta per chiudere le porte agli Stati dei Balcani occidentali) si devono rassegnare. E non soltanto perché i Trattati non prevedono una procedura di espulsione. In Polonia, che ha votato compatta nel 2003 per l’ingresso nell’Ue, esiste una maggioranza che crede nell’Europa e ne ha un’immagine positiva, come indicano chiaramente i sondaggi. Le grandi manifestazioni di domenica 10 ottobre sono la conferma più evidente di un Paese che non si arrende al nazionalismo anti-comunitario. Questo deve essere il punto di ripartenza.

Alla sfera dei diritti, che il «caso polacco» mette in primo piano, si affianca quella dei doveri, chiamata in causa dalla presa di posizione dei Dodici (Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Slovacchia) sugli «strumenti per proteggere le frontiere anche con il finanziamento di nuove recinzioni e barriere»: una presa di posizione che appare un pericoloso ostacolo nella difficile strada che l’Europa sta percorrendo.

Quali sono questi doveri? Accogliere in modo attento e controllato, come si rese conto con lucidità la cancelliera Angela Merkel durante i suoi lunghi anni alla guida della Germania, ma anche non lasciare gli altri da soli a sostenere l’urto dei dannati della terra. La lettera anti-migranti è un brutto capitolo di un libro che purtroppo non è mai stato scritto, il libro di una politica comune sull’immigrazione. Al di là dei simboli e dei risvolti storici, che non sono irrilevanti, il problema sicuramente esiste. Ma andrebbe affrontato collettivamente. Con uno spirito che non è destinato a scomparire per sempre: chi ha a cuore l’Europa lo vede permanere nella logica delle cose, nella mappa dei rapporti di forza di questo mondo complicato. Bisogna ritrovarlo.