La crisi in Ucraina deciderà l’assetto geopolitico di Russia e Stati Uniti in Europa orientale. Mentre il futuro del Paese più povero d’Europa dipende dalla soluzione che troveranno le due potenze, Cina e Unione Europea rimangono a guardare: la prima in attesa di fare la sua mossa su Taiwan, la seconda perché è l’unica cosa che può fare.

24.02.2022 - Il drammatico destino dell’Ucraina deriva dal fatto che essa è situata proprio al confine tra due sfere d’influenza e ciò ne segna esistenza e sviluppo. Lo sviluppo dell’Ucraina e del suo popolo dipende fortemente dalla risoluzione di questo conflitto tra le due potenze. Il Paese, una volta il più ricco della regione in ogni senso, è scivolato in due decenni a contendere con la Moldavia il titolo di Paese più povero d’Europa ed è posto davanti a una difficile scelta geopolitica: est, quindi sfera di influenza russa, oppure ovest, sfera d’influenza americana esercitata militarmente dalla NATO ed economicamente dall’UE.

L’attacco russo all’Ucraina, mascherato come preventivo per proteggere la regione del Donbass invasa solo il giorno prima, è solo l’ultimo atto di questa tragedia in più fasi. Nel momento in cui si scrive gli scenari sono abbastanza imprevedibili.

Ciò che si può affermare con sicurezza è che la crisi attuale presenta differenze rispetto alla crisi russo-ucraina del 2014: in quella occasione la Russia è intervenuta direttamente annettendo la Crimea e creando due Stati fantoccio nella parte orientale del Paese. Quelle operazioni erano facilitate dal fatto di non incontrare resistenza alcuna da parte dell’esercito ucraino e di una popolazione locale in maggioranza favorevole. Oggi la situazione è diversa: l’Ucraina è rifornita militarmente e sostenuta da USA e Paesi NATO e il territorio ucraino è abitato da una popolazione in maggioranza ucraina e mobilitata contro la Russia. Una guerra non porterebbe a nessuna delle parti vantaggi immediati ma avrebbe enormi costi ed imprevedibile sarebbe l’intervento da parte americana. Fino a pochi giorni fa abbiamo assistito ad un circo mediatico e diplomatico, con la concentrazione di 170mila uomini ai confini con l’Ucraina che ha fatto alzare la tensione alle stelle per ottenere questi due risultati: 

1. portare al tavolo delle Trattative gli Stati Uniti, i veri fautori dell’assetto geopolitico dell’Europa dell’Est; 

2. ottenere la garanzia dagli USA che l’Ucraina non entrerà nella NATO, e quindi non sarà una possibile minaccia alla sicurezza russa, per riportarla così sotto l’influenza russa.

Il primo obiettivo era stato raggiunto: erano anni che USA e Russia non parlavano da co-primari come ai tempi della Guerra Fredda e questo è un tacito riconoscimento della potenza regionale russa.

Relativamente al secondo obiettivo, la Russia ha ottenuto la massima attenzione sul tema, il 17 dicembre ha inviato una richiesta alla NATO chiedendo di rinunciare all’ingresso dell’Ucraina e, di fronte al secco rifiuto, visto che l’Ucraina è chiaramente decisa ad entrare nella NATO avendolo inserito in Costituzione, ha preferito organizzare una richiesta da parte delle due neo-Repubbliche fantoccio di entrare a far parte della Federazione Russa ed inviare così truppe. Ciò che il mondo non si aspettava è proprio l’invasione del resto del territorio ucraino, per gli incalcolabili costi che può comportare in termini di sanzioni alla Russia da parte americana e a seguire europea, ma anche per il “fastidio” che suscita nella Cina, partner strategico ma non alleato militare.

Le possibili ragioni dietro l’attacco russo sono molteplici e comprenderle aiuta a preparare la risposta europea all’uso spregiudicato della violenza russa.

Negli ultimi vent’anni la Russia si è impegnata a fondo con interventi militari ed una costosa politica di ammodernamento del proprio esercito, sia per contrastare le spinte indipendentiste e dissolutorie interne (es. Cecenia) sia per riaffermare la propria influenza nei Paesi satelliti ex-URSS: come in Georgia nel 2008 e poi in Ucraina nel 2014 (annessione della Crimea; sostegno alle forze filo-russe separatiste nelle province orientali ucraine; invio di truppe in Siria a sostegno di Bashar al Assad) per arrivare agli interventi più recenti in Bielorussia (solo a livello diplomatico-politico) e in Kazakistan. 

