La Direzione nazionale del MFE presenta la Campagna per la Conferenza sul futuro dell’Europa.

In queste settimane il confronto tra le istituzioni europee sull’impostazione da dare alla Conferenza sul futuro dell'Europa sta proseguendo, anche se a livello nazionale gli echi di questo dibattito sono (quasi totalmente) assenti. La divergenza maggiore è tra la posizione ambiziosa del Parlamento, espressa nella risoluzione approvata il 15 gennaio e di cui si è dato conto nel numero precedente dell’Unità europea, e quella del Consiglio. Quest’ultimo, nel suo complesso, vede prevalere la volontà di trasformare la Conferenza in un puro esercizio retorico, che “associ” i cittadini nel dibattito sulle politiche europee indicate nell’agenda strategica della Commissione, perché esprimano un parere sul merito delle priorità e delle scelte, ma senza che né loro, né la Conferenza siano chiamati ad occuparsi degli ostacoli e dei limiti che queste politiche incontrano a causa del sistema attuale di governance dell’Unione europea.

Non tutti i paesi sono rigidamente su questa linea. A dicembre Francia e Germania, avevano presentato un non-paper comune che esprimeva una linea diversa: a loro parere la Conferenza dovrà occuparsi delle riforme europee necessarie affinché le singole politiche possano essere promosse e realizzate in modo efficace; inoltre, il tema delle istituzioni e della democrazia europea sarà necessariamente una questione trasversale rispetto a tutti i temi politici, e dovrà pertanto essere approfondita in modo specifico. Il 14 febbraio anche il governo italiano ha formulato le proprie proposte in vista della Conferenza in un documento rimasto assolutamente ignorato a livello nazionale (fa eccezione il commento di Sergio Fabbrini sul Sole24ore di domenica 23 febbraio, di cui vengono riportai ampi stralci in questo numero del giornale nella sezione dedicata alla segnalazione di interventi sulla stampa). Il governo italiano non si spinge a menzionare la necessità di una riforma dei Trattati (come invece esplicitamente facevano Francia e Germania), ma ammette che “a debate on policies cannot ignore decision-making procedures and the broader issue of the functioning of the EU” (un dibattito sulle politiche non può ignorare le procedure decisionali e il tema generale del funzionamento dell’UE). In questa ottica formula alcune proposte, tutte però teoricamente già realizzabili a trattati costanti. Il punto debole, come sempre in questo approccio, è che se sono ormai anni che si discute di sfruttare tutte le potenzialità del Trattato di Lisbona, ma non sembra si riesca a spiegare (e prima ancora a capire) perché questo non avvenga.

Il fallimento del Consiglio europeo del 20-21 febbraio scorso può forse aiutarci ad inquadrare meglio i termini di questo problema. Gli Stati membri stanno discutendo il nuovo Quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027, su cui hanno potere assoluto, e il Consiglio europeo straordinario convocato a fine febbraio serviva proprio per cercare di trovare il punto di convergenza tra interessi nazionali molto divergenti. I governi nazionali, però, non accettano di farsi guidare, per trovare l’accordo, né dalle indicazioni che vengono dal Parlamento europeo (sempre l’istituzione più ambiziosa rispetto all’interesse generale europeo), né dal compromesso suggerito dalla Commissione europea, e neppure dalle proposte formulate dalla presidenza finlandese del Consiglio dell’Unione europea, né da quelle rielaborate dallo stesso presidente del Consiglio europeo. Lo scontro porta ovviamente alla paralisi; e anche se la si supererà in extremis, ciò avverrà sempre e comunque mortificando qualsiasi ambizione politica europea. Le risorse sono una condizione sine qua non, per poter realizzare qualsiasi politica, tutti lo capiscono; ma il sistema lascia nelle mani degli Stati membri la decisione all’unanimità sull’entità del bilancio pluriennale e sulla sua ripartizione, innescando una competizione tra interessi nazionali che è esclusivamente distruttiva.

La cosa è ancora più evidente oggi che in passato, proprio perché aumentano le responsabilità politiche di cui l’Europa dovrebbe farsi carico (e sulla carta crescono anche le sue ambizioni), ed è cresciuta nel contempo anche la sfiducia tra gli Stati membri, la loro (apparente) divergenza di interessi a breve, cui si aggiunge la novità assoluta della presenza di alcuni governi nazionalisti determinati ad indebolire la forza delle istituzioni europee.

Questo sistema pertanto non può reggere; e proprio perché gli strumenti ci sarebbero sulla carta per togliere agli Stati questo strapotere, rimane da chiedersi perché non si usino. La risposta è evidente: sulla base dei trattati esistenti, sono questi stessi Stati litigiosi che dovrebbero rinunciare al controllo dei meccanismi decisionali sul bilancio (come in altre materie) privandosi in modo volontario della possibilità di esercitare il loro potere, nella assoluta assenza di un contropotere europeo adeguato a contenere la loro supremazia. In altre parole, emerge chiaramente che finché non si costituiscono le condizioni per la nascita di un potere limitato ma autonomo (federale) europeo, e gli Stati restano gli unici detentori degli strumenti necessari per esercitare il potere politico (a partire dal monopolio sulla decisione, sulla raccolta e sull’utilizzo delle risorse), questo meccanismo non potrà evolvere.

