La crisi greca, il futuro dell’euro e quello degli europei

L’assenza di una strategia politica per dotare l’eurozona di istituzioni democratiche ed efficaci per governare l’euro, insieme alle crescenti difficoltà nel concludere i negoziati sul rifinanziamento del debito greco tra il governo di Atene, le istituzioni europee e gli altri governi dell’Eurogruppo, hanno aperto una nuova crisi di fiducia e di credibilità nell’unione monetaria.

È sotto gli occhi di tutti la timidezza, se non la reticenza, con la quale governi, parlamenti nazionali dei paesi dell’Eurozona e lo stesso Parlamento europeo stanno procedendo sulla strada dell’unione fiscale, di quella economica e di quella politica, cioè sulla strada del consolidamento dell’unione monetaria in una vera unione, come chiesto dal rapporto dei Quattro presidenti e dal Blueprint della Commissione nel 2012 (e come ribadito nel febbraio di quest’anno nell’Analytical note presentata ai governi dal Presidente Juncker).

D’altra parte, che in questa fase la classe politica greca non abbia le idee chiare, è riconosciuto anche in Grecia, come ha sottolineato il quotidiano ateniese Kathimerini: “È evidente che un numero notevole di ministri, parlamentari e uomini di partito fanno tutto ciò che è in loro potere per sabotare qualunque svolta verso il realismo e per far deragliare il Paese dal cammino europeo” (Fuori controllo, 23 aprile 2015). Le difficoltà incontrate dallo stesso governo Greco nel coordinare le posizioni della propria squadra di negoziatori a livello europeo, confermano quanto ingarbugliata sia la situazione politica ad Atene.

 

Per il futuro dell’Europa e della Grecia, è urgente uscire da questa impasse. Lasciar fallire la Grecia in base ad un Piano B, come alcuni ipotizzano, provando nel contempo a mantenerla nell’euro, servirebbe forse ancora una volta a tamponare l’emergenza e a guadagnar tempo. Ma non scioglierebbe i nodi. Se si vuole evitare che prima o poi la Grecia precipiti nel caos, trascinando con sé altri, come l’Italia, dando il via alla disgregazione dell’unione monetaria e quindi dell’Unione europea, occorre imboccare subito un’altra strada.

Per farlo si dovrebbe innanzitutto riconoscere che la crisi greca è emblematica delle contraddizioni strutturali di un sistema di governo dell’unione monetaria che continua a fondarsi, contro ogni evidenza e logica, essenzialmente su regole più o meno condivise e non su solide istituzioni comuni; e a cui manca ancora un potere europeo in grado di intervenire sugli Stati membri che, non facendo le riforme necessarie, mettono a rischio l’intera unione monetaria. E da ciò trarre le necessarie conseguenze sul piano dell’iniziativa politica. Che cosa si dovrebbe fare è noto. Come ha detto anche il Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi: “Abbiamo bisogno di passare da un sistema di regole e linee guida per l’attuazione delle politiche economiche nazionali, ad un sistema di ulteriore condivisione della sovranità attraverso istituzioni comuni. E come parte essenziale di questo processo abbiamo bisogno di rafforzare la legittimità democratica dell’Europa verso i suoi cittadini, cosa che automaticamente approfondirebbe la nostra unione politica” (Francoforte, 16 marzo 2015).

Da parte sua la Grecia, come altri paesi, deve fare i conti con la ristrutturazione del proprio sistema economico e sociale nazionale. A livello nazionale questo significa fare le riforme strutturali necessarie per sopravvivere e progredire in un’economia sempre più aperta ed integrata sul piano continentale e globale, e in continua evoluzione per lo sviluppo della rivoluzione scientifica e tecnologica. A livello europeo si tratta di far sì che l’unione monetaria esca definitivamente dalla crisi affermando un modello di spesa virtuoso negli Stati membri, e di pianificazione e promozione dello sviluppo e della crescita a livello sovranazionale.

Nell’immediato questo implica promuovere il rafforzamento delle istituzioni dell’area euro per renderle credibili nel lungo periodo; e collegare l’attuazione delle necessarie riforme strutturali a livello nazionale, ad incentivi inquadrati in meccanismi di solidarietà dotati di risorse autonome e controllati a livello europeo.

In vista delle prossime scadenze europee, l’Unione europea dei federalisti (UEF), di cui il MFE è la sezione italiana, chiederà a governi, parlamentari ed istituzioni di render conto all’opinione pubblica di quanto intendono fare per perseguire questi obiettivi.

 

 

 

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