di Alfonso Iozzo

In un quadro mondiale in profonda evoluzione, caratterizzato dalla partecipazione di masse crescenti allo sviluppo, che richiede un uso razionale ed efficiente delle risorse naturali (alimentari, energetiche) l’Europa deve attuare una politica di stretto controllo delle risorse trasformando il suo sistema economico e produttivo in modo equo e sostenibile.

Le scelte di fondo dell’Europa sono orientate nella giusta direzione, dai fini indicati nel Trattato di Lisbona sino alle decisioni del Consiglio Europeo per il 2020. La stretta via del rigore di bilancio (sia per gli stati che per gli individui) e dello sviluppo sostenibile è percorribile solo con uno sforzo comune europeo. Lo sviluppo può essere ripreso solo con investimenti che rendano competitive le imprese europee, riducendo i consumi ed il costo dell’energia e delle materie prime, utilizzando appieno le tecnologie dell’informazione, valorizzando e diffondendo la società della conoscenza, riequilibrando il potere di acquisto.

Il progressivo aumento del reddito pro capite dei cittadini delle economie emergenti apre enormi possibilità all’Europa di esportare beni e servizi di qualità. Senza la chiara indicazione che è possibile avviarsi verso una nuova e diversa fase dello sviluppo si perderà l’occasione di inserire con successo l’economia europea nel nuovo ciclo mondiale.

La capacità di produrre beni industriali con alta componente tecnologica, servizi avanzati, beni culturali è già diffusa in molte settori ed aree dell’economia europea ma solo se inserita in una scelta strategica può diffondersi, ampliarsi, migliorarsi.

Con il mercato comune prima e con il mercato unico successivamente l’Europa ha avviato lunghi cicli espansivi. Ora è necessaria una scelta analoga diretta ad inserire pienamente l’Europa nella nuova economia mondiale. Le proposte circolate in questa difficile fase dell’economia
europea sono spesso indirizzate nella giusta direzione ma limitandole ai singoli quadri nazionali ne compromettono la realizzabilità, l’efficacia, l’economicità.

Analogamente al programma del Mercato unico del 1992 che voleva affrontare il costo della non Europa, anche adesso le soluzioni proposte sono limitate dal costo che deve essere sopportato per la “non Europa”. L’esempio più rilevante è dato dagli investimenti in ricerca – specialmente nel campo della nuova energia – per comprendere come piani unicamente nazionali e non integrati a livello europeo siano un immane spreco di risorse, non più consentito dalla necessaria politica di rigore che deve orientare i bilanci pubblici e le stesse imprese private.

E’ indispensabile il varo di un “piano europeo” limitato ma decisivo per indicare la direzione di marcia a tutti gli operatori economici e sociali europei. E’ responsabilità primaria della Commissione Europea proporre le misure necessarie al Parlamento ed al Consiglio Europeo e presentarle ai cittadini, alle forze politiche, economiche e sociali europee.

Il piano deve coinvolgere anche le relazioni con le aree più strettamente correlate con l’Unione, per la loro prossimità geografica, in particolare i paesi del mediterraneo che hanno avviato una profonda evoluzione politica, economica e sociale.

Il piano di investimenti proposto a suo tempo con grande lungimiranza dal Presidente Delors deve essere oggi riproposto e finalizzato a creare le necessarie condizioni di competitività, sostenibilità, coerenza sociale per il rilancio europeo.

Spetta alla Commissione indicare i progetti da sostenere, garantirne la fattibilità, assicurarne la gestione rigorosa e trasparente. Il bilancio europeo dovrebbe, a termine, essere finanziato esclusivamente da risorse proprie e la “carbon tax”, quella sulle transazioni finanziarie, la nuova IVA europea ne dovrebbero essere le componenti essenziali. Le proposte già avanzate dalla Commissione in materia di carbon tax e di tassa sulle transazioni finanziarie costituiscono elementi essenziali del “piano” e la loro adozione può garantirne il finanziamento.

La carbon tax può inoltre spingere il sistema economico verso scelte di sostenibilità ed è compatibile con misure transitorie dirette a far gravare la tassa anche sui prodotti importati da aree che non abbiano ancora adottato misure analoghe.

