A più di otto anni dalla strage di Lampedusa che il 3 ottobre 2013 vide sparire in mare 365 immigrati in cerca di un futuro migliore per sè stessi e i propri figli, il fenomeno delle migrazioni clandestine non ha fatto altro che aumentare lungo tutti i confini europei. E in un momento di quiete, la crisi afgana riapre inesorabilmente i flussi migratori con gli stessi numeri della crisi siriana.

Più che in passato oggi sono proprio i paesi europei ad essere maggiormente coinvolti da costanti flussi migratori: dalla Libia, dove confluiscono tutti gli imbarchi illegali dei Paesi africani anche subsahariani, lungo la cosiddetta Central Mediterranean Route (CMR), alla rotta balcanica, attraverso la quale giungono i rifugiati di tutto il Medio Oriente come la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan. Proprio in quest’ultimo Paese rischiamo di assistere ad una delle più grandi crisi umanitarie dell’età contemporanea. Già da un anno prima della presa di Kabul, avvenuta lo scorso 15 agosto, 3 milioni di afghani sono stati costretti ad abbandonare la propria casa per scappare dai Talebani che, firmato il ritiro delle truppe Nato, hanno ripreso rapidamente il controllo prima delle zone rurali e poi delle grandi città. Queste persone sono già in viaggio per l’Europa: ma la vera emergenza arriverà forse da questo fronte solo nel 2023, a meno che l’UE non adotti una politica simile a quella attuata in Siria nel 2015, costituendo degli agglomerati di rifugiati nei Paesi confinanti con l’Afghanistan: ma questo avverrà solo se si riuscirà a proporre un dialogo tra l’Unione Europea e gli Stati interessati.

Un terzo corridoio di immigrazione irregolare potrebbe coinvolgere il confine tra Bielorussia e Polonia e Lituania, dove i tentativi di attraversamento della frontiera da parte dei migranti sono aumentati significativamente solo negli ultimi mesi, passando dai 125 dell’anno 2020 ai circa 3000 del solo agosto 2021. Il dittatore Lukashenko sta infatti facendo pressione sul punto più debole dell’UE per ottenere l’annullamento delle sanzioni che Bruxelles ha imposto a Minsk spingendo i migranti in Europa, dove arrivano in pessime condizioni igienico-sanitarie.

Tutti questi problemi sarebbero gestiti in maniera diversa se l’Europa adottasse una politica comune sulle migrazioni.

A dire la verità, la politica migratoria europea attuata oggi rappresenta uno dei suoi più grandi fallimenti: ciò è dovuto alla paralisi decisionale e al contrasto tra i 27 paesi membri, che – facendo spesso venir meno i principi di solidarietà alla base dell’Unione stessa – vogliono far valere l’uno le proprie ragioni sull’altro, senza concepire l’importanza di mettere da parte i propri interessi rispetto ad un’ottica comunitaria che permetta di affrontare un fenomeno di tale portata in modo compatto.

La maggior parte degli eventi che lungo le zone di confine coinvolgono i migranti, privandoli di ogni diritto umano e trasformandoli in una merce da baratto, sarebbe evitabile se solo l’UE costituisse una voce unica che vada al di là di condivisioni di regolamenti esclusivamente di facciata, mentre i singoli Stati continuano ad avere l’ultima parola, decidendo in totale autonomia la propria politica migratoria.

A un esponenziale aumento degli sbarchi e delle varie forme di entrata clandestine all’interno dell’Unione, non è al momento ancora seguita l’adozione di politiche comuni. Ma – a dire la verità – in teoria la politica sulle migrazioni è già in parte condivisa, anche se, di fatto, la maggior parte degli strumenti, delle risorse e dei poteri per implementarla sono in mano ai rispettivi Stati.

Un nuovo regolamento dovrebbe sicuramente migliorare il problema della gestione condivisa dei flussi, tematica quest’ultima tralasciata nella quasi totalità dagli attuali accordi in vigore, come quelli di Dublino del 1990. Accordi decisamente superati dalle esigenze di un’Europa messa alla prova da questa sfida, che non riesce – con l’attuale sistema di rilascio di asilo politico – a garantire il pieno rispetto dei diritti lungo le frontiere, dove i migranti possono aspettare mesi prima di entrare, per poi rischiare di essere respinti tra uno Stato e l’altro dell’Unione: bisognerebbe per questo creare un sistema di ridistribuzione delle richieste d’asilo uniforme, che eviti questo sovraccarico solo da parte di alcune nazioni.

