E' emersa tra gli Stati della Terra la propensione verso un “nuovo multilateralismo” diretto alla collaborazione tra gli Stati sovrani, almeno in certi ambiti, senza pretendere un coinvolgimento totale.


Esiste una verità scientifica nel settore del cambiamento climatico?
La risposta a questa domanda serve per disporre di un metro di giudizio, di una pietra di paragone, affidabile, anche se non assolutamente certa.

Le caratteristiche della verità scientifica le ritroviamo, tutte, nei periodici Rapporti dell’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change), fondato dall’ONU e composto da 1.400 scienziati di 196 Paesi.

Sulla base delle conclusioni del 6° Assessment Report recentemente pubblicato, dobbiamo prender atto dell’obbiettivo fallimento della COP26 per quanto riguarda il contenimento del riscaldamento climatico dovuto “inequivocabilmente”, “senza margini di incertezza” alle emissioni di CO2 e di altri gas ad effetto serra (tra cui il metano) prodotte dalla combustione di carburanti fossili (carbone, petrolio, gas naturale) ad opera dell’uomo (6° Assessment dell’IPCC).

Le previsioni dell’Agenzia Internazionale sull’Energia (confermate nella COP26 dalle dichiarazioni degli Stati partecipanti) affermano che le attuali emissioni di CO2 e di altri gas climalteranti, stimate in 40 miliardi di tonnellate all’anno possano aumentare, nell’attuale fase di ripresa economica, post-pandemica a 50 miliardi di tonnellate e più all’anno.

Ciò comporterebbe che l’attuale incremento della temperatura media del Pianeta, di 1,09°C supererebbe, nello scenario più favorevole, nel 2050 i 2°C e nel “long term” (anni 2080/2100) 2,7° C, con tendenza al rialzo negli anni successivi.

E, nello scenario giudicato più probabile, nel 2050 l’incremento della temperatura media del Pianeta salirebbe a 2,2° C. e nel “long term” a 3,6°C, con tendenza al rialzo.

Nei due scenari considerati si assisterebbe allo sconvolgimento di tutti i principali equilibri ambientali con sofferenze e danni elevatissimi per il genere umano, soprattutto per i paesi dell’Africa, dell’Estremo Oriente e del Sud America.

L’obiettivo di annullare le emissioni climalteranti entro il 2050 e, conseguentemente, di non superare mai il limite invalicabile, attorno al 1,5° C (per poi decrescere), affermato nel Trattato sul Clima di Parigi del 2015, si rivela assolutamente disatteso e irraggiungibile.

Sarebbe, tuttavia, miope, non ammettere che soprattutto nel G20 ma anche durante e dopo la COP26, si siano manifestati fatti nuovi che consentono un filo di speranza.

Intanto, mi pare che sia stato riconosciuto all’UE il ruolo di leadership e, quindi, di stimolo per il resto del mondo, nella transizione verso un futuro sostenibile, basato sulle energie rinnovabili e l’idrogeno, la mobilità elettrica, l’elettrificazione di ogni comparto dell’attività umana e l’economia digitale.

In effetti l’UE, non solo ha rispettato gli impegni derivanti dal Trattato sul Clima di Parigi, ma ha ridotto le sue emissioni dal 1990 al 2019 del 24%, mentre l’economia UE è cresciuta del 60% nello stesso periodo.

Inoltre è emersa tra gli Stati della Terra la propensione verso un “nuovo multilateralismo” diretto alla collaborazione tra gli Stati sovrani, almeno in certi ambiti, senza pretendere un coinvolgimento totale.

La base di questo “nuovo multilateralismo” è la consapevolezza della dimensione globale delle emergenze epocali, tra di loro strettamente interconnesse, che possono essere affrontate dagli Stati soltanto insieme, consapevolezza che è diventata convinzione generalizzata, per quanto riguarda:

  • il clima e l’ambiente naturale;
  • le pandemie quali quelle da COVID19 ed altre segnalate in varie parti del Mondo;
  • le diseguaglianze economiche e sociali che non si sono ridotte ma, anzi, sono aumentate, non solo tra gli Stati, ma anche all’interno degli stessi.

Questo “nuovo multilateralismo” ha coinvolto non solo gli Stati Uniti e l’UE ma anche altri grandi potenze, tra le quali l’India e la Cina e deve essere ora esteso anche al Giappone, alla Turchia e all’Iran (con la collaborazione della Cina).

Il rapporto con la Russia di Putin (che è indispensabile), resterà problematico per molto tempo,  a causa della violenta offensiva, diretta a destabilizzare l’Unione Europea, condotta da Putin, anche come esponente dell’OPEC, con l’improvviso aumento del gas metano e del petrolio, l’utilizzo di profughi afgani a mezzo della Bielorussia di Lukashenko, per premere sulla frontiera della Polonia, e la ripresa delle incursioni militari in Ucraina per dimostrare la fragilità della difesa europea ai propri confini, di fronte alla potenza aggressiva della Grande Russia.

