Li chiamano “la foresta della vergogna” i 420 km di confine tra Bielorussia e Polonia, in cui da inizio settembre sono intrappolate circa 5mila vite e se ne contano altre 12mila nella zona di Minsk, pronte per essere spinte al fronte polacco: nella foresta di Białwieża intere famiglie di profughi lottano da più di due mesi per la sopravvivenza, paralizzate dal terrore delle guardie bielorusse alle calcagna ed altrettanto spaventate dall’esercito di Varsavia, che le aspetta al varco con i fucili spianati. L’inverno polacco sta facendo il resto: i morti per ipotermia aumentano di giorno in giorno e le vittime predilette sono bambini e donne incinte.
Secondo quanto riferito dalla BBC del posto, nel solo villaggio di Kuznica sono intrappolate 4000 persone, che neanche le organizzazioni umanitarie hanno il permesso di raggiungere. Da metà novembre, dopo l’ennesima telefonata, Angela Merkel sembra aver convinto Lukašėnka ad aprire quantomeno un centro di accoglienza coperto nell’area doganale di Bruzgi, ma la questione è tutt’altro che risolta.

Che l’immigrazione sia uno dei principali talloni d’Achille dell’Unione è noto a tutti, di fatto la Convenzione di Dublino del 1990 non ha impedito ai 27 Stati membri di sviluppare politiche migratorie autonome: aspetto, questo, che indubbiamente stride con il principio di resilienza, intesa come capacità di reazione comune alle difficoltà e citata in prima pagina tra gli obiettivi della recente Dichiarazione sulla Conferenza sul futuro dell’Europa. 

Di questa debolezza è consapevole Lukašėnka, che dopo la sua sesta vittoria desidera la sospensione delle sanzioni economiche, forte del fatto che contenere i flussi migratori possa diventare una fine tattica per mettere l’avversario con le spalle al muro: organizzando l’arrivo di migliaia di migranti dal Medio Oriente e spedendoli al confine con la Polonia, sembrerebbe premere sull’UE affinché sospenda le sanzioni economiche imposte al suo paese dopo il giro di vite contro l’opposizione, che, dall’agosto 2020, gli contesta la sesta vittoria alle elezioni presidenziali. I migranti arrivano dal Kurdistan iracheno, ma vi sono anche afghani, siriani, camerunensi e congolesi. Effettivamente, ad ottobre i voli dal Medio Oriente a Minsk sono stati almeno 47mila a settimana, a fronte dei 23mila del recente passato e pertanto Turkish Airlines e la russa Aeroflot sono in cima alla lista nera delle compagnie aeree che l’UE potrebbe sanzionare a breve. 

LE TAPPE DELL’ESCALATION

Il 2 settembre scorso la Polonia dichiara lo stato d’emergenza nelle aree al confine con la Bielorussia ed istituisce una zona rossa larga 3 km accessibile solo a militari e residenti. Così le notizie che giungono dal lato polacco del confine non sono verificabili e concorrono a un black out informativo denunciato da molti giornalisti e dalle organizzazioni umanitarie, tra cui la locale Grupa Granica (Gruppo di confine). Ormai si parla di una vera e propria escalation armata, attualmente di 5mila poliziotti e 12mila soldati che presidiano il confine polacco-bielorusso.
Ad ottobre il Parlamento polacco ha approvato una riforma che consente alle guardie di frontiera di respingere i profughi, violando chiaramente il diritto internazionale in materia di asilo e anche le più semplici norme di accoglienza. 

Poco dopo i ministri di 12 paesi dell’Unione, tra cui i paesi baltici e la stessa Polonia, hanno chiesto a Bruxelles di usare fondi europei per finanziare la costruzione di muri alle frontiere esterne, richiesta per ora fermamente bocciata dalla commissaria europea degli affari interni Ylva Johansson. Per tutta risposta, il 14 ottobre il parlamento polacco ha votato la costruzione di un nuovo muro, alto 5 metri e mezzo, volto ad affiancare il già esistente filo spinato nel contenimento di quello che il premier ha definito il “terrorismo di stato bielorusso”. Mentre Lettonia e Lituania si affrettano a seguire l’esempio di Varsavia, l’Unione Europea si è limitata ad aumentare le sanzioni economiche nei confronti di Lukašėnka.   

