Gli attori che per una settimana hanno occupato la scena della politica italiana durante le recenti votazioni per l'elezione del Presidente della Repubblica sono stati nello stesso tempo protagonisti e vittime. Protagonisti perché la Costituzione assegna al Parlamento, e dunque ai partiti rappresentati in Parlamento, il compito di scegliere il Capo dello Stato. Vittime, perché il quadro politico uscito dalle elezioni del 2018 rendeva il tanto rivendicato ruolo di kingmaker un compito ai limiti dell'impossibile.

Partiamo da alcuni dati di fatto. L'elezione si teneva un anno prima delle elezioni politiche e soprattutto dopo il referendum costituzionale che ha ratificato col voto popolare una cospicua riduzione del numero dei parlamentari. Per di più, alla debolezza strutturale dei partiti dopo la fine della cosiddetta Prima Repubblica, si sono aggiunti durante questa legislatura cambiamenti che hanno portato non solo al varo di tre governi, fatto non inconsueto, ma anche alla formazione di tre diverse maggioranze. La nascita di nuovi partiti, i cambi di casacca, la crescita abnorme del Gruppo misto sono state le conseguenze di questi mutamenti. In tale situazione i grandi elettori non potevano che volere la conclusione della legislatura ed il mantenimento dello status quo, a cui si opponeva però la più volte riaffermata e del tutto comprensibile volontà del Presidente Mattarella di non essere riconfermato.

Rimaneva come seconda scelta per garantire la stabilità il passaggio di Mario Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale, opzione su cui si sono versati fiumi d'inchiostro e per cui si sono scomodati persino autorevoli commentatori internazionali, spesso in disaccordo tra loro. Ebbene, questa eventualità a prima vista tanto sensata comportava rischi non indifferenti. Riassumiamoli in una domanda: poteva sopravvivere un Governo Draghi senza Draghi? L'attuale inquilino di Palazzo Chigi non è assimilabile ai numerosi capi di governo, tutto sommato intercambiabili, che abbiamo visto nel passato, quando qualche esecutivo veniva definito persino “balneare”. Draghi è l'uomo che ha salvato l'euro e che ha cambiato il paradigma e la stessa natura della BCE, al punto che Moscovici ha potuto dire di lui: “Mario Draghi avrà un successore, ma non potrà essere sostituito.” Non mancano certo in Italia e nello stesso gabinetto da lui presieduto personalità di alto livello, ma onestamente si poteva sostituirlo alla guida di un esecutivo con una maggioranza così eterogenea e col compito allo stesso tempo esaltante e tremendo di ricostruire il Paese grazie ai fondi europei, per di più in uno scenario internazionale così complesso, mutevole e confuso? Al netto di manovre, veti e trabocchetti giocati sulla sua candidatura, resta il fatto che era difficile trovare non solo un sostituto, ma persino un successore. 

Non rimaneva allora che individuare un candidato alla presidenza della Repubblica autorevole e condiviso. Qui si sono scontrate due dinamiche che hanno segnato l'attuale legislatura. Le elezioni del 2018 hanno infatti prodotto un sistema con tre poli politici, nessuno dei quali in grado di avere una maggioranza parlamentare. Ne è nato in prima battuta un governo fondato sull'alleanza dei due partiti usciti vincitori dalle urne. Le elezioni europee del 2019 hanno però rovesciato i rapporti di forza tra i due e soprattutto hanno segnato la sconfitta a livello europeo delle forze nazionaliste e populiste. Le conseguenze si sono ben presto riverberate a livello nazionale col passaggio dal Conte 1 al Conte 2 e con l'illusione di essere approdati ad un nuovo bipolarismo grazie all'alleanza giallorossa sul fronte del centro-sinistra. La formazione del Governo Draghi ha scompaginato ancora il quadro, spaccando il centro-destra. L'amplissima maggioranza governativa non corrisponde a quella che sostiene la Commissione von der Leyen nel Parlamento europeo, ma le dichiarazioni alle Camere in occasione del voto di fiducia hanno caratterizzato il nuovo corso in modo così marcato che la leader dell'unico partito di opposizione ha potuto definire “federalista europeo” il Presidente del Consiglio. Ed ecco allora l'inevitabile scontro tra due logiche: quella della maggioranza di governo e quella bipolare. Le contorsioni che abbiamo visto in quei giorni nascono dalla volontà di conciliare l'inconciliabile. Alla fine la prova di forza tentata dal centro-destra ha fatto crollare il castello di carte su cui si erano costruite candidature di parte. Aggiungiamo che, se il centro-sinistra avesse messo in campo un tentativo simile, il risultato sarebbe stato forse peggiore.
A quel punto si è fatto strada il buon senso dei grandi elettori, che al di fuori di ogni ordine di scuderia hanno cominciato a far confluire i loro voti su Mattarella. Buon senso perché era la risposta ad un altro quesito: se l'attuale è il governo voluto dal Presidente Mattarella, potrà sopravvivere con un altro al suo posto? Ai capi partito non restava che assecondare quella scelta o farsi travolgere. Ne è uscita la migliore soluzione per l'Italia e per l'Europa. Superato lo scoglio delle elezioni tedesche con la nascita di un governo impegnato ad adoperarsi per uno Stato federale europeo, il deragliamento dell'Italia avrebbe potuto infatti avere conseguenze gravissime tanto per il successo del Next Generation Eu quanto per il buon esito della Conferenza sul futuro dell'Europa. La linea di divisione indicata dal Manifesto di Ventotene ha invece prevalso ed ha portato alla riconferma delle due personalità che ne sono i maggiori interpreti.