La tassa sulle transazioni finanziarie può essere utilizzata per rendere socialmente sostenibile la transizione del sistema economico rifinanziando in modo significativo il Fondo per l’adeguamento alla globalizzazione, ridefinendo i compiti dello stesso e spostare almeno in parte il carico fiscale dal lavoro non qualificato e precario alla rendita finanziaria.

Il varo del “Piano” , con le sue misure di fiscalità comune europea, dovrebbe essere accompagnato da una riduzione delle spese ora previste a livello degli stati membri nei settori di intervento comune.

Al fine di assicurare la massima trasparenza ed efficienza nell’uso delle risorse è necessario prevedere in tutti i casi ove sia possibile e certamente nel campo delle ricerche di nuove fonti energetiche l’attivazione di programmi specifici e se del caso di agenzie responsabili nell’uso dei fondi.

Poiché l’obiettivo principale del “Piano” è il rilancio degli investimenti occorre prevedere interventi finanziariamente significativi – anche se ad erogazione differita – attivando l’emissione di euro project bond, coinvolgendo la BEI nella istruttoria e gestione degli interventi, da effettuare attraverso un “Fondo Patrimoniale” che mantenga la proprietà degli investimenti effettuati, per la parte finanziata dal Piano al fine di disporre – con il reddito sia pure differito di tali investimenti – di risorse per le nuove generazioni.

Indicazioni quantitative

Con la tassa sulle transazioni finanziarie occorrerebbe reperire circa 30/40 miliardi di euro di risorse aggiuntive al bilancio europeo per consentire stanziamenti adeguati nel settore della ricerca e nel rifinanziamento del “fondo “ istituito dalla Commissione nel 2006 per far fronte alle difficoltà indotte dall’adeguamento del mercato del lavoro dalla globalizzazione. Il bilancio dell’Unione si attesterebbe così vicino alla soglia dell’1,27 % concordata a suo tempo tra gli stati membri.

Nei precedenti cicli espansivi l’Europa è riuscita a creare oltre 15 milioni di nuovi posti di lavoro. Il “Piano” dovrebbe consentire la creazione di almeno 20 milioni di nuovi posti di lavoro, considerato che dovrebbe rendere competitivo in particolare il settore dei servizi e dimezzare così l’attuale tasso di disoccupazione.

L'entità degli investimenti previsti dal “Piano” dovrebbe raggiungere almeno i 300/500 miliardi, da erogare nell’arco di tre/cinque anni. Per consentire l’emissione di “Euro project bond” o garanzie da parte dell’Unione occorrerebbe una “carbon tax” capace di produrre un gettito di almeno 50 miliardi annui per ripagare le emissioni. L’utilizzo della “carbon tax” per sostenere nella fase di avvio il piano di investimenti sarebbe pienamente giustificato dal fatto che la tassa stessa tenderà a diminuire man mano che l’economia europea – anche grazie al “Piano” proposto – utilizzerà fonti energetiche non generatrici di CO2.

Al termine del “Piano” l’Unione disporrebbe di un patrimonio la cui entità potrebbe raggiungere un valore almeno doppio dell’investimento, assicurando così alle nuove generazioni un adeguato sostegno come avviene per i giovani norvegesi grazie al “fondo pensioni” alimentato dalla rendita petrolifera: in questo caso sarebbe la rendita sulle nuove fonti di energia attivate dal “Piano” con gli investimenti e le spese di ricerca. In particolare il “Fondo Patrimoniale” potrebbe sostenere l’inserimento dei giovani europei con progetti di servizio civile per i ragazzi che al termine degli studi si affacciano al mondo del lavoro (basati anche sull'esperienza di“Erasmus”), di formazione per eliminare il precariato, di promozione di attività lavorative autonome, di sviluppo dell'imprenditorialità giovanile.

Attivazione parziale o integrale del “Piano” da parte di un gruppo di stati membri

Qualora si riscontrassero insuperabili difficoltà per la partecipazione di tutti gli stati occorrerebbe prevedere la possibilità procedere da parte di un gruppo di stati, attivando le norme sulle cooperazioni rafforzate, specialmente da parte dell’Eurogruppo e degli stati che vorranno associarsi, come già previsto nelle recenti proposte ”Euro Plus” presentate dal Governo tedesco sulla competitività.

 

 

 

 

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