Per quanto riguarda il rapporto con il grande Continente Africano, l’UE, nel suo Green Deal ha previsto di produrre energie rinnovabili ed idrogeno nei paesi “solarmente ricchi” dell’Africa Sahariana, e Subsahariana nel quadro di un Accordo con l’Unione Africana che dovrebbe prevedere il trasferimento di tecnologie nel settore delle energie “green” e del digitale ai Paesi Africani.

L’obiettivo principale dovrebbe essere quello dello sviluppo endogeno dei Paesi africani attraverso l’indispensabile disponibilità di energia (destinata anche all’estrazione di acqua potabile dal sottosuolo ed alla desalinizzazione dell’acqua marina) e l’esportazione del surplus di energia green e di idrogeno verso l’Europa, attraverso le condutture già esistenti.

L’Europa ha per sua vocazione quella di occuparsi dello sviluppo sostenibile, sanitario ed economico dell’intero continente africano, in collaborazione con l’Unione Africana. Questa è un’organizzazione sopranazionale che comprende 54 Stati africani; che si è ispirata al modello europeo nella sua Costituzione. Essa ha avviato nel 2021 l’area di libero scambio panafricano e si propone di dotarsi di una moneta comune, possibilmente basata su Diritti Speciali di Prelievo, e di potenziare la Banca Centrale Africana, già esistente.

Così operando l’Unione Europea si assicurerebbe che le emissioni di CO2 e degli altri gas ad effetto serra dell’Africa verrebbero contenute, nel contempo raffreddando i flussi migratori verso l’Europa per effetto dei nuovi posti di lavoro che deriverebbero dallo sviluppo economico sostenibile, indotto.

Un secondo fattore che spinge verso il citato “nuovo multilateralismo” si basa sull’esistenza di elevatissime disponibilità finanziarie pubbliche e private (Draghi, nel G20 ha parlato di 130 trilioni di $), disponibili all’impiego nei paesi in via di sviluppo, sottosviluppati e fragili.

L’UE si è assunta l’incarico per la diffusione dei vaccini nel Mondo, garantendo copertura vaccinale del 40% nel 2021 e 70% nel 2022.

L’UE dovrebbe, poi:

  • promuovere una nuova istituzione mondiale denominata Organizzazione Mondiale per l’Energia e l’Ambiente (OMEA), retta da un’Alta Autorità indipendente (secondo il modello della CECA nel processo di unificazione europea) con il compito di gestire i complessi, mutevoli equilibri climatici ed ambientali, in continua evoluzione. Opererebbe sotto il controllo dell’ONU, per allocare, innanzitutto il fondo di 100 miliardi di $ all’anno, resi disponibili dal G20, destinato a Paesi sottosviluppati e svantaggiati e dovrebbe proporre di generalizzare il carbon pricing a livello globale; 
  • rivitalizzare l’Organizzazione Mondiale per il Commercio per negoziare un prezzo per il carbonio, equo per tutti i Paesi, e la tassa globale sull’attività delle società multinazionali, già decisa dall’OCSE, la quale, in parte, potrebbe finanziare l’OMEA;
  • rivitalizzare la Banca Mondiale per emettere Green Bonds, denominati in Diritti Speciali di Prelievo, in accordo con il Fondo Monetario Internazionale (che ha già fatto la sua parte con l’allocazione di 650 miliardi di risorse denominate in Diritti speciali di Prelievo a favore degli Stati svantaggiati);
  • incaricare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale di assorbire le grandi disponibilità di risorse finanziarie in investimenti pubblici e privati, denominati in Diritti Speciali di Prelievo, aventi per oggetto lo sviluppo sostenibile in Africa e in Medio Oriente, la ricapitalizzazione delle Banche di Investimento locali in Africa, America Latina e India (se possibile venendo incontro alle richieste dei paesi di seconda industrializzazione, come l’India, di essere indennizzati per i guasti ambientali e climatici prodotti dall’industrializzazione dell’Occidente dal 1850 ad oggi, dei cui vantaggi non hanno avuto la possibilità di profittare).

L’Annuncio congiunto e pubblico di Cina e Stati Uniti di un Piano comune per tagliare le emissioni inquinanti, seguito dagli incontri tra Biden e Xi Jinping e di Kerry con i responsabili della diplomazia climatica cinese, va in questa direzione.

Così l’atteggiamento possibilista e moderato che Modi in questi ultimi giorni, di fronte alle morti per motivi pandemici e all’irrespirabilità dell’aria prodotta dalle fabbriche a carbone.

Certamente l’umanità otterrebbe dei vantaggi economici molto più elevati e sopporterebbe minori costi nell’agire subito per ridurre le emissioni climalteranti, affrontando in tempi brevi gli elevatissimi investimenti necessari, piuttosto che nel far fronte a posteriori alle spese per la mitigazione e la riparazione dei danni (senza tener conto dei decessi e delle sofferenze delle persone).

Ricordiamo, infine che la collaborazione tra Stati sovrani, come ci ha insegnato Jean Monnet, ha bisogno di istituzioni comuni e questo problema è ineludibile anche nei tentativi di avviare un “nuovo multilateralismo” di cui il Mondo ha bisogno.