Scampato il pericolo, è opportuno svolgere però qualche considerazione su un contesto come quello italiano che resta in ogni caso instabile e fonte di rischi. Come spesso è successo, l'impasse di quei giorni ha spinto vari politici e commentatori a sostenere sic et simpliciter l'elezione diretta del Capo dello Stato. Una scelta di questo tipo senza una riconsiderazione complessiva e coerente della forma di governo ed anche della forma di Stato ci esporrebbe probabilmente a tensioni ancora maggiori. La riforma del Titolo V e più recentemente la riduzione del numero dei parlamentari senza nemmeno porsi il problema, in un caso e nell'altro, di una correzione del bicameralismo paritario sono esempi che dovrebbero farci riflettere su riforme frettolose e fatte spesso per compiacere impulsi emotivi o per rispondere a esigenze di parte.

Durante la vicenda dell'elezione presidenziale è emersa anche l'asimmetria tra amministrazioni comunali e regionali rese stabili dalle leggi Ciaffi e Tatarella e governi nazionali dipendenti invece da leggi elettorali incapaci di assicurare maggioranze con un certo grado di coesione in Parlamento. Vista la posta in gioco, molti presidenti di regione figuravano infatti tra i grandi elettori nella quota riservata alla rappresentanza regionale ed alcuni di essi non hanno mancato di contrapporre la stabilità delle loro maggioranze e quindi dei loro governi alla labilità del quadro politico nazionale. Per lungo tempo sono stati da un lato i partiti e dall'altro il blocco del sistema imposto dall'equilibrio bipolare a costituire un contrappeso alla scarsa governabilità generata da una legge elettorale proporzionale, rimasta tale dopo il fallimento della cosiddetta legge truffa. Conclusa quella fase, negli stessi anni in cui veniva rafforzata l'autonomia e la stabilità degli enti regionali e locali tramite le due leggi prima citate, una legge elettorale in larga parte maggioritaria avente come primo firmatario proprio Sergio Mattarella mirava ad ottenere lo stesso scopo a livello nazionale ed in effetti contribuì a creare per 20 anni un sistema bipolare con due schieramenti che si alternarono alla guida del Paese. La scelta operata nel 2005 dai partiti del centro-destra di approvare una legge elettorale tesa ad impedire all'opposizione di ottenere una maggioranza dopo le elezioni aumentò di nuovo l'instabilità dei governi e costituì un precedente per riforme elettorali votate nell'ultimo anno della legislatura, come avvenne di nuovo nel 2017. Non a caso questa prassi viene ritenuta a livello europeo poco corretta, perché si ritiene che essa possa inquinare il processo elettorale. Nel momento in cui si ipotizza di mettere mano di nuovo alla legge per l'elezione di Camera e Senato nell'ultimo anno di legislatura, si può sperare almeno che l'eventuale riforma venga approvata da un'ampia maggioranza. La soluzione a cui si dovrebbe però guardare è, sull'esempio di molti altri Paesi, l'inserimento della legge elettorale in Costituzione, in modo da sottrarre questa fondamentale regola del gioco democratico alle consorterie ed agli interessi contingenti.