Il problema allora si sposta proprio sulla necessità di vedere nella Conferenza l’occasione per dar vita (con gli Stati disponibili) ad una riforma complessiva dei Trattati, per creare quei poteri europei oggi inesistenti, a partire dalla creazione di una capacità fiscale autonoma europea.

Questo deve pertanto essere l’obiettivo da avere in mente con l’avvio della Conferenza; e bisogna lavorare perché possa emergere, con un impegno coraggioso e determinato da parte del Parlamento europeo, dentro e fuori la Conferenza, e con l’attivazione di un coinvolgimento dei cittadini e della società, e degli stessi parlamenti nazionali (si veda a questo proposito come esempio virtuoso la risoluzione approvata dalla Camera dei Deputati italiana il 19 febbraio in occasione della comunicazione del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo sul bilancio ). Questa è la priorità che bisogna avere in mente quando si rivendica che la Conferenza produca “risultati concreti”, come ripetono tutti; perché non esistono risultati concreti se non si sblocca il sistema sottraendolo al monopolio degli Stati membri.

Per noi del MFE e per i federalisti in generale, in questo momento la battaglia da fare è chiarissima. Il nostro obiettivo sarà quello di cercare di esercitare la massima influenza sui membri della Conferenza, sui suoi lavori, sul Parlamento europeo, sulla politica tutta. Lo faremo impegnandoci a costruire tutte le alleanze possibili con la società e i cittadini, spingendo per aprire canali attraverso cui far sentire alla Conferenza la pressione dal basso per un vero cambiamento dell’Europa e cercando di creare e diffondere strumenti con cui veicolare questa spinta; e contemporaneamente rivolgendoci alla politica, a chi ha influenza diretta o indiretta sui meccanismo che regoleranno il funzionamento e i risultati della Conferenza, per metterla in contatto con questa rivendicazione che viene dalla società. Ci sono chiarissimi anche gli ostacoli, e le difficoltà che incontreremo, scontrandoci innanzitutto con la reazione spaventata di chi, di fronte ad un’impresa storica, si rende conto di non poter più semplicemente portare la propria adesione ad un progetto “utopistico”, e di non potersi più trincerare dietro alla mancanza di occasioni per aprire il processo di rifondazione europeo. La Conferenza è infatti un quadro tremendamente concreto, nelle mani di fatto del Parlamento europeo e della migliore politica nazionale, che per questo ora sono chiamati ad avere coraggio, visione, determinazione, capacità.

Proprio per questo siamo partiti, mettendo in campo i primi strumenti (si vedano l’Appello approvato dalla Direzione nazionale e indirizzato ai principali responsabili europei in merito alla Conferenza), e stabilendo un primo calendario per concentra le nostre iniziative, specialmente nelle sezioni: le due Action week, e gli appuntamenti nazionali per il 9 maggio e per il 20 giugno, quando faremo a Roma una convenzione con cui richiamare l’attenzione della politica e delle istituzioni nazionali in vista del semestre di presidenza tedesco, che sarà fondamentale nell’impostazione dei lavori della Conferenza. Per chi volesse maggiori dettagli o documentazione può trovarli anche sul sito (ww.mfe.it), oltre che già sulle pagine del giornale.

Una delle nostre aspirazioni è anche quella di poter essere presenti all’inaugurazione della Conferenza fissata per il 9 maggio. La presidenza croata dell’Unione europea in carica in questo primo semestre 2020 ha proposto Dubrovnik come sede: città ricca di storia e di simboli per rimarcare il valore del processo di confronto sul futuro dell’Europa che si va ad inaugurare. Proprio per la scelta della data del 9 maggio, che quest’anno coincide con il 70° anniversario della Dichiarazione Schuman, si tratterebbe di una cornice ideale per valorizzare una presenza federalista che segnali sin dall’avvio della Conferenza il coinvolgimento della parte dell’opinione pubblica europea caratterizzata da una forte consapevolezza circa il significato storico e politico del processo europeo, e dall’impegno a finalizzarlo verso quella Federazione europea che era il fondamento della proposta Schuman. E’ la prima volta, oltretutto, che l’Unione europea torna a cercare in quella dichiarazione, nell’atto di avvio del processo di unificazione europea, le sue radici, che sinora ha sempre indicato nella nascita della Comunità economica europea; e questo è un elemento che dobbiamo sottolineare e valorizzare, anche nelle nostre iniziative locali in occasione di questa ricorrenza. Purtroppo la scelta del luogo ad oggi non è ancora confermata, prima vittima (probabilmente) della scarsa ambizione del Consiglio verso la Conferenza. Dovremo quindi capire se la riserva si scioglierà in tempo per organizzare nel migliore dei modi una nostra presenza quantitativamente contenuta, ma che riteniamo possa essere di grande effetto politico; lo speriamo vivamente, e ci teniamo pronti in attesa che la sede venga formalizzata. Nel frattempo le sezioni si preparano a sviluppare le loro iniziative sul territorio, che sarà il vero terreno di sviluppo della nostra campagna.

I federalisti dunque ci sono, e faranno sentire la loro voce con forza in questi due anni di lavoro della Conferenza, a sostegno della fondazione dell’Europa federale: sovrana, democratica, solidale.