Tra le altre cose, stati come Italia, Malta e Grecia, sono – soprattutto per la propria condizione economica e sociale più bassa rispetto ai paesi dell’Europa centro-settentrionale – anche i meno preparati sia a gestire i flussi che ad integrare. Spesso non rappresentano neanche la meta degli stessi migranti, attratti laddove gli possa essere garantita maggiore assistenza sociale. In ogni caso, risulta alquanto difficile attuare un’integrazione con l’attuale sistema di rilascio di permessi di asilo politico.

Spesso la condizione dei rifugiati, in Paesi dove non vi è un modello di integrazione ben equilibrato, rischia di trasformarsi in una vera e propria ghettizzazione, che preclude ai nuovi arrivati la partecipazione alla vita sociale di quella nazione, lasciando spazio ad episodi di razzismo e xenofobia, che hanno portato, tra le altre cose, alla proliferazione dei partiti nazionalisti di estrema destra, i quali, con la retorica del “prima io”, invece di utilizzare il fenomeno migratorio come pretesto per favorire unità tra gli stati, lo usano per dividerli, come se da soli potessero gestirlo meglio che attraverso l’unità.

Partendo dal presupposto che spesso l’opzione di rispedire i migranti nel proprio Paese non è plausibile in quanto si tratta di Stati che non rispettano i diritti umani, sarebbe più giusto ripartirli in tutti gli Stati dell’Unione, anche per fare fronte all’inarrestabile calo demografico. Questo non dovrà implicare, però, l’attuazione di politiche di ripopolamento ottuse e irrealizzabili, ma di implicazione di nuove forze lavorative di cui abbiamo la forte necessità in ogni settore.

D’altra parte, ogni governo di un Paese membro che decide di farsi carico di un ingente numero di rifugiati si trova, spesso, a fare i conti con la cosiddetta “punizione elettorale”, dovuta al senso di insicurezza che questa misura potrebbe provocare tra i cittadini: un esempio è quello della Cancelleria Merkel, della quale il partito maggioritario CDU-CSU ha pagato elettoralmente l’accoglienza di un milione di profughi siriani nel 2015 con critiche e perdita di consensi elettorali. Questo spinge ogni singolo governo a voler respingere più migranti possibile, scaricandoli su altri Paesi: una politica comune europea permetterebbe invece di ripartire i migranti sulla totalità degli Stati dell’Unione secondo un principio di solidarietà.

Un’altra azione che solo una politica comune europea potrebbe intraprendere è, oltre alla costituzione di un corpo europeo di frontiera e una guardia costiera europea, la costruzione e gestione dei centri di assistenza e accoglienza gestiti da Bruxelles anche in Paesi Terzi, dove si possa effettuare una selezione e identificazione che permetta di regolarizzare, in un certo senso, le entrate, prestabilendo durata del soggiorno e nazione assegnata, in modo da distribuire equamente il carico e da far intervenire, economicamente e socialmente, sugli ingressi tutti gli Stati membri e non solo quelli di confine. Al momento, l’unico vero potere in cui l’UE si è presentata in modo compatto è stata la contrattazione con Stati Terzi in cui si è cercato di dare un minimo di legalità al fenomeno.

L’esempio della Turchia, dimostra, nonostante le molteplici criticità, come questa strategia di dialogo con i Paesi terzi possa funzionare: dal 2016, infatti, Erdogan ha limitato notevolmente i flussi della rotta balcanica verso l’Europa, avendo ricevuto un aiuto finanziario di 3 miliardi di euro. L’Europa deve anche cercare, inoltre, di limitare il danno alla radice, finanziando gli Stati di partenza per migliorarne le condizioni economiche ed umanitarie oltre che sociali e di contrasto alla criminalità organizzata, provando a ristabilirvi una situazione di almeno apparente stabilità che possa limitare le partenze.

Tutte queste azioni rimangono comunque dei palliativi: se l’Unione Europea non compie il “salto federale” almeno tra gli Stati più consapevoli sarà impossibile una gestione comune e solidale del fenomeno dell’immigrazione. È assolutamente necessario mettere da parte una politica lassista ed agire: ciò può essere perpetrato soprattutto dai Paesi più all’avanguardia, in grado di coinvolgere, come a catena, tutti gli altri.

Il fattore tempo si riduce sempre più: al momento i flussi migratori sono piuttosto sostenibili, ma tra l’esponenziale aumento demografico dell’Africa (stimato del 25-30% entro il 2050), unito a nuovi sconvolgimenti politici, carestie e crisi economiche e umanitarie, i nostri confini potrebbero ritornare presto ad essere duramente messi alla prova.

Guardiamo alla realtà dei fatti. I flussi non si sono mai fermati con la costruzione di muri e l’inasprimento dei controlli di frontiera: solo l’attuazione di una politica comune europea in campo migratorio potrà trasformare questo fenomeno apparentemente incontrollabile in una risorsa sostenibile per il futuro del Continente.