L’EUROPA DI MEZZO ED IL SUPPORTO ALLA POLONIA

La guerra “ibrida” tra Minsk e Varsavia è una guerra di propaganda che sta avvenendo “sulla pelle dei migranti”, abbandonati a congelare sul confine polacco e combattuta tra una Bielorussia autoritaria e un PIS sovranista che l’ISPI definisce “malato di sindrome cronica da accerchiamento”. Del resto il premier polacco Mateusz Morawiecki accusa anche la Turchia di agire in una “triangolazione in piena sintonia con Mosca e Minsk” per trasportare i rifugiati ai propri confini. La Polonia ha quindi chiesto l’appoggio dell’UE: il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, oltre a paventare le solite sanzioni, ha aggiunto che l’Unione dovrebbe valutare se finanziare barriere a difesa degli Stati membri, visto che i Trattati lo prevedono, incontrando però la più totale resistenza da parte della von der Leyen, almeno per ora. A questo si aggiunge il comportamento poco risoluto della Germania (anche per via della transizione di Governo) e come sempre ambiguo quando si tratta di rapporti con Paesi che potrebbero minacciare le sue relazioni con la Russia, data l'importanza dei rifornimenti energetici che da lì le provengono. Ad esempio la telefonata della Merkel al Cremlino del 15 novembre non ha portato i risultati sperati: Putin si dichiara inerme e la invita piuttosto a trattare direttamente con Minsk. Nel frattempo, il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov arriva a sostenere che la Bielorussia andrebbe pagata per contenere i flussi, al pari della Turchia. In tutto ciò, le rilevazioni satellitari mostrano che la Russia stia nuovamente ammassando truppe di equipaggiamento nelle zone di confine, mentre i suoi aerei militari sorvolano la zona rossa (persa l’Ucraina, Putin si tiene stretta l’alleanza con la Bielorussia!). 

LA STRANA ALLEANZA TRA MOSCA E ANKARA. IPOTESI SULLA STRATEGIA DI MINSK

Arrivati a questo punto sorge spontaneo chiedersi quale sia la strategia politica del governo Bielorusso e come si inserisca nella nuova alleanza tra la Russia, di fatto protettore di Lukašėnka, e la Turchia di Erdogan. 

Alleanza, tra Mosca e Ankara, che possiamo definire “strana” perché la Turchia costituisce da decenni il vero ostacolo per la realizzazione dell’ambizione russa di uno sbocco sul Mar Mediterraneo, passando per gli Stretti. In effetti tale collaborazione si sta rivelando centrale per i progetti di Lukašėnka, poiché la gran parte dei voli dal Medio Oriente all’Europa Centrale passa tramite compagnie turche. Inoltre viene sfruttata ad arte la fobia dei paesi baltici e della Polonia verso i migranti, fobia purtroppo molto radicata nella cultura di questi Paesi, nonché di recente alimentata dai partiti al potere. Quanto alla Bielorussia, si conferma il suo ruolo storico di stato cuscinetto tra la Russia e la vicina Polonia. Pertanto l’interesse di Putin nel dare man forte a Minsk non ha nulla di misterioso, né di nuovo, mentre ben più complessi sono gli obiettivi di Lukašėnka. A ben guardare, la spiegazione naturale di una sorta di vendetta verso le sanzioni europee non ha troppo senso: a conferma di ciò, Bruxelles ha approvato un aumento della sanzione. Oltre tutto, al confine sono intrappolati circa 5mila migranti ed altri 12mila si trovano in Bielorussia: numeri, in fin dei conti, cui l’Europa resterebbe piuttosto indifferente, abituata com’è a gestire flussi ben più grandi.
Un’ipotesi che sta prendendo piede tra gli analisti ritiene che Lukašėnka voglia indurre la Polonia a provocare un attacco preventivo, cosa che legittimerebbe l’intervento militare di Putin e dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto), l’alleanza difensiva dei paesi post-sovietici.
Una mossa azzardata si potrebbe dire, ma che, forse, non ha alternative: rinunciare a parte della sovranità bielorussa in cambio dell’appoggio di Mosca è tutto ciò che il dittatore possa fare per non collassare sotto il peso delle sanzioni. Del resto, la sua figura sarebbe indispensabile poiché la presenza russa verrebbe tollerata solo in virtù del suo consenso. 

DOVE E’ L’EUROPA? L’OCCASIONE DA NON PERDERE DELLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA.

Uno scenario complesso, in cui il ruolo dell’UE è per ora piuttosto marginale data la sua impotenza in materia di politica estera e di difesa, ma che, durante la Conferenza sul futuro dell’Europa, potrebbe costituire un’occasione per l'Unione per avviare una riforma di natura costituzionale che le attribuisca nuove competenze proprio in questi due ambiti. Queste competenze sono necessarie per la promozione a livello mondiale dei valori della sua tradizione storico-politica, in primis i diritti umani dei migranti. Diritti che, soffocati tra le guardie bielorusse da un lato e il nuovo muro polacco dall’altro, i profughi non vedono riconosciuti e, con essi, il sogno di una vita migliore.