Putin ha bisogno di ottenere queste garanzie per poter concentrarsi sullo sviluppo economico della Russia, una superpotenza nucleare con un’economia da terzo mondo, all’interno dell’Unione Economica Euroasiatica, formatasi soli sette anni fa come processo d’integrazione economica tra i principali Paesi dell’ex-URSS. L’intero progetto di sviluppo economico della regione dipende dalla garanzia che ai suoi confini non ci sia un vicino instabile e minaccioso. La Russia ha bisogno di sviluppare la propria economia e industria: il PIL russo è di poco inferiore a quello della Spagna e la sua economia (e lo Stato stesso) dipende per la metà dall’export di gas e minerali, quindi fortemente dipendente dai prezzi di queste materie prime. Lo sviluppo dell’economia industriale è tanto più impellente e urgente in quanto è sempre più manifesto che la Russia dipende fortemente dalla Cina dal punto di vista economico e tecnologico, e quindi in un futuro prossimo anche militare. 

Un esempio riguarda proprio il settore militare russo che tanto impressiona i media occidentali in termini di efficienza e capacità operative. Nel 2008 la Russia ha compiuto un’offensiva ai danni della Georgia per difendere le minoranze minacciate di Abkhazia e Ossezia: da rapporti di analisti NATO emerge che quelle operazioni militari vittoriose avevano evidenziato ai vertici russi l’arretratezza di sistemi d’arma e disorganizzazione militare. L’esercito russo ha surclassato quello georgiano grazie al numero ma non certo dalla qualità. Da quell’anno, il governo russo ha avviato una serie di piani di investimento decennali per l’ammodernamento di esercito, marina e aviazione. I piani, sempre dal rapporto NATO, hanno subito un violento arresto in due occasioni: nel 2014 quando la crisi ucraina interruppe i rapporti economici tra Russia e Ucraina -  soprattutto le relazioni industriali e commerciali in campo militare risalenti ai tempi dell’URSS - e poi nel 2020 in piena emergenza Covid per dirottare parte dei fondi per l’esercito a sostegno di interventi a favore della popolazione. 

Nel campo opposto gli Stati Uniti, che mostrano segni evidenti di overstretching, hanno compreso bene che va evitato qualsiasi confronto militare con la Russia perché ritenuto un teatro secondario, rispetto a quello che ormai è la priorità di Washington: il teatro Indo-Pacifico e il contenimento della nuova potenza ascendente, la Cina. Per questo motivo le contromisure minacciate da Washington rientrano nel novero delle sanzioni economiche. Quindi in coerenza con questo riorientamento di priorità gli USA hanno bisogno di:

  1. rinsaldare i legami con i Paesi europei, ancora scossi dopo l’uscita di scena degli USA dopo 20 anni di guerra infruttuosa in Medio Oriente; e quindi mostrarsi uniti nei confronti di una comune minaccia anche moderando i toni del confronto e ascoltando le richieste e preoccupazioni degli alleati soprattutto sull’uso ed entità delle sanzioni economiche;
  2. evitare un rafforzamento della “quasi alleanza” tra Cina e Russia. La Russia, una superpotenza nucleare, non è per niente intenzionata ad essere un Junior Partner della potenza cinese, ma l’escalation militare russa e l’attacco all’Ucraina sono vissuti con fastidio dalla Cina anche perché l’Ucraina stessa è diventata uno dei principali fornitori di grano e altri prodotti agricoli per la Cina e sede di grandi investimenti esteri.

In questo scenario l’Unione Europea e i suoi Paesi membri contano poco oppure esercitano un ruolo subalterno: i capi di governo europei hanno contribuito a tenere aperti i canali diplomatici per abbassare la tensione ma nulla di più, anzi con il senno di poi hanno mostrato le loro divisioni a Mosca. L’attacco russo all’Ucraina solleva un coro di condanne in Europa ma alle parole bisogna far seguire i fatti: le sanzioni, le politiche di difesa, la politica energetica. E’ però difficile, quando non si hanno le istituzioni per realizzare le politiche. Senza istituzioni (leggasi un governo europeo con una propria amministrazione e finanziato da un bilancio autonomo) non c’è potere di agire, e senza potere (quindi esercito e diplomazia) non c’è alcuna politica estera ma solo una sommatoria di tante voci particolari. Infatti il dialogo sul futuro assetto geopolitico dell’Europa orientale è un dialogo a due: come scrive Federico Rampini, non c’è un ruolo nel mondo per una potenza “erbivora” circondata da potenze “carnivore”.


Rapporto Nato: https://bit.ly/3